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Author: Dawn Bennett (page 4 of 13)

Il futuro del giornalismo online italiano

Il futuro del giornalismo online italiano

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(Foto: frame da “Spiderman”)

 

di Giorgio Fontana

 

  1. Alla vicina.

In realtà, bisognerebbe prendere il discorso alla lontana. Ad esempio ricordando che l’informazione, in Italia, ha da sempre patito l’ingerenza di gruppi economici e cartelli di potere che nulla avevano a che fare con il giornalismo.

Il giornalismo italiano è uno dei più popolari giornalistici a causa dell’alto contenuto tecnologico. Si raggiunge dal telefono cellulare per gli organizzatori e dalla parabola satellitare per l’audio digitale, così come per l’apparecchiatura video. Il giornale italiano è il primo giornalismo online che è venuto diversi anni fa e si va a questo sito per leggere ulteriori informazioni. Il giornalismo italiano si trova ad essere più innovativo rispetto agli altri giornali.

Ma per gli scopi di questo articolo è sufficiente prenderla alla vicina: e cioè fare qualche ipotesi (o meglio, degli auspici) sullo stato e lo sviluppo dei nuovi quotidiani online italiani .

 

  1. Come cambia il flusso dell’informazione.

Prima, si comprava il proprio quotidiano preferito (a volte due, raramente di più) e lo si leggeva. Fine.

Ora la dieta informativa è cambiata, e parecchio. Un esempio: ogni mattina apro una dozzina o anche più di pagine, fra quotidiani online, riviste, aggregatori e simili. Faccio un giro, seguo link e connessioni, torno a rileggere pagine che ho appena scorso. Una segnalazione su Facebook richiama la mia attenzione, e da lì ecco fiorire altri contenuti cui non avevo minimamente pensato al momento di iniziare a leggere un pezzo – salto dall’attualità stretta alla musica, dal calcio alla politica, da un blog di web marketing all’edizione digitale del Wall Street Journal.

Insomma: frammenti di notizie vengono assemblati di continuo: molto spesso apprendo prima le news da un retweet di un sito americano fatto da un amico – e solo dopo finisco sulla pagina online di un giornale. In piena conformità con il nuovo tipo di lettura che suggerisce l’online.

Di fronte a questa frammentarietà della comunicazione e ricezione sono stati studiati nuovi mezzi aggregativi: sia automatici come Liquida che personalizzati come Flipboard. Più che l’evoluzione dei vecchi feed, si tratta di veri e propri giornali su misura. Non è soltanto “impaginare insieme roba diversa”. E’ ripensare integralmente il ruolo delle fonti. E la loro fruizione.

In un panorama del genere, il giornalista deve riconoscere che il suo lavoro non è solo a doppio senso(l’informato reagisce, come da retorica classica del web 2.0) ma anche non più incontestabile. Non c’è più aura e non ci sono più scuse per pezzi mediocri, poco informativi, e scarso fact checking: perché ora l’alternativa è semplice, sottomano e gratuita.

 

  1. Un web veramente aperto.

Secondo punto: sul web i compartimenti stagni non funzionano. Per anni abbiamo sentito ripetere il mantra di evitare troppi link verso l’esterno (o di evitarli proprio) perché “tolgono traffico” al nostro sito. Per anni abbiamo pensato a difendere i portali come cittadelle, e usare male i social network – non leggendo i commenti limitandosi a “essere lì”, staticamente. (Un esempio: su Twitter, Repubblica.it segue un’unica persona).

Questo paradigma è fallace. Perché crede che sia sufficiente trasporre in digitale modelli di business e operatività tipici del mondo offline. Anche senza scomodare gli entusiasti del 2.0, occorre prendere coscienza del fatto che là fuori non si è soli, e donare traffico a un sito di qualità può essere un buon modo per ridirezionarlo sul proprio in un circolo virtuoso.

Prendiamo i due esempi che mi sembrano più rilevanti nel panorama informativo contemporaneo: Linkiesta e il Post. Il primo (in fondo a destra nell’homepage) scrive chiaramente che la sua redazione legge il secondo. Vi immaginate il “Corriere” che linka un quotidiano concorrente?

 

  1. Verso un ideale.

Dicevo de Linkiesta e il Post. Per certi versi si tratta di due modelli complementari: il primo pubblica articoli originali di approfondimento e poche brevi. Il secondo è soprattutto un ottimo aggregatore di articoli pescati altrove, la cui vera forza sta nel creare un’agenda setting aggiornata, puntuale e intelligente (a questo aggiunge anche, ovvio, dei blog e dei buoni pezzi di analisi).

Fondendo questi due quotidiani online avremmo forse un punto di partenza ideale.

Con una precisazione: l’assoluta semplicità del reperimento di informazioni online – di dati bruti, da approfondire, rileggere, rimasticare e infine dare al lettore – non dovrebbe fare dimenticare il valore del giornalismo diretto, anche da strada. Dell’essere sulla notizia, dentro la notizia letteralmente: schiodarsi dalla sedia e andare sul posto a raccontare ciò che si vede.

Mi sembra che questo sia il rischio più notevole del’informazione online: l’abitudine ad avere un po’ gli ingredienti pronti, e di conseguenza il desiderio di affinare solo le capacità di cucina. (In un’altra sede, avrei definito questo rischio una “deriva fighetta”).

 

  1. Modelli di business.

Il problema che attanaglia tutti è naturalmente: quale modello ci consente del guadagno?

Il vecchio sistema di business della grande redazione sembra lentamente destinato a erodersi. Da un lato l’incombere della flessibilità ad ogni costo, dall’altro la crisi stessa delle vendite impone delle scelte: si possono falcidiare i collaboratori per tenere saldi gli interni, licenziare due terzi degli assunti, rendere tutti precari…

Si possono fare tante cose, più o meno cattive, ma il punto che interessa è un altro e Giuseppe Granieri lo mette così: forse gli editori “stanno cercando di ricostruire una retribuzione sul prodotto sbagliato, il giornale (o la rivista).”

E cioè:

Sono entrambi prodotti pensati nella logica culturale e funzionale della carta. Nel digitale sono poco efficienti: sono tagliati per un pubblico medio, indiscriminato, danno moltissime informazioni inutili (utili per qualcuno, ma inutili per gli altri) eccetera. Tanto che il modo in cui li usiamo è: vado a pescarci quello che mi serve poi vado altrove. Se li pensiamo come contenitori, sono poco interessanti, troppo poco per spingere una massa critica sufficiente a pagare per informarsi.

Diverso è invece se guardiamo al lavoro del giornalista, che segue un avvenimento di cronaca che ci interessa o uno scenario che ci appassiona, o ancora un tema approfondito. Io ad un giornalista che mi fa risparmiare tempo e mi dà valore aggiunto con le informazioni, mi abbonerei. Ad un giornale no, meno che mai sull’iPad o in qualche app che mi costringe a star lì dentro.

E ci sono diversi segnali che mi fanno pensare che -prima o poi- qualcuno (singoli giornalisti o piccole organizzazioni per prime) comincerà a sperimentare la formula.

