A volte, quando un ragazzo fresco di laurea decide di intraprendere la carriera di giornalista in Italia, può succedere che si trovi a dover svolgere incarichi al limite dell’indecenza. Io, ad esempio, qualche anno fa ho speso mesi a “ottimizzare” il forum di un noto sito di fitness maschile.

La parola ottimizzare è ben più che un eufemismo, dal momento che in realtà quello che mi veniva richiesto era di creare una serie di profili fasulli (o, se preferite, sockpuppet) che ogni giorno, a intervalli predeterminati, dovevano accedere a un forum altrimenti deserto e rimpinzarlo di post capaci di fomentare discussione.

Non ne vado fiero. Ma era un anno che non lavoravo, ero appena entrato in un service editoriale e quella sottospecie di truffa digitale era il prezzo da pagare per avere una minima chance di pubblicare anche qualche articolo serio. Ma non è questo che conta, quello che conta è che nel mondo questo tipo di pratica truffaldina sta assumendo le proporzioni di un vero e proprio business. Il nome tecnico è crowdturfing, ed è ormai un’industria multimilionaria che affonda le sue radici più robuste in Cina e negli Stati Uniti.

In un rapporto pubblicato lo scorso novembre dal Department of Computer Science della University of California, Ben Zhao e colleghi hanno tracciato la portata di questo fenomeno, ottenendo risultati sconcertanti. Alcuni fra i siti di crowdsourcing più attivi, come Zhubajie in Cina e ShortTask negli Stati Uniti, si sono rivelati essere delle piattaforme di riferimento per chiunque voglia raggranellare qualche decina di centesimo di dollaro postando interventi fasulli in rete.

In teoria, questi siti dovrebbero servire a chi vuole arrotondare il suo stipendio sbrigando in rete semplici lavori autoconclusivi, come tradurre brevi testi, inserire dati in un archivio, catalogare immagini e contenuti, etc.

C’è sempre un dubbio fastidiosi circa la legittimità dei prodotti quando si leggono le loro recensioni online. Si desidera conoscere l’efficacia di qualsiasi prodotto soprattutto quando si tratta di integratori medicinali. Si desidera che i farmaci sicuri e regolamentati che aiutano a guarire e non hanno effetti collaterali. Scopri Recardio, per migliorare la salute del cuore che è davvero efficace.

In realtà, la maggior parte degli utenti web che si rivolge a queste piattaforme, lo fa per intascare qualche soldo inserendo post, tweet, status update pilotati in modo da influenzare l’opinione pubblica verso l’acquisto di un prodotto, la fiducia in un brand o addirittura l’elezione di un determinato politico.

Per fare un esempio, l’88% del traffico amministrato da Zhubajie corrisponde a compiti di crowdturfing, mentre per ShortTask la percentuale sale addirittura al 95%. Il Mechanical Turk di Amazon un po’ si salva, con il 12%, ma solo perché Amazon ha deciso di fare piazza pulita dopo che uno studio aveva denunciato una quota di crowdturfing superiore al 40%.

Il termine crowdturfing deriva dal più oscuro astroturfing, che nel linguaggio del marketing viene utilizzato per descrivere qualsiasi pratica artificiosa impiegata per influenzare l’opinione pubblica costruendo un consenso a tavolino.

Per capire il significato del termine astroturfing bisogna tornare indietro al 1966, quando l’azienda Monsanto cominciò a produrre un particolare tipo di erba artificiale, la AstroTurf appunto, studiata appositamente per essere impiantata nel campo dell’Astrodome di Houston.

Il nome del brand venne ripreso dal senatore democratico Lloyd Bentsen nel 1985, per descrivere la pioggia di lettere preparate a tavolino dalla controparte repubblicana, in contrapposizione al termine “grassroots” (radici dell’erba), comunemente utilizzato per descrivere un consenso cresciuto dal basso.

Oggi, spacciare erba sintentica per naturale è pratica diffusa in qualunque ambito in cui il favore dell’opinione pubblica sia considerato prezioso.

Se l’astroturfing fosse disciplina olimpica, Microsoft avrebbe già collezionato diverse medaglie d’oro. Nel 2001, il Los Angeles Times accusò l’azienda di Bill Gates di aver fatto pervenire centinaia di lettere a diversi quotidiani, per criticare la condotta del Dipartimento di Stato riguardo alle pesanti misure imposte dall’Antitrust.

Successivamente, Microsoft fu anche accusata di aver creato ad arte testimonianze fasulle di persone che avevano deciso di passare da Apple a Windows XP. Ma situazioni di questo tipo si verificano comunemente anche in ambito politico. Recentemente una giornalista olandese, Margriet Oostveen, ha confessato di aver scritto nel 2008 lettere sotto nome fasullo per la campagna presidenziale di John McCain.

