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Author: Dawn Bennett (page 1 of 11)

Peretti, “Marketing digitale”

Basta scorrere l’elenco di Marketing digitale – il libro di Paola Peretti fresco di stampa per Apogeo – per rendersi conto di avere per le mani un’opera che mira all’esaustività, o quantomeno a mappare un po’ tutti gli aspetti del settore.

Sfida raccolta e riuscita: si passa dalla ridefinizione dell’approccio rispetto al marketing tradizionale alla preparazione di un piano (con segmentazione, creazione di personas ecc.); dall’architettura dell’informazione al ruolo sempre più centrale del blog; da alcuni cenni su SEO ed email marketing alla valutazione dei risultati di campagna. Una ricca serie di case studies completa e concretizza il tutto.

Apprezzabile soprattutto l’impostazione “scientifica” dell’autrice, che punta sempre a definire i concetti in gioco (distinguendo ad esempio social network e social media), e la ricca messe bibliografica. Questo però non toglie leggibilità a un manuale che per ora sembra essere il più completo sul mercato italiano, benché pecchi (com’è inevitabile, vista la vastità della materia) di assenze di approfondimento autentico per i vari temi.

Ma per chiunque voglia iniziare anche solo a farsi strada nel ramificato mondo del digital marketing, il libro di Peretti è un’introduzione che combina grande qualità espositiva e completezza – mix nient’affatto scontato da raggiungere.

 

Cosenza, “La società dei dati”

Il tema dei big data è particolarmente caldo: la quantità di informazioni prodotte è sempre più grande e in crescita verticale, e mai come oggi la tecnologia ci consente di analizzarli per prevedere (e ottimizzare) i comportamenti degli individui.

In sostanza, stiamo affinando una sorta di sesto senso in grado di percepire una realtà, strutturata in maniera informazionale, che va oltre la normale analisi comportamentale e necessita di nuovi strumenti di gestione (in primis, di nuove piattaforme tecnologiche).

Questo è il punto di partenza del piccolo ma denso ebook La società dei dati, scritto da Vincenzo Cosenza e pubblicato un paio di giorni fa dalla casa editrice digitale 40k.

L’autore si concentra sull’impatto della cultura dei dati sul tessuto imprenditoriale così come sul settore pubblico (dalle smart city allo snellimento della burocrazia), fino all’utilizzo delle informazioni nella nostra vita privata (gestione più accurata della casa, della salute, in generale del proprio io: vedi tutta la letteratura sul quantified self).

La panoramica tracciata è piuttosto generale – in accordo con il carattere introduttivo del libro – ma non manca di spunti davvero interessanti e che meritano un serio approfondimento. Ad esempio, la questione dei rischi:

In definitiva accedere alla quinta dimensione non è mai stato così facile, né per le organizzazioni, né per i singoli. Per godere dei vantaggi, però, dovremmo trasformarci in analisti consapevoli e attivi. Sì, perché il dato personale è una moneta di scambio che necessita di un controllo vigile, per evitare che aziende senza grossi scrupoli, lo utilizzino per inferenze predittive di tipo prettamente commerciale o in generale poco nobili.

Un esempio su tutti: un tale, Kevin Johnson, si è visto ridurre il tetto della carta di credito sulla base di alcuni dati incrociati che ne prevedevano un futuro da insolvente (visto che molti clienti simili a lui erano nelle stesse condizioni).

Questa forma discriminatoria e questo “uso violento” dei dati – come se tali forme di previsione algoritmichefossero degne della massima fiducia – sono molto pericolosi. Vanno indagate e raccontate, al fine di mantenere il giusto equilibrio fra il tracciamento e il rispetto della privacy – senza contare, di nuovo, un nucleo base di etica comportamentale.

Le proposte dell’autore per evitare che la “conoscenza asimmetrica” dei dati acuisca il divario sociale (ottima sintesi del rischio) è di irregimentare le regole legate alla tutela dei dati personali (soprattutto in termini di chiarezza delle policy da parte delle aziende); mantenere la possibilità di controllare le informazioni raccolte da terzi; garantire un tempo massimo di conservazione di tali dati e la trasparenza delle analisi. Senza dimenticare l’attenzione alla sicurezza dei processi, dal punto di vista tecnologico.