Esattamente.

Come dicevamo prima, oggi è possibile costruire la propria rivista personalizzata a seconda non delle testate ma delle firme di riferimento. Una piattaforma come Paper.li, ad esempio, consente di realizzare in pochi click dei quotidiani e poi diffonderli al resto dei propri contatti. Su Twitter in particolare sta impazzando: forse un giorno ognuno avrà il suo, e leggerà quello degli altri.

Questo pone delle domande serie sul futuro dei giornali vecchio stile. La rivoluzione non si compirà ora, probabilmente nemmeno fra pochi anni, e forse nemmeno avverrà per intero: in ogni caso, le domande rimangono e sono impellenti.

Ora, su una cosa molti esperti sembrano convergere, e io con loro: internet ci avrà abituato finché si vuole al contenuto gratuito, ma se qualcosa merita e il costo non è proibitivo, credo che un buon numero di persone siano tranquillamente disposte a pagare per averlo (su tablet come su schermo del computer, poco importa, purché il design sia adeguato).

Ma anche se si sceglie la via gratuita e il rientro dei costi con il normale advertising online (banner, adSense, eccetera), la domanda chiave è come diffondere realmente i buoni contenuti. Perché quei banner dovranno pure apparire sugli schermi dei lettori, no?

Con il modello classico, il problema non si pone: si tirano centomila copie e le centomila copie finiscono in edicola. Il nome del quotidiano, trasposto poi online, basta da solo ad assicurare l’affluenza: tutti conoscono “la Repubblica”, tutti vanno su Repubblica.it.

Per le nuove realtà, le cose sono più complesse e fluide. Ci può essere una sorta di gemmazione: giornalisti provenienti da realtà consolidate (corporate o meno), con un buon background alle spalle, decidono di averne abbastanza del sistema informativo classico. Quindi fondano una startup che già per questo motivo avrà gli occhi puntati addosso.

Oppure si può sempre partire dal nulla. Il classico undeground, che parte con le dita ancora più incrociate e spera di diventare la next big thing. In questo caso, naturalmente, è tutto più difficile: ma il web ci ha insegnato che difficile non è impossibile, e che anzi è molto più possibile rispetto al vecchio sistema.

Ciò detto, ci si può augurare che l’editoria diventi sempre meno un fattore di ricavo ad ogni costo e a prezzo di qualunque cosa, e sempre più un fattore di qualità. Che porta guadagni perché porta fiducia: perché porta autentici lettori. E questo ci porta diritti al punto finale.

 

  1. Buona informazione, punto.

Scenari intricati, nuovi modelli di business da disegnare, riforme stilistiche (non basta di certo adattare il vecchio modo di scrivere alle piattaforme contemporanee), tipologie di lettura più elastiche… Tutto si muove a una velocità davvero troppo alta per azzardare previsioni su quale sarà la next big thing.

Quello che si può fare, tuttavia, è enucleare un paio di auspici.

Se c’è una speranza del web contemporaneo, è quella che la società della conoscenza – molto poco considerata, in un paese come il nostro – si realizzi lungo le traiettorie dei percorsi digitali: traiettorie più libere, più difficili da mappare, senz’altro più complesse, ma anche assai meno legate al vecchio e più avido sistema editoriale.

Ci sarà ancora molta fuffa da vagliare, ma è ragionevole augurarsi che la fuffa diminuisca proporzionalmente al miglioramento dei filtri e un aumento di alfabetizzazione dei lettori.

Ma non solo: dovrà aumentare, per forza, anche la qualità dei giornalisti stessi.

L’era del pezzo scritto “con la mano sinistra” e strapagato sta finalmente tramontando. Non ci saranno più soldi per mantenere editorialisti viziati. La firma conterà sempre meno del valore informativo dell’articolo, e – com’è giusto che sia – la firma stessa verrà determinata dalla quantità di buoni articoli prodotti (e non da altri fattori). I magazine pieni di pubblicità e fotografie con qualche riga d’autore conteranno meno. La competizione diventerà più serrata, ma forse anche più giusta.

Stante questa speranza, l’unica cosa da ribadire è quella che sembra più scontata ma non lo è: per occorre puntare solo e soltanto sulla qualità.

Le strategie push, il SEO pensato soltanto per i motori di ricerca e non per gli utenti, i titoli-esca, l’abuso furbetto delle fotogallery, la scopiazzatura feroce: tutte cose che hanno funzionato per un po’, ma che funzioneranno sempre meno.

Cosa vuole un lettore? Buona informazione, punto.

E cioè: articoli interessanti, notizie reali e non raffazzonate (quindi con del serio fact-checking), e un’agenda setting che non sia monocentrica o schiava di interessi. Per dirla con il titolo di un pezzo di Luca Sofri, che merita di essere letto e riletto: Il futuro dei media è fare le cose per bene.

Già. Fare le cose per bene.

 

[08/03/2011]

Commenti

 

# Valeria 2011-04-12 15:32

Ottimo articolo.

Condivido su tutta la linea.

Rispondi | Rispondi con citazione | Citazione

 

 

# g. fontana 2011-04-13 14:36

grazie, valeria. speriamo che gli auspici si realizzino davvero… non servirebbe molto, quantomeno per cominciare.

Rispondi | Rispondi con citazione | Citazione

 

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La fine del professionista dei contenuti

 

Sempre più contenuti disponibili gratis, o comunque a prezzi insignificanti. Sempre più persone disposte a farlo senza essere pagati, per hobby, per curiosità, e spesso con risultati di indubbio valore. A lungo andare, ci sarà ancora spazio per i professionisti?

Per ogni sito Web, è importante che tu sia in grado di pubblicare contenuti di qualità. È solo contenuti di qualità che possono commercializzare la vostra attività per voi. È necessario essere in grado di produrre contenuti. Dovrebbe essere di valore che può essere condiviso. Se i tuoi contenuti non rispondono alle esigenze dei clienti, questo porterà a tassi di conversione cattivi. Visita il sito per ottenere contenuti di qualità.

La domanda attorno alla retribuzione del lavoro creativo è nell’aria ormai da tempo. In una recente intervista, Seth Godin (che ha appena pubblicato in copyleft Stop Stealing Dreams) l’ha rimessa al centro dell’attenzione picchiando giù duro:

Chi l’ha detto che è un diritto essere pagati per scrivere? Io ho tenuto centinaia di conferenze prima di essere pagato per scriverne una. E ho scritto più di quattromila post gratis.

I poeti non vengono pagati (di solito), ma non c’è mancanza di poesie. Il futuro sarà pieno di amatori, e quelli davvero dotati e tenaci guadagneranno bene. Ma i giorni degli autori specializzati pagati un tot a parola – be’, quelli sono finiti.

Se avete anche un minimo di esperienza nell’elaborazione di testi per il web, vi renderete conto che Godin sta semplicemente descrivendo un trend. Si paga sempre meno, sempre più di rado. E questo non solo perché i giornali vanno male, ma anche perché è molto facile trovare qualcuno disposto a farlo gratis o a prezzi ridicoli. Perché? Perché gli va. Perché così stanno le cose.