Con l’avvento e l’esponenziale espandersi del web 2.0, l’astroturfing ha integrato le opportunità fornite dal crowdsourcing generando una branca più distrubuita ed efficace: il crowdturfing appunto.

La differenza sostanziale tra astroturfing e crowdturfing è che a produrre false lettere, post, interventi e recensioni non è più un ghostwriter foraggiato da un brand, ma un’enorme quantità di utenti che si dedicano a creare contenuti fasulli in cambio di compensi spesso irrisori (l’80% dei compiti assegnati viene pagato intorno ai 10 centesimi di dollaro).

Dall’esauriente rapporto di Zhao e colleghi emerge una panoramica dettagliata di questo business. Tra i compiti assegnati ai crowdturfer spiccano la registrazione di account su siti prestabiliti, l’apertura di gruppi di discussione su forum e piattaforme di instant messaging e la pubblicazione di interventi su social network, blog e siti di microblogging.

Gli autori del paper hanno individuato quattro categorie di crowdturfer professionisti. Nonostante infatti le cifre pattuite siano ridicolmente basse, alcuni hanno fatto del crowdturfing una professione capace di fruttare anche cifre a tre zeri.

C’è chi subappalta la consegna a un gruppo di crowdturfer in erba, chi si serve del proprio seguitissimo account per avviare campagne in favore di un prodotto o un concetto (le multinazionali del tabacco ne sanno qualcosa), chi si specializza in determinati compiti (come la creazione di profili allettanti sui Dating Site) e chi addirittura si propone di arrivare a vendere il prodotto in cambio di un compenso.

Ma questo è solo l’inizio. Il crowdturfing sta infatti per passare allo step successivo, che consiste nell’automatizzare il processo per far sì che l’intervento umano sia il più ridotto possibile.

Recentemente, il community blog Daily Kos ha rivelato l’esistenza di sistemi per l’automazione del crowdturfing conosciuti come Persona Management Software. Questi software sono in grado di creare decine di profili fasulli e di dotarli di tutto l’armamentario necessario a farli sembrare reali. Il che significa: un nome, un indirizzo mail, una posizione geografica plausibile, pagine web e account su social network. Una volta generati, questi fantocci digitali vengono affidati a persone in carne e ossa che li sfrutteranno per tempestare il web 2.0 di interventi pilotati.

Questo processo ha il vantaggio di rendere più credibile il crowdturfing, poiché i sockpuppet che postano i contenuti possono vantare un’attività sul web precedente al momento in cui cominciano il loro lavoro.

Il crowdturfing trova un terrenno particolarmente fertile nelle piattaforme di microblogging.

’analisi che Zhao e colleghi hanno compiuto sul sito Sina Weibo (la risposta cinese a Twitter) rivela l’esistenza di legioni di crowdturfer specializzati nel lancio di campagne (che possono riguardare la promozione di un telefonino, o di un viaggio, o la pubblicizzazione di un concorso), che nel 50% dei casi diventano virali.

Spesso si tratta di veri e propri esperti, che in molti casi arrivano a gestire centinaia di account, con profili che compaiono puntualmente nelle campagne lanciate attraverso i siti di crowdsourcing.

Stiamo parlando di un settore in crescita esponenziale, che genera ogni anno introiti milionari. Ma il fenomeno è tutt’altro che circoscritto. Anche altre piattafome di crowdsourcing, come l’americana Microworks e l’indiana Paisalive, vengono abitualmente utilizzate come rampe di lancio per campagne mediatiche pilotate.

Questo, naturalmente, anche per via della quasi totale mancanza di precauzioni che possano arginare il fenomeno. Chi si registra come microlavoratore nei siti crowdsourcing spesso non viene sottoposto ad alcun controllo, e la possibilità di sfruttare sistemi di pagamento internazionale ha fatto sì che molti siti americani rastrellino microlavoratori da ogni parte del globo.

Tra tutti, solo Amazon Mechanical Turk richiede a chi si registra un numero di conto corrente bancario americano, e non a caso è l’unico sito ad aver ridotto la quota di crowdturfer (dal 40% al 12%, come si è detto).

Quanto a me, ho abbandonato la mia breve e poco proficua carriera di astroturfer dopo pochi mesi, abbastanza comunque a capire quanto possa essere alienante una simile occupazione. Avevo creato quattro sockpuppets diversi: il palestrato buonista, l’emarginato polemico, la femminista pentita, il cinico moralista.

A turno, li lanciavo all’assalto in discussioni con thread del calibro di “Ma il peperoncino è davvero afrodisiaco?”, “La situazione più imbarazzante” o “Dove portarla la prima sera”, e guardavo come rispondevano gli utenti veri (supposto che lo fossero). Nelle ultime settimane ero arrivato a far discutere i personaggi tra di loro, al punto che in alcuni thread l’unico vero utente attivo ero io.