Ma soprattutto, conclude Cosenza, si tratta di alimentare la consapevolezza individuale (e collettiva). Un tema che ci è molto caro, e sul quale è necessario insistere: educazione e alfabetizzazione digitale restano gli strumenti migliori per un uso più sano e cosciente dei dati – e del web.

Una nota a margine, di carattere editoriale: questo ebook costa 99 centesimi – come tutti quelli della serie unofficial di 40k. E’ un prezzo equo per un lavoro di qualità da parte di un bravo professionista. Invece di un lungo post, un breve saggio: e implicitamente, invece dei soliti modelli di business legati al display advertising, un bel suggerimento per tornare a pagare direttamente – e a poco prezzo – il lavoro intellettuale.

 

Amazon pronto al lancio di Kindle con luce frontale

 

Come riporta Reuters, Amazon sta preparando una nuova versione del Kindle dotata di illuminazione frontale. L’e-reader della società di Bezos ha avuto un notevole successo, e il display e-ink è quanto di meglio si possa desiderare per una lettura digitale che non stanchi la vista. Tuttavia, la necessità di avere sempre una fonte di illuminazione esterna può risultare limitante.

Per ovviare a questo problema senza sacrificare la leggibilità, il nuovo Kindle (ancora in fase di prototipo, ma probabilmente pronto per luglio) implementerà dunque una tecnologia frontlight, evitando il ricorso alla retroilluminazione diretta.

 

Facebook compra Instagram

La notizia è di pochi minuti fa: Facebook comprerà Instagram per 1 miliardo di dollari (fra liquidi e azioni). L’app di fotografia più trendy del momento si allinea così con il social network più trendy.

Zuckerberg ha commentato l’acquisizione direttamente sulla newsroom di Facebook: “Per anni ci siamo concentrati per creare la miglior esperienza di condivisione delle fotografie con i vostri amici e la vostra famiglia. Ora che potremo lavorare più vicino al team di Instagram, saremo in grado di offrire anche la miglior esperienza di condivisione per fotografie fatte con il mobile con persone dagli interessi simili ai vostri”.

 

Pinterest è il terzo social network dopo Facebook e Twitter

Il 2012 Digital Marketerk: Benchmark & Report di Experian riporta alcuni dati interessanti (il 91% degli adulti online usa i social network, e il ROI dell’email marketing è due volte maggiore quando si strutturano campagne per amici e famiglia), ma uno svetta su tutti: Pinterest è ora il terzo social network dopo Facebook e Twitter.

La popolarità della piattaforma aveva già conosciuto una crescita straordinaria verso la fine del 2011, e un ulteriore incremento nei mesi scorsi, che l’ha portata ora sul podio dei network sociali.

 

Il crollo della pubblicità sui giornali

Così Mark Perry, professore di economia e finanza alla University of Michigan, ha riassunto graficamente la crisi dei ricavi pubblicitari sui giornali. (I numeri sono relativi ai quotidiani americani, e sono stati aggiustati dall’autore per tenere conto dell’inflazione).

Non c’è molto da commentare, tranne la coincidenza del crollo con la nascita del blogging di massa (come notava Jay Rosen), e l’altrettanto rapida caduta dei ritorni dell’advertising online. Il 2012 sarà l’anno in cui la pubblicità cartacea renderà di meno negli ultimi 62 anni (e quella digitale è messa poco meglio).

Insomma: si è tornati al punto di partenza, ma senza un modello di business chiaro a tutti e senza le prospettive di crescita legate all’epoca del boom. Attenzione all’ottimismo.

 

La qualità dell’informazione: i contributi di Ahref

Il sito della Fondazione Ahref sta raccogliendo alcune interessanti opinioni sul concetto di qualità nell’informazione.