Certo, Godin non è catastrofista. Come sottolinea Matthew Ingram, non sta dicendo che sarà del tutto impossibile fare dei soldi grazie ai propri contenuti: bisognerà però pensare in maniera diversa. Il vecchio sistema industriale fondato sulla retribuzione di un mestiere riconosciuto sta finendo: prima gli autori, i registi, i produttori, i musicisti erano pochi. Ora sono molti.

Chi è abbastanza catastrofista è invece Scott Adams (il creatore di Dilbert), che aveva elaborato tempo fa una sua Theory of Content Value: “più miglioriamo la nostra abilità di cercare contenuti, e più il loro valore economico si avvicinerà allo zero” – fino a raggiungerlo. Dunque il mestiere dell’autore scomparirà: “proprio come i fabbri e i cowboy”.

Da qualunque parte lo si veda – stimolante opportunità o triste decadenza – il problema intreccia molti aspetti connessi fra loro: la pirateria, la cultura della fruizione gratuita, la relativa crisi dell’industria dei contenuti, la crescita del web 2.0 e dell’autorialità “orizzontale”, user-generated (che, associata al fenomeno dell’autoproduzione, ha dato anche risultati interessanti).

Uno scrittore che si è scagliato con animo contro questa tendenza è Andrew Keen. Il suo The Cult of the Amateur (tradotto in Italia con il titolo Dilettanti.com) è una lunga sfuriata sulla profonda crisi delle competenze che il nuovo paradigma avrebbe portato nel mondo autoriale.

A giudizio di Keen, la cultura dominante oggi impone non soltanto un pericoloso culto del “remix” – in cui la somma delle parti copiate, incollate e mescolate non è mai superiore alle singole parti originali – ma anche uno svilimento generale della creatività. Per avere dei risultati di valore ci vuole talento e mestiere, ma anche tempo e denaro: lasciare tutto nelle mani dei dilettanti rischia di produrre un pericoloso crollo della qualità.

La posizione di Keen può sembrare retrograda e troppo chiusa. Godin e altri risponderebbero semplicemente che nell’era dell’abbondanza è la quantità a ricreare una nicchia di qualità: semplicemente, invece di avere pochi professionisti selezionati e ben pagati, avremo moltissimi cultori della materia fra i quali emergeranno naturalmente alcuni più in gamba di altri.

Il livello medio si abbasserà e ci sarà un sacco di schifezza in giro? E’ una conseguenza inevitabile. Ma avremo anche a disposizione algoritmi migliori, strumenti di social curation, e in genere ci faremo la mano: troveremo ciò che ci serve, e lo troveremo tendenzialmente gratis (come insegna la teoria di Scott Adams). Insomma, niente di così terribile.

E tuttavia, un po’ delle perplessità di Keen meritano di essere custodite, almeno in forma di cautela contro i facili entusiasmi.

Scrivere poesie, suonare un pezzo con la chitarra acustica e registrarsi su Youtube, buttare giù un racconto – è una cosa. Lavorare a un reportage serio e ben informato, produrre un disco, scrivere un romanzo o un film – è un’altra. Per salvaguardare la qualità di ciò che è realmente importante (l’informazione, per fare l’esempio più banale) sarà sufficiente credere nell’abbondanza? Davvero emergeranno in automatico le cose buone, e davvero saremo in grado di filtrarle come si deve?

Non solo. La retorica del “tutto aperto” o della selezione naturale degli amatori viene per lo più da persone come Seth Godin o altri autori affermati: gente che, a voler essere un po’ maligni, ha fatto la sua fortuna grazie al sistema precedente e ora può permettersi di affrontare il mutamento di paradigma in relativa tranquillità. E chi si trova a doverlo vivere in prima persona?

In ogni caso, su una cosa Godin e compagnia hanno ragione: le cose sono cambiate radicalmente, e mettersi a piangere sul latte versato è inutile.

Per imporsi sul mercato e negli animi dei fruitori, ora sono necessarie nuove strategie: una su tutte, ragionare in termini di nicchie. Trovare quei famosi 1000 fan, come consiglia Kevin Kelly, disposti a seguirvi e a pagare per quello che producete.

Se è vero che il web ha parificato di molto le prospettive e annientato la figura vecchio stampo del creatore professionista, ha anche aumentato enormemente la possibilità di esposizione. Non resta che impegnarsi a fondo per sfruttarle.

 

Web 3.0: cos’è realmente?

 

Cos’è esattamente il web 3.0?”, chiese uno spettatore a nientemeno che Eric Schmidt. La risposta dell’allora CEO di Google fu: “Web 3.0 è un termine di marketing. E io credo che lei abbia appena inventato il web 3.0.”

Non male! Ma dopo questa battuta, Schmidt tentò comunque di definire il concetto come un legame più stretto fra applicazioni, in modo che esse siano disponibili facilmente ovunque e possano interagire a vicenda senza problemi. Una risposta che, a dire il vero, appare un po’ fumosa.

Sembra essere un termine semplice chiamato Web 3,0, ma in realtà è più complicato. Nel contenuto non è chiaro su Web 3,0 come ha le diverse definizioni. Una previsione di esso in futuro è come un gioco di indovinare. Centro commerciale virtuale è creato per i clienti dove possono andare a diversi negozi per acquistare i prodotti popolari dagli scaffali.

Era il 2007. Ma a quattro anni di distanza, il terzo gradino del www si fa attendere: non solo, si fa attendere anche una sua chiarificazione.

Come sottolinea anche la voce di Wikipedia, con web 3.0 si intendono ancora cose piuttosto diverse, e un’intesa definitiva sul termine non c’è ancora. Alcuni si riferiscono al 3.0 come al web tridimensionale; altri preferiscono pensarlo come il web degli oggetti; altri ancora dicono che tutto dipende solo dalla prossima variazione di investimenti economici, o dal prossimo step di hardware.

Tuttavia, sembra che la maggior parte degli esperti converga verso l’idea della connessione semantica.

Nel 2006, Tim Berners-Lee propose di vedere il 3.0 come una sovrapposizione della Grafica Vettoriale Scalabile con un web semantico integrato. Un mix, insomma, di design ridimensionabile e modificabile a piacimento, e di cooperazione “intelligente” fra le macchine.

Che detta così fa più spavento che altro, ma niente paura.

 

La progressione delle tre fasi della rete può essere descritta in questo modo:

– Web 1.0: piattaforme di pubblicazione base (dall’editore all’utente in via unidirezionale) e generica messa online dei dati.

– Web 2.0: aumento delle potenzialità di banda e avvento del social (contenuti user-generated, partecipazione diretta, ecc.).

– Web 3.0: componente semantica e collegamenti fra i dati gestiti direttamente dai computer. Come dice Nicholas Carr, per la prospettiva semantica il web 3.0 è “macchine che parlano fra macchine”.

Quindi: con il nuovo step le pagine saranno sempre più strutturate in formati RDF e ricche di metainformazioni: le applicazioni potranno essere dunque interrogarsi a vicenda ed essere integrate più facilmente fra loro, cooperando sulla base dei metadati. Questo dà un senso alla frase sibillina di Schmidt.

Un esempio. Con il pieno sviluppo delle potenzialità 3.0, i fraintendimenti di ricerca tenderanno a scomparire. Il potenziamento semantico consentirebbe a una macchina di interpretare come un essere umano (o quasi) una stringa: e quindi di coglierne il significato al volo, evitando problemi di omonimia, mancato riconoscimento di funzioni logiche complesse, eccetera.

Insomma, se con l’avvento del 2.0 erano gli esseri umani a condividere le informazioni, con il web 3.0 saranno in primo luogo le macchine.

A questo si aggiunge, nella visione di Berners-Lee, l’intervento di una tecnologia capace di “stiracchiare” a piacimento il design. La grafica vettoriale scalabile (SVG) è infatti in grado di esprimere figure interattive e ha dei vantaggi non da poco – come la possibilità di ridefinire qualsiasi elemento senza perdere un grammo di qualità.

 

Tutto molto interessante, certo. Ma fattibile?

Dal punto di vista della grafica vettoriale scalabile, non c’è problema. Ma come abbiamo già ricordato in un precedente articolo, allo stato attuale l’idea di un web semantico è imprecisa: per ora si può parlare solo di web metasintattico, e di connessione fra dati senza alcuna aggiunta di significati – che rimangono un affare degli esseri umani.

Il problema del sogno semantico è il problema dell’Intelligenza Artificiale: affinché emerga una rete evoluta in termini di significato, occorre credere che le macchine sapranno realmente maneggiare dei significati. Tradotto in soldoni da Jonathan Richards, “il web 3.0 significa dare a internet stessa un cervello“.

I casi sono due, quindi: o prendiamo sul serio questa provocazione – e crediamo all’idea che un giorno l’Intelligenza Artificiale emerga davvero – oppure parole come “web 3.0” e compagnia servono solo a riempirsi la bocca. Come diceva Schmidt, sono puri termini di marketing: e allora tanto vale proporre già un web 4.0, come fa quel furbone di Seth Godin. E giù per questa via.

A voi la scelta.

 

Augmented reality e digital marketing (1)

Comprate delle figurine Topps e, sorpresa sorpresa, potete vedere i giocatori rappresentati in azione tramite degli ologrammi.

Oppure: se siete in dubbio per l’acquisto di una Toyota, vi concedete un virtual tour per capire se fa davvero per voi.

E che ne dite del progetto 4D Experience di Ralph Lauren, che concentra in un’unica installazione urbana (a Londra e New York) elementi virtuali di moda e advertising con l’aggiunta di profumi per solleticare anche l’olfatto?

L’emergere delle nuove tecnologie porta all’evoluzione del marketing digitale degli ultimi anni. Ma non esiste ancora una trasformazione completa delle tecnologie e quindi le nuove tendenze dovrebbero continuare a scuotere le cose in futuro. Le tecnologie stanno facendo il grande impatto sul marketing digitale nel futuro 2020 e circa 59% dei marker risponderà al dispositivo mobile. Le persone dipendono dal telefono intelligente in una vasta gamma di compiti e possono provare questo per lo shopping e anche per la datazione e da questi benefici della tecnologia può essere ricaricato.

Sono solo alcune fra le più interessanti prove di augmented reality marketing, la nuova frontiera dell’interazione utente-prodotto: per un best of completo del 2010, potete fare un giro su TheNextWeb. Ci sono molti spunti interessanti che vanno oltre la semplice curiosità.

In due parole, l’augmented reality (AR) è la combinazione di dati reali con dati generati da computer. Rispetto alla realtà virtuale (che comporta un’immersione totale nel mondo astratto), l’AR consente di inserire grafica digitale nel mondo analogico-sensoriale. Proprio per questo l’esperienza rimane fisica, ma appunto “aumentata”: il surplus informatico la rende speciale, unica, insieme la stessa e differente.

Le applicazioni per il marketing appaiono notevoli, come dimostrano gli esempi riportati: sia a livello di presentazione di un prodotto sia a livello di sua fruizione propria.

 

Moda passeggera o possibilità concreta di guadagno? Perplessità a parte, le prospettive di crescita sembrano significative. Ancora poco più di un anno fa, BusinessWeek prevedeva un aumento da 6 milioni di dollari del 2008 a ben 350 milioni nel 2014 per quanto concerne il mercato globale dell’augmented reality.

In effetti, i vantaggi dell’augmented reality marketing (come spiega chiaramente Axel Smith su Sociamediatoday) sono la personalizzazione, la viralità e l’interattività del contenuto pubblicitario che viene veicolato. Questo consente di avere un’esperienza molto “intima” con il prodotto stesso, avvicinando sempre di più l’utente a una dimensione emozionale – concetto su cui i marketer del nuovo millennio spendono parecchio tempo e parole.

 

Il web e l’arte della manutenzione della notizia

Il panorama del giornalismo digitale è in continua evoluzione praticamente ovunque nel mondo: la difficoltà di trovare un modello di business adeguato e l’inevitabile cambio di paradigma culturale ancora prima che tecnologico (dalla carta al web cambia l’intera percezione e fruizione di cos’è una notizia) lo rendono un terreno particolarmente delicato.

Il Web è coinvolto nella pubblicazione delle News e il contenuto editoriale sarà distribuito attraverso Internet invece di pubblicarlo nel modulo di stampa. È conosciuto come giornalismo digitale o giornalismo online. I tempi finanziari–il giornale di notizie dei britannici pubblicato le loro notizie sul sito Web. Il grande sito per le notizie online è stato proliferato nell’anno 1990.

L’Italia, a sua volta, è un caso peculiare per diversi motivi: quali il tipo di giornalismo storicamente misto (senza una distinzione precisa fra notizie “basse” e hard news), la ancora scarsa penetrazione di internet nel paese, o la stessa presenza di un organo unico nel suo genere come l’Ordine dei giornalisti.

E anche l’adozione dei paywall – prevista per i grandi player nel corso di quest’anno – solleva qualche dubbio, visto il loro carattere molto generalista e l’incapacità di creare autentico coinvolgimento da parte di una comunità di lettori. Per finire, negli ultimi tre anni sono nati dei quotidiani all digital come Il Post, Linkiesta e Lettera43: privi della necessità di far fronte a una transizione dalla carta ai byte, hanno potuto – o hanno cercato di – interpretare al meglio tale nuova forma di giornalismo.

Insomma, mancava davvero un lavoro che mettesse ordine in questo panorama complesso e così stratificato: fortunatamente, ora c’è. Si chiama Il web e l’arte della manutenzione della notizia, ed è un ebook scritto da Alessandro Gazoia (proprietario del blog jumpinshark).

Si tratta di un saggio davvero eccellente: con dati aggiornati alla mano e una grande capacità analitica e sintetica, Gazoia introduce il lettore al mondo del giornalismo digitale (con tutte le sue specificità) per poi restringere l’obiettivo sui diversi tipi di portali a disposizione dei lettori: quelli tradizionali in bilico fra l’edizione classica e quella online, i nuovi player di cui sopra, ma anche il nuovo HuffPost italiano o le piattaforme di informazione locale (es. Varesenews) molto spesso sottovalutate, e che invece producono ottimi numeri.