Che si tratti di un argomento sfuggente e complesso, specie alla luce delle continue evoluzioni del mondo dei media, lo testimonia proprio la varietà degli scritti e dei propositi: giornalisti, esperti di media e analisti si confrontano su temi cruciali quali il bisogno di un più serio fact checking, la social curation, l’idea che i pezzi non finiscano con la loro pubblicazione, il sano scetticismo verso il culto dei dati e più in generale un sentimento di attenzione critica verso i mutamenti dello scenario in atto.

Qui di seguito riportiamo alcuni stralci che troviamo particolarmente significativi degli interventi finora ospitati.

  1. Lavorare sul fact checking.

“Personalmente credo che occorra recuperare un concetto di qualità delle informazioni che sia più aderente all’idea teorica che viene sbandierata e più distante dalla realtà quotidiana dei prodotti redazionali. Cominciando, per esempio, a lavorare sul fatto e sulla sua verifica, sui dati. Gli amici americani e gli amici britannici che pur tra mille problemi da alcuni decenni hanno tentato questa strada nel mondo del giornalismo analogico, si trovano un passo avanti e possono giustamente discutere delle ambiguità e delle ideologie che spesso i dati nascondono. In Italia sarebbe utile almeno cominciare a creare una cultura della verifica (attenzione: non una cultura del sospetto), il che si sposerebbe perfettamente con alcune delle prassi e dei valori dell’universo digitale del quale parliamo: la condivisione, la partecipazione. Ma, certo, occorrerebbe rendersi definitivamente conto che “qualità” non fa più rima con chiusura, con esclusività, con unidirezionalità. Se mai l’ha fatta.” (Mario Tedeschini Lalli)

  1. Attenti al mutare della conoscenza.

 “Lo standard di conoscenze sufficienti dovrebbe essere il medesimo di quando si tratta di prendere decisioni in merito ai vaccini del vostro bambino. Ciò che sta cambiando è la nozione che ci sia una distinzione netta tra la conoscenza che è solo abbastanza buona, e la conoscenza che è vera Conoscenza. Tale cambiamento non ci tocca, come praticanti, tanto quanto colpisce le istituzioni che hanno mantenuto le loro posizioni nella nostra cultura con la presentazione di sé stesse come arbitri di una verità al di là di ciò che sia sufficiente.

La narrazione contiene un avvertimento e una sfida di cui dobbiamo tener conto. Sembra che siamo portati a credere che se qualcosa è detto nella sfera pubblica, essa debba avere una parte di verità. Questo era vero più indietro nei vecchi tempi, quando i canali di trasmissione erano così ristretti, ed i professionisti erano censori. È certo che sbagliavano molto, ma passare attraverso un processo di verifica da parte di professionisti forniva almeno una certa sicurezza che ciò che si leggesse fosse vero. Questo è molto meno vero quando chiunque può pubblicare qualsiasi idea in qualsiasi momento.” (David Weinberger)

  1. L’importanza del contributo pubblico.

“Ritenere che il lavoro giornalistico non si concluda con la pubblicazione ma riconoscere che la pubblicazione può essere l’inizio e non la fine del processo giornalistico/informativo, come recentemente ha sostenuto Alan Rusbridger, editor-in-chief del «The Guardian» , è sia un elemento di apertura partecipativa al pubblico, ai lettori, che aspetto di processo che influenza la qualità del prodotto, del lavoro giornalistico, e dunque dell’informazione, per integrazioni e/o correzioni se del caso.” (Pier Luca Santoro)

  1. Le statistiche non vanno prese per oro colato.

“La maggior parte degli specialisti informati, di solito, può guardare le statistiche e valutarne criticamente la loro origine, qualità e scopo. Ma questo non è vero per gran parte dei media e del pubblico in generale. Le statistiche pubblicate sembrano acquisire una vita propria, anche quando la fonte non è molto più di una congettura e poi vengono usate per giustificare la più imperfetta delle proposte. Nel tempo poi mutano. Ci sono molti esempi, ma il punto da sottolineare è l’importanza di un’obiettiva valutazione critica delle statistiche che rischiano la propagazione della falsa conoscenza.