La bravura di Gazoia sta nel maneggiare una materia così compicata con grande disinvoltura, senza dimenticare un sano approccio critico verso le forme più deteriori di click journalism – i vari “boxini morbosi” fatti di immagini gossippare e le ormai celebri “colonne di destra” di Corriere.it e Repubblica.it. (E proponendo a sua volta delle soluzioni diverse e più equilibrate, in grado di tenersi in piedi fra il bisogno di macinare visualizzazioni per l’advertising e la necessità, assoluta, di fare informazione di qualità e creare un senso comunitario fra i propri lettori).

Molto interessante anche la messe di fonti riordinata nella bibiliografia finale, e che può servire come spunto per ulteriori approfondimenti.

Nel complesso, il lavoro di Gazoia è fondamentale per qualsiasi addetto al lavoro, ma è anche una risorsa di estremo interesse per “quello che un tempo veniva chiamato lettore” – e che ora, per l’appunto, contribuisce attivamente alla creazione e alla condivisione delle news.

Come scrive l’autore, ormai “fa giornalismo pure il cittadino che documenti in un blog la situazione del verde pubblico nella sua città o le condizioni delle mense sociali, segua la stagione della locale squadra di calcio o gli eventi culturali, crei una base dati liberamente consultabile sulle scuole non in sicurezza o sugli incidenti causati da guidatori imprudenti a ciclisti della sua area”.

E in tale situazione fluida, dove siamo tutti chiamati in qualche modo a giocare al grande gioco dell’informazione – dove possiamo spostare di un centimetro il sistema anche solo con un tweet – il valore di un sunto di qualità è immenso: mai come ora è stato importante capire in che modo il giornalismo sta cambiando, e l’ebook di Gazoia è uno strumento prezioso per fare luce su questa strada.

 

Le startup insostenibili

Jason Cohen di Smart Bear Software ha pubblicato una riflessione attorno al modello delle startup “di successo” ma non sostenibili economicamente. Merita di essere letto e masticato con calma, perché identifica quello che a nostro avviso è uno dei problemi essenziali dell’intero settore.

Esempio: Color, l’app di Bill Nguyen che ha raccolto 41 milioni di dollari ancora prima di essere lanciata. (Quarantuno milioni). Che fine ha fatto Color? Non lo sanno nemmeno quelli di Color, e quando se ne parla in giro si viene accolti da una risata. In sostanza, va malissimo.

Tra dieci imprese start up nove fallirà. Può essere una verità dura, ma devi fare bene a meditare su di esso. Gli imprenditori vorrebbero scrivere i loro fallimenti aziendali sul sito Web, prima di iniziare la loro attività. Ci sono numero di suggerimenti sono disponibili per le start up di successo.

Ma prima del lancio e della susseguente bancarotta, spiega Cohen, le cose erano molto diverse: Color era considerata una grande idea, benché vaga, e nessuno aveva dubbi del suo valore. Perché, insomma, Nguyen aveva già messo in piedi sei compagnie di successo – la settima sarebbe venuta da sé.

Ma ecco il punto, secondo Cohen: erano davvero di successo? La risposta è no. Tutte, da Forefront a Support.com passando per Seven e Lala, sono state chiuse, cancellate, finite in problemi legali o hanno conosciuto un terribile crollo in borsa. “Il sistema: metti in piedi un business, crea un enorme valore fra gli azionisti, e poi arriva il fallimento”.

La vera domanda è come sia possibile che degli investitori continuino a mettere soldi nelle aziende di Nguyen. Il merito è la sua straordinaria capacità di dipingere scenari meravigliosi e convincere l’ascoltatore nella bontà dell’idea. In sostanza, retorica. Ed è questo il punto chiave.

Perché anche quando c’è dell’ottima fede nell’impostare un progetto, molto spesso si finisce per proporre una startup insostenibile dal punto di vista economico – o che comunque non dura nel tempo (al netto degli inevitabili rivolgimenti di mercato e delle inevitabili e imprevedibili mutazioni della tecnologia).

Il problema in ogni caso rimane per gran parte nell’eccitazione in stile TechCrunch che circonda tutto il mondo di chi si lancia in imprese digitali sempre nuove, con la sovrastruttura stilistica e comportamentale tipica del giovane-programmatore-che-rivoluziona-il-mondo: notti di fronte al pc, caffè lungo, barbecue, nerdismi vari. In questo, la Silicon Valley è ovviamente l’epicentro. Ma il modello è esportabile ed è stato esportato senza difficoltà: basti pensare, in Italia, all’entusiasmo ideologico di Riccardo Luna (barbecue inclusi).

Basta leggere questo pezzo per farsi un’idea dell’ottimismo sfrenato con cui Luna concepisce il mondo delle startup. Come riassume ancora una volta molto bene Jumpinshark, il discorso di Luna si erge “sacrificando ogni diritto sull’altare del feticismo digitale, raccontando il mito regressivo dell’innovazione e sollevando la deregolamentazione estrema della startup in crunch mode a modello generale”.

Sia chiaro: nessuno vuole negare l’importanza di percorrere nuove vie, di lanciare prodotti diversi e – più in generale – di dare una scossa ai mercati. Ma santificare l’innovazione e la “cultura startup” come un bene assoluto e in quanto tale è deleterio – una retorica parallela alla retorica del “disrupting”: un sacco entusiasmo gratuito e pochi, pochissimi conti in tasca – quando invece ci vorrebbe molto più equilibrio e molta più attenzione, specie in un momento delicato come questo.

Una startup è un’azienda, e per quanto possa sembrare banale, tale fatto viene troppo spesso sepolto dalle parole di incitamento. Non basta essere giovani, bravi con il codice e svegli: gli investitori potranno abboccare fino a un certo punto, e se siete davvero in gamba potrete continuare a riciclarvi in stile Nguyen: ma non è un destino augurabile – è un destino di fallimenti mascherati.

Non ogni startup è buona per definizione, e non ogni idea merita di essere santificata perché nuova. A volte non basta nemmeno avere una buona idea, a dirla tutta: occorre, come sottolinea chiaramente Cohen, che abbia una sua sostenibilità. (Quindi: magari non puntate sull’ennesimo social network generalista che non serve a nessuno).

Un modo inedito per arrestare il pericolo di bolle tecnologiche e l’ondata speculativa fine a sé stessa è quello di alimentare la propria consapevolezza. Invece di rimbrottare solo gli investitori per i loro eccessi, forse anche l’intero settore dei creativi dovrebbe farsi un grosso esame di coscienza, e pensare maggiormente all’utilità e la scalabilità di un prodotto – invece di badare ai grandi claim.

 

Più follower = più influenza?

 

Pensate a Justin BieberSei milioni e mezzo di follower su Twitter. L’equivalente di una grande metropoli occidentale che pende dalle labbra di un ragazzino.