È estremamente importante che i nostri sistemi di istruzione insegnino a valutare attentamente la validità dei dati: tutti noi ne affrontiamo delle quantità notevoli e le statistiche sono diventate un elemento vitale nelle guerre ideologiche e nelle idee che influenzano il nostro comportamento e i nostri valori. Informazioni e statistiche sbagliate portano a conoscenze errate e talvolta pericolose.” (Chris Brooks)

  1. La nuova complessità dei “fatti”.

“C’è un dettaglio non trascurabile. E’ il fatto (questo sì è un fatto) che comunque ciascuno di questi accertamenti non può che essere successivo al momento in cui i cittadini del mondo bevono ai rubinetti delle loro fonti d’informazione. E c’è poi la sostanza della realtà. Se non mettiamo i lettori (e tutti gli altri) nella condizione di sapere sempre che sono immersi in un processo d’informazione continua, nessuno di loro sarà in grado di recepire criticamente proprio la processualità del flusso informativo. Nessuno di loro avrà gli strumenti per leggere l’ecosistema mediatico nel quale vive.” (Angelo Agostini)

  1. Tornare a raccontare il lavoro (e tornare al buon giornalismo).

“Il giornalismo è un mercato basato su scambi ed è molto, molto sensibile alle aspettative dei consumatori e su quello che son disposti a pagare.

Questo è tanto più significativo in un momento di declino dei media: soprattutto dei giornali che sono disperatamente alla ricerca di modi per conservare il proprio pubblico. Quindi se quel pubblico vuole solo “celebrities”, otterranno solo “celebrities”. E dato che non sembrano, in sostanza, volere storie sul mondo del lavoro, non le avranno.

Ma il giornalismo non può definirsi come un mestiere che “renda interessante ciò che è significativo”, a meno che non cerchi di fare solo ciò. Le rivoluzioni nel mondo o nei mondi del lavoro sono significative, per milioni di persone. Noi giornalisti viviamo oggi sulla, e della rete, che – a prescindere dal suo effetto distruttivo sui giornali – dà la possibilità di sviluppare settori in modo impossibile prima d’ora. È il momento di lavorare sul giornalismo del lavoro.” (John Lloyd)

  1. Il nuovo ecosistema dei media: la sfida dei social.

“Facebook, Twitter e altri social media stanno rendendo possibile per gli “sherpa” l’attività di guida dei lettori attraverso un’ampia offerta di modalità di accesso a un argomento che includono segnalazioni di altri “sherpa”. In questo modo il lettore può scegliere quali sono le segnalazioni da approfondire a seconda dei suoi interessi particolari. Una parte di ciò è la recente abitudine, ormai familiare, di aggregare contenuti; in altri casi la gestione dei contenuti (“curation”) include l’elaborazione di un contesto, cosicché l’argomento al quale un lettore è guidato diventa facile da comprendere. In questo senso, un articolo che non sarebbe stato ritenuto come di alta qualità diventa davvero di una qualità molto elevata, quando la sua utilità è arricchita da questa ricostruzione del contesto.” (Paul Steiger)

  1. Vivere criticamente la rete.

“Se c’è un fenomeno di fondo nella cultura della rete è proprio la sua capacità di instillare la visione del cambiamento e di incentivare l’azione di chi lo cavalca, partecipando all’evoluzione dell’insieme. La qualità dell’informazione in rete, dunque, non si impone: la si arricchisce con il pensiero e l’iniziativa. Solo vivendo criticamente la rete se ne scoprono i problemi, si immaginano possibili soluzioni, si sperimentano iniziative per realizzarle.” (Luca de Biase)

 

Chrome è il browser più usato?

L’analisi di StatCounter è stata ribattuta qui e là ieri fra i principali siti di tecnologia: Chrome sembra avere superato Internet Explorer.

I conteggi di StatCounter danno ragione al browser di Google, che rispetto alla fine del 2011 ha visto un grande incremento di utenti (a differenza di Firefox, buon terzo, che dopo una lieve flessione sta cominciando a rialzarsi).

In realtà, le cose sono un po’ più complesse.

Innanzitutto, la forbice che separa Chrome da Internet Explorer è davvero molto piccola (0,41%). In secondo luogo, il sorpasso era già avvenuto per la durata di ventiquattr’ore il 18 marzo, a testimonianza di un testa a testache dura da un paio di mesi circa.

Inoltre le elaborazioni di StatCounter non sono certo le uniche, e dunque vanno prese evitando i sensazionalismi. Secondo MarketShare, ad esempio, Internet Explorer è ancora saldamente in testa con il 54% di share (e Chrome sarebbe addirittura dietro Firefox).

Tuttavia, al di là dell’attribuzione di un primo posto o meno, quello che è importante e abbastanza certo è il trend in corso (confermato anche da un commento di ComScore riportato dalla CNN): Chrome sta guadagnando progressivamente terreno e la sua popolarità fra gli utenti è in netta crescita.

Il che – nonostante la qualità del browser – non è affatto scontato, visto il gran numero di persone che usano Explorer “di default”, senza pensarci, in quanto banalmente preinstallato su Windows. La scelta consapevole del proprio mezzo di navigazione su internet, però, sta prendendo piede anche fra gli strati più larghi degli utenti.

Del resto, la lotta sembra essere più cruciale per Microsoft che per Google: come nota Greg Sterling intervistato da TechNewsWorld, Mountain View può sempre contare sul suo motore di ricerca (e pensare con tutta calma a come monetizzare il successo Chrome), mentre per Microsoft le cose stanno diversamente.

[22/05/2012]

 

I diritti delle foto di animali

Sul web, le foto di animali carini/teneri/spiritosi/buffi sono all’ordine del giorno, e – quasi inutile dirlo – sono anche uno dei maggiori fattori di traffico in assoluto. Per questo motivo i siti generalisti le adorano.

Un buon esempio al riguardo è BuzzFeed, un noto aggregatore americano di notizie, meme e ossessioni varie presenti su internet: per portale, le immagini di gattini nei cesti e cani dal volto umano sono una sicurezza.

Ma osservando l’immagine di una lontra perplessa, Alexis Madrigal dell’Atlantic si è fatto qualche domanda: da dove vengono tutte queste immagini? E come fa BuzzFeed a procurarsele? E come la mettiamo con la questione dei diritti?

Dopo avere contattato il sito via Twitter, Madrigal ha fatto una chiacchierata con il fondatore Jonah Peretti. A quanto pare, al di là delle fotografie prese da agenzie come Reuters o Getty Images, gran parte del materiale è ottenuto tramite semplici ricerche su Pinterest, Tumblr o 4chan.

Materiale che spesso è in giro da una decina d’anni, e del quale – nonostante gli sforzi che Peretti assicura fare – non si sa niente a livello di proprietà intellettuale.

“Mi piacerebbe che ogni immagine contenesse dei metadati segreti in modo da specificarne la paternità”, spiega Peretti: “ma la realtà è che è parecchio difficile, specie per la cultura degli animali sul web”.

E questo è un problema, perché il buon vecchio copia e incolla su BuzzFeed e portali simili non ha alcun tipo di protezione legale. Pinterest e Tumblr, invece, sono in qualche modo tranquille grazie al Digital Millennium Copyright, che (come specificano quelli di Pinterest) “rende un porto sicuro questo tipo di piattaforme” – quelle nate per collezionare e condividere immagini.

La difesa di Peretti è che su BuzzFeed si fa un uso trasformativo invece che semplicemente derivativo delle immagini ottenute tramite ricerca: si trincera quindi dietro al concetto di fair use (che potremmo tradurre con l’idea della citazione o della rielaborazione non a fine di lucro o senza speculare sulla paternità dell’opera).

In tal senso, aggiungere una didascalia a una foto trovata su Tumblr o su Google, sarebbe sufficiente per considerarla come una trasformazione della sua essenza – una reinterpretazione.

Siete convinti? No? In effetti si tratta di un terreno spaventosamente scivoloso, e non è affatto scontato che basti dire di una lontra che è perplessa per poterne usare liberamente l’immagine. (Anche se BuzzFeed fonda il suo successo proprio su ciò).