A questa immane proliferazione di seguaci dovrebbe corrispondere una spaventosa forza in termini di ascolto sulle masse – o quantomeno su quelle masse. Dopotutto, dovrebbe arrivare un punto in cui la quantità supera per forza la qualità, e una volta che si calcolano i fan in termini di milioni, quel punto dovrebbe essere decisamente superato.

Se c’è più numero di follower per il tuo contenuto, fa un non mostrare che è dovuto solo all’influenza. È un segnale che indica che il tuo contenuto è attratto dal pubblico, dai clienti e dai lead. Twitter è molto semplice da usare e veloce in movimento che coinvolge i clienti. Scopri di più sulle statistiche dei social media dal sito.

Anche a partire da questo presupposto si è così scatenata una vera e propria caccia al follower – con tanto di siti ad hoc come Twiends o siti di vendita di fan su Facebook (come illustra questo articolo di Wired).

In una frase: più contatti, più influenza.

 

In realtà le cose non sono così semplici. In un interessante articolo – Your Followers Are No Measure of Your Influence – l’editor di Adage.com Matthew Creamer prova a sbanalizzare questo assunto con un’analisi approfondita.

In primo luogo, Creamer sottolinea che l’equivalenza fra popolarità e capacità di influsso è uno dei tanti miti che i social media hanno contribuito a fomentare, fino a portarlo alle estreme conseguenze. Tornando all’esempio di cui sopra, si domanda:

E’ difficile immaginare che Justin Bieber, con i suoi 6,4 milioni di follower, stia influenzando comportamenti diversi dal fare in modo che la gente parli di Justin Bieber, o lo retweetti freneticamente, e magari compri un suo disco. Questa è influenza?

Stando a servizi di statistiche come per misurare l’impatto concreto su Twitter, quali Klout o Twitalyzer (di cui parla con competenza Michael Brito su EdelmanDigital), la risposta è sì.

Klout dà a Bieber un 100% tondo in termini di standard d’influenza, riassumendo che “probabilmente è già famoso nella vita reale e i suoi fan ne vogliono ancora di più”.

E in effetti, chiosa Creamer, le cose stanno proprio così: in una sorta di paradossale circolo virtuoso, Bieber è diventato famoso grazie a YouTube e ha moltiplicato la sua fama con altri strumenti social.

Ma questo significa che il cantante canadese è influente? O è soltanto molto, molto conosciuto?

 

La domanda non è scontata, e si porta dietro diverse riflessioni sul viral marketing. Creamer cita alcuni studi del ricercatore Yahoo! Duncan Watts, che hanno mostrato come le reazioni a catena da utente a utente siano quasi impossibili da prevedere: la vera diffusione in termini di influenza non passa tanto da persone iper-popolari quanto “dal basso”.

In un articolo scritto a quattro mani, Watts ha applicato questa tesi direttamente su Twitter: il risultato è stato piuttosto convincente. Justin Bieber ha una forza mostruosa in termini di popolarità, ma difficilmente può innescare qualcosa di diverso dalla riproposizione di sé stesso.

 

Attenzione: tutto questo non significa che se Bieber vi propone una partnership dovete rifiutare.

Creamer è molto attento nel sottolineare che le analisi metriche (quali appunto Klout e simili) sono in ogni caso molto utili per i marketer o per chi vuole avere il polso del numero di retweet e citazioni che lo riguardano – anche perché numericamente c’è poco altro da determinare, su Twitter. Anzi, nient’altro.

Da queste statistiche però non deriva automaticamente l’influenza o la capacità di condizionare un pubblico, che è qualcosa di molto più sottile e che necessariamente va oltre l’ampio ma comunque limitato mondo di questo social network (e di altri).

Creamer la mette così: il miglior argomento contro chi pensa che il numero di follower su Twitter determini questo fattore, è guardare chi non ci passa troppo tempo. E ci sono parecchie persone influenti – magari non altrettanto famose di Bieber, ma sicuramente più influenti – che si limitano a pochi tweet e non hanno sei milioni e mezzo di fan.

 

In conclusione?

Un blogger di Square Martini Media racconta di avere incontrato un tizio con una maglietta eloquente: “500 amici su Facebook, 2 nella vita reale”.

E in questa ironia ormai classica c’è molto di vero anche per chi si occupa di comunicazione sul web: così come nelle strategie di email marketing  la fidelizzazione dell’utente è fondamentale, così nel social marketing non conta tanto avere quantità mostruose di follower, quanto essere in grado di trasmettere qualcosa di valido, autentico e rilevante a ognuno di essi.

 

Leggere online vs. leggere offline

di Giorgio Fontana

 

Com’è cambiato il nostro rapporto con la lettura, con l’avvento del web di massa?

La questione naturalmente non riguarda solo il cambio di device – dalla carta allo schermo – ma l’idea che un testo sia in immediata concorrenza con diversi altri: il multitasking e la possibilità di ottenere un numero altissimo di informazioni in tempo reale rendono la lettura assai più frammentaria. Il continuo “canto delle sirene” che viene da internet diminuisce la concentrazione e soprattutto l’esclusività che diamo a un testo “classico”.

La lettura che può essere fatto attraverso il browser Web è conosciuta come lettura online e questo può essere fatto dagli utenti che si connettono a Internet. Mentre nella lettura offline gli utenti non sono connessi a Internet come questo, ma le risorse che è necessario devono essere prima scaricati dal Web.

Dopotutto, quando teniamo in mano un libro o un articolo di giornale tendiamo ad avere un tipo di lettura molto continua: certo, possiamo sempre interromperci e passare a un nuovo volume o (più facilmente) a un altro pezzo del medesimo giornale: ma non c’è un vero e proprio rumore di fondo come quello provocato dalla lettura su browser.

Fateci caso. Mentre leggete questo articolo, probabilmente avrete aperto anche il vostro account di posta elettronica, la vostra pagina Facebook e magari altre due o tre finestre. E invece di rimanere con gli occhi fissi su queste righe, il vostro sguardo cadrà qui e là per verificare che non siano arrivati nuovi messaggi, o per fare un refresh sull’homepage del vostro quotidiano online preferito.

 

Il dibattito ha avuto il suo periodo d’oro tre anni fa, con alcuni articoli influenti – The Future of Reading di Motoko Rich e Is Google Making Us Stupid? di Nicholas Carr su tutti. Dopo l’iniziale entusiasmo per le infinite possiblità del web, la diffusione capillare di internet ha portato a una seconda ondata di riflessioni critiche su come la presenza online stava modificando il nostro rapporto con la lettura e addirittura le nostre conformazioni cerebrali.

In effetti, il classico articolo di Jakob Nielsen How Little Do Users Read? mostra un panorama un po’ desolante: gli utenti leggono al massimo il 28% delle parole di un sito web, anche se la percentuale più realistica è addirittura il solo 20%. Abbondano le visite brevi, si clicca quasi sempre su link che rimandano ad altri testi, la divagzione è la norma.

Dagli studi di Nielsen emerge che la priorità del navigante è comprendere il layout della pagina e guardare le immagini.