Madrigal si domanda anche perché gli utenti di Tumblr e Pinterest siano liberi di saccheggiare immagini ovunque sul web, mentre per gli editor di portali come lo stesso BuzzFeed o l’Atlantic stesso le cose stiano diversamente e rischi ben maggiori.

In effetti, la situazione è parecchio complessa.

Nella sua pagina sul copyright, Pinterest si lava le mani riguardo le infrazioni dei diritti d’autore, scaricandole sugli utenti: ognuno teoricamente deve garantire di essere il proprietario dei contenuti pinnati, o di avere la licenza per farlo. Cosa che nella stragrande maggioranza dei casi non accade affatto.

Di recente, infatti, Pinterest ha subito diverse accuse di violazione del copyright, anche per il fatto nudo e crudo del guadagnare tramite pubblicità grazie al traffico generato da micini e vestiti.

Addirittura, c’è chi è arrivato a sostenere che Pinterest è il nuovo Napster, con i medesimi effetti distruttivi per il mondo della fotografia. (Non a caso, un paio di mesi fa la piattaforma ha introdotto l’attributo NOPIN per impedire ai propri contenuti di essere pinnati).

In generale, dove cominci la reinterpretazione e dove finisca la mera riproduzione, così come dove inizi il social sharing e dove finisca il portale d’informazione, non è facile da definire.

That’s the web, e tutta la guerra recente a colpi di leggi e restrizioni è parte di questo enorme e complicato processo di comprensione: cosa appartiene a chi, fino a che punto, e in che modo.

 

SEO – Tecniche di base (1)

SEO – Tecniche di base (1)

digg

Il SEO – acronimo per Search Engine Optimization – è l’insieme delle tecniche tramite cui si cerca di aumentare la propria visibilità nei risultati dei motori di ricerca. In un’epoca dove le ricerche si moltiplicano e l’attenzione al vaglio dei risultati è sempre più bassa (e strumenti come Google Instant non aiuteranno certo ad alzarla), essere ai primi posti è fondamentale.

 

Guardate questo grafico tratto da uno studio di Chitika sulla relazione fra la percentuale di traffico e l’allontanarsi dalla prima pagina dei risultati di Google:

 

 

 

 

Visto l’abisso che c’è già fra la prima e la seconda pagina (143%), ognuno vorrebbe essere primo su Googlequando un utente digita le parole chiave relative alla propria attività.

Ma parliamoci chiaro. Spingere un sito in alto nei risultati di ricerca sta diventando sempre più difficile. Le tecniche aggressive e al limite della correttezza (fra cui il cosiddetto black hat SEO), e gli investimenti massicci delle grandi aziende, rendono la caccia al top ranking qualcosa di molto complesso – specie se si agisce su keyword generiche come “libri” o “vestiti”.

 

Tuttavia, è comunque buona prassi strutturare delle pagine web SEO oriented: sia perché risultano più semplici da trovare per i motori di ricerca, sia perché con una buona geolocalizzazione dei contenuti è ancora possibile ottenere dei risultati in termini di “scalata verso l’alto”.

 

In primo luogo, è necessario identificare l’area di interesse del sito che andiamo a promuovere, e le keyword che lo rappresentano al meglio.

Prendiamo come esempio un ristorante in corso Magenta a Milano, con specialità pesce, di nome “Le Giare”. Evidentemente, usare come parole chiave semplicemente “ristorante” e “Milano” non ci aiuterà molto (sono troppo abusate). Meglio concentrarsi su qualcosa di più preciso, come “ristorante Milano corso Magenta”, “specialità pesce Milano”, e così via.

 

Se il sito non è ancora stato messo online e il dominio è ancora da acquistare, cercate di ottenere un URL che contenga le keyword principali invece del semplice nome dell’azienda: ad esempio, www.ristorantemilanopesce.it.

 

[continua…]

 

(Credits: Timbradbury.com)

[17/01/2011]

 

 

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