Chiaramente, il tema dell’attenzione ritorna come cruciale in un mondo dove così poco tempo è dedicato ai contenuti, e dove lo skimming sembra avere soppiantato la lettura vera e propria.

Ciò detto, anche in questo ambito ci sono diversi gradi di pessimismo. Per alcuni, il web sta davvero uccidendo tutta la nostra millenaria tradizione di lettura lenta e concentrata: per altri, si tratta di un’evoluzione che modificherà senz’altro alcuni aspetti ma ne farà anche emergere di nuovi, non necessariamente peggiori.

Secondo il sociologo Nathan Jurgenson, ad esempio, la comunicazione istantanea (Twitter, messaggistica ecc.) non è affatto “vuota” come alcuni ritengono. E sono interessanti, inoltre, questo grafico riassuntivo del “New York Times” sulle nuove competenze di lettura richieste e questo video dell’Università del Kansas.

 

A tal proposito, un recente report di ReadWriteWeb ci aiuta a comprendere le principali e più recenti abitudini della lettura online. Notiamo innanzitutto che gli strumenti social sono diventati una delle chiavi fondamentali per fruire dell’informazione, a differenza dei precedenti feed RSS o delle homepage classiche.

I punti di partenza sono ormai alcuni aggregatori verticali, specie per dispositivi mobile, Twitter, Facebook e applicazioni per i-Pad come Flipboard, che consente di creare una propria, personale “rivista” con il best of dei blog più letti.

Nel nostro studio dedicato all’eyetracking, inoltre, è emerso che gli utenti web cercano sempre di più informazioni rapide e sintetiche, ma anche in quantità maggiore rispetto alla lettura offline: ciò che si perde in profondità, in un certo senso, potrebbe essere recuperato in varietà.

 

Insomma, anche nel concreto non assistiamo a una “morte della lettura”, quanto a una riorganizzazione della dieta informativa e del modo di leggere.

Tirando le somme: per il marketer così come per il web copywriter in genere, questo significa in primo luogo concentrarsi sulla concisione, la leggibilità grafica e la rilevanza dei contenuti, e sul loro valore intrinseco anche al di là del messaggio commerciale. Solo in questo modo sarà possibile catturare un’attenzione sempre più frammentata, sì, ma non per questo meno spenta.

 

Twitter non è uno strumento conversazionale

Ieri il solito Matt Ingram di GigaOm ha scritto un pezzo riassuntivo molto interessante delle ragioni per cui ha un rapporto di amore/odio nei confronti di Twitter.

Ci sono molte annotazioni condivisibili, e l’inquadramento che Ingram offre del mezzo è senz’altro convincente. Tuttavia in alcuni punti Ingram sembra tradire un po’ di facile malinconia. Un esempio su tutti: quando si lamenta del fatto che il sito è diventato “troppo grande”, un enorme network informazionale invece di un luogo dove “potevi davvero parlare con le persone”.

Come altri social network, Twitter ha la reputazione dello spam di marketing. Piuttosto si può trovare questa maggior parte delle persone che utilizzano il Twitter per le loro aziende per promuovere i loro prodotti o servizi. Con questo, più numero di seguaci possono essere attratti verso le vostre aziende. Ma devi pubblicare le informazioni pertinenti che non dovrebbero rappresentare direttamente la tua azienda.

Di qui l’idea che Twitter come strumento conversazionale stia morendo: a questo proposito Ingram cita un lungo post di Luis Suarez che merita di essere letto, se non altro perché è un ottimo esempio di come un certo pensiero nostalgico e reazionario stia prendendo piede nella lettura e utilizzo dei social network.

Suarez non fa altro che ribadire – con una prosa piuttosto infantile – quanto fosse bello e divertente e sostenibile Twitter prima, mentre oggi non è altro che un caos di persone che vogliono fare social networking e non si curano degli altri.

E questo non dipende soltanto dalla crescente e innegabile industrializzazione della piattaforma da parte dei suoi proprietari (un punto su cui abbiamo insistito anche noi in diversi articoli, criticando molte delle ultime scelte di Dorsey e compagnia – in particolare le nuove regole agli sviluppatori di API).

No, secondo Suarez la colpa principale è degli utenti stessi: invece di continuare a usare la piattaforma come un fantastico luogo dove sviluppare autentiche relazioni, si sono messi a sfruttarla per auto-promuoversi, senza più leggere i tweet degli altri e senza più curarsi del dialogo.

In sostanza, niente più di davvero sociale ma semplicemente un pannello di messaggistica qualunque. E’ la fine dell’epoca dorata in cui – qualche anno fa – si era tutti insieme in un ecosistema migliore e migliorato dagli utenti, dove fare lunghe e produttive chiacchierate.

Intendiamoci: sicuramente le intenzioni di Suarez – e anche le lamentele di Ingram – sono in ottima fede. E probabilmente le stesse ultime scelte di Twitter hanno influito sul modo in cui il network viene usato e percepito (anche se si tende sempre a dimenticare che Twitter è un’azienda e non un dono all’umanità – sarebbe bellissimo se lo fosse, ma non lo è).

Ciò detto, insistere con la retorica del “si stava meglio prima” / “eravamo utenti migliori prima” ha davvero poco senso, a nostro avviso. E questo per tre motivi.

Innanzitutto, il fatto che su Twitter ci sia molto rumore di fondo e una grande fetta di persone che non lo usano bene è innegabile, ma dipende dal fatto che è cresciuto molto in termini numerici. E questa non è una colpa: Twitter non è e non era un giardino privato per pochi eletti, e la sua forza sta anche nell’avere attratto moltissimi individui – anche i più ignoranti in tema di interazione sui social network: è inevitabile e coinvolge tutte le nuove tecnologie. Ma fare dell’elitismo digitale al riguardo non serve a nulla.

In secondo luogo, ci si può lecitamente domandare dove Suarez trovi tutta questa evidenza per dire che “nessuno legge più i tweet” e cose del genere. Siamo davvero diventati tutti brutti e cattivi e senza scampo, orribili promotori di noi stessi cui non frega più nulla degli altri?

Infine, un punto che forse potrà sembrare un po’ controverso, ma su cui vale la pena riflettere: a nostro avviso, Twitter non è in primo luogo uno strumento conversazionale. La sua forza non sta innanzitutto nel promuovere discussioni: quando si vuole discutere – quando si vuole discutere davvero, nei termini che Suarez sembra rimpiangere amaramente – il limite dei 140 caratteri diventa spaventoso.

E se da un lato i suoi sostenitori diranno che è un ottimo modo per imparare la sintesi e l’arguzia, dall’altro impedisce delle argomentazioni strutturate: può servire per una risposta ironica veloce o un saluto o un complimento, ma difficilmente è l’ambiente ideale per fare delle “bloody good conversations”.

L’enorme potenziale di Twitter sta nella sua brevità, certo, ma soprattutto se viene utilizzata per condividere contenuti altri: link abbreviati che spostano il focus altrove e alimentano la conversazione in luoghi più adatti (i commenti di un blog, o anche i commenti di Facebook). Danno aria alle parole e permettono di dilungarsi con tranquillità, senza essere per forza brillanti a tutti i costi (il che si traduce molto spesso in banale sarcasmo o cinismo).

Imparare a usare meglio Twitter non significa abbandonarsi al ricordo di un’età dell’oro che probabilmente non è davvero esistita, bensì impegnarsi per diffondere le sue pratiche migliori – meno e meglio, più attenzione, e più cura nei rapporti. Senza snobismi e senza facili generalizzazioni, e sicuramente tenendo gli occhi aperti su quanto sta accadendo a livello tecnologico sulla piattaforma: eventualmente, anche per andarsene e trovarne una più libera e migliore

 

Troppi social network

Quanti social network ci sono sulla rete? La lunga lista di Wikipedia è solo un piccolo esempio ed è tutt’altro che esaustiva, ma è un buon punto di inizio per comprendere quanto l’universo sociale del web sia decisamente sovraffollato in termini di proposte.

Si va dai giganti generalisti (Facebook, Twitter) a siti locali o per specifiche comunità (AsianAvenue, Biip.no), passando per piattaforme dedicate a singoli argomenti (Busuu, Buzznet, GovLopp, PlayFire eccetera). L’offerta è enorme, molto diversificata, e anche molto soggetta a cloni: pensate ad esempio alla quantità enorme di luoghi dove condividere fotografie, come nota David Roccato: Flickr, 500px, Pinterest, Twitter, Instagram, Streamzoo, EyeEm, Tadaa, Hipster, WeHeartPics, Stampzz, Pixable, Piictu, Cinemagram, Pictarine, Loopcam, Flixel, Pic…

Ci sono così tante reti disponibili che funge da piattaforma per le persone di avere interazione o relazione con le persone in linea. Il servizio di social networking è anche chiamato come sito di social network o social media. Esso collega le persone, così come la conoscenza e l’organizzazione. Il contatto di rete che funge da fonte utile è disponibile online.

Come scegliere? Quali luoghi frequentare? E ha senso crearne di nuovi?

Uno degli errori tipici dei marketer alle prime armi – e non solo – è quello di iscriversi un po’ dappertutto: perché bisogna esserci, perché si pensa che ad ogni canale aperto corrisponda automaticamente un miglioramento della propria reputazione sul web (o quantomeno, un incremento di visibilità).

Ma non è così. Sebbene online sia possibile gestire l’ubiquità in modo abbastanza semplice, bisogna sempre considerare che la presenza su ogni piattaforma deve essere autentica e reale – esattamente come nella realtà fisica di ogni giorno: se decidiamo di frequentare un gruppo di persone, non basta farsi vedere una volta ogni tanto per dire ciao. Bisogna viverlo attivamente: conversare, condividere, alimentare lo scambio di informazioni e pensieri.

Un uso troppo spiccio e superficiale di questi mezzi porta invece a una pericolosa frammentazione dei propri contenuti (e della propria attenzione): c’è un limite ovvio alla disponibilità social, e non dobbiamo dimenticarci che “gestire x profili” in realtà significa “gestire x luoghi di conversazione”. L’unico vangelo valido qui è l’impegno, non l’attenzione maniacale ai numeri.

Da questo punto di vista, benché il tema “troppi social network” sia già ampiamente discusso, si continua sottovalutare un punto chiave – probabilmente a causa di una percezione ancora troppo “virtuale” di questi spazi. Come se la loro essenza fosse molto diversa e distante da quella che ci spinge ad aggregarci e stare con altra gente nella vita offline.

In fondo, noi stiamo su un social network per quattro grandi motivi: perché ci troviamo persone che conosciamo già; per interagire con nuove persone; perché ci interessa l’eventuale argomento specifico della piattaforma; a causa del passaparola. Pensare a questi strumenti come a meri sistemi per trasmettere o amplificare un contenuto significa fraintenderne il significato, l’intima e delicata natura interpersonale.

Potremmo dunque dire che la nostra partecipazione attiva (non la semplice iscrizione) a un social network è determinata dalla possibilità di interagire con un pubblico indefinitamente illimitato, sebbene a volte parta da una base di conoscenza pregressa (“Ci vado perché me l’ha segnalato un amico che lo usa”). Si tratta di una definizione che necessita di qualche raffinamento, ma è un punto di partenza.

Per arrivare dove? Semplice: l’insuccesso di Diaspora e la morte di Unthink non sono un caso, ma il sintomo di un problema più ampio: forse “ammazzare Facebook” è impossibile. O quantomeno, è una sfida che va pensata in maniera molto diversa.

Anche App.net, la piattaforma di Dalton Caldwell che garantisce l’assenza di pubblicità e il totale rispetto della privacy per 36 dollari l’anno, condivide il medesimo problema. Si tratta senz’altro di un modello rivoluzionario in termini di business sostenibile, ma non risponde comunque alla domanda fondamentale: perché dovrei spostarmi da Facebook e venire lì?

All’utente poco alfabetizzato va benissimo (purtroppo, si può aggiungere) vendere le proprie informazioni per avere un servizio gratuito. L’unico valore aggiunto percepibile di spostarsi su App.net è quello della privacy. Ma in cambio non bisogna dare solo danaro: bisogna anche sconvolgere tutte le relazioni che si sono coltivate nel tempo.

E questo è un dettaglio che forse viene poco ricordato: se vogliamo “ammazzare Facebook” dobbiamo fornire una risposta migliore a tale questione, prima ancora di creare un ambiente libero e dal design ideale: il rischio è di ritrovarsi con una stanza perfettamente arredata, ma semivuota.

Questo perché lo spostamento di una grossa fetta della propria identità digitale comporta una specie di stress da trasloco paragonabile a quello di uno spostamento nella realtà fisica: non lasciamo solo una vecchia casa per una nuova (magari anche migliore), ma lasciamo un quartiere, delle abitudini, dei contatti, delle amicizie. La speranza è che si muovano con noi – e questo sarebbe davvero un momento epocale nella storia del web: la migrazione di massa, proprio come l’aveva immaginata Diaspora. Ma è abbastanza irrealistico, almeno al momento attuale.

Per quanto mi riguarda, l’idea stessa di “ammazzare Facebook” è probabilmente fallace, per quanto nobile. Puntare le proprie risorse su dei social network generalisti è molto rischioso. Il periodo di grande adozione di questi canali si è sostanzialmente spento: restano invece aperte e interessanti le nicchie (come LinkedIn per il lavoro o, per restare in Italia, Pazienti.org per la salute) e le ibridazioni (vedi il brillante successo di Pinterest: a metà fra bacheca, sito di social shopping e social network). Lo stesso Myspace si è dovuto reinventare lungo altre vie.

In tali casi la frammentazione, benché in qualche modo inevitabile, appare giustificata: esattamente come nella vita di ogni giorni frequentiamo gruppi diversi di persone e ci giostriamo fra diversi interessi (ma con la medesima curiosità e passione), così sul web.

Il che è anche un suggerimento implicito agli startupper: continuare a copiare idee pregresse o lanciare l’ennesimo, fighissimo ambiente social per condividere questo o quello è una strategia perdente, senza un’idea davvero forte alle spalle.

 

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