Be-Wizard 2012: il reportage

Rispetto all’edizione dell’anno scorso, il Be-Wizard cambia sede: il nuovo e bellissimo Palacongressi di Rimini.

Qui di seguito riportiamo gli speech della prima giornata dell’evento, con qualche osservazione generale a latere.

 

  1. AVINASH KAUSHIK.

 La superstar dell’analytics quest’anno non è potuta venire, ma ci ha tenuto a inviare un video per illustrare quelli che sono a suo avviso i 3 aspetti più rilevanti del digital marketing nel 2012:

Innanzittutto l’evoluzione dei social media. Il tipo di interazione classica dell’advertising (ma anche in qualche misura delle ricerche online) è a-relazionale, mentre i social media si fondano sul valore, creando relazioni a lungo termine. La ragione per cui non si usano ancora bene, nonostante il loro fenomenale potenziamento? Per Kaushik la risposta è semplice: si misurano i parametri sbagliati. Egli propone dunque quattro metriche chiave per questo canale:

  1. a) conversation rate: la misura dei commenti, dei contributi da parte degli utenti.
  2. b) amplification rate: la capacità di diffondere il messaggio al di là della propria cerchia (es. di follower o likers) – e dunque il numero di condivisioni verso le seconde fasce di follower.
  3. c) applause rate: il numero di likes, +1, favorites su Twitter ecc. Un modo semplice per comprendere se ci stiamo concentrando sulla fascica di pubblico giusto.
  4. d) economic value: il modo in cui la partecipazione social crea opportunità economiche per l’azienda.

Il secondo aspetto del digital marketing contemporaneo è un molto interessante: sviluppare la capacità di ignorare i dati. Di fronte al diluvio di informazioni, Kaushik suggerisce di allenarsi a trovare quelli davvero importanti, da tenere in massima considerazione. E l’unico modo è creare un piano strategico che evidenzi in maniera chiara i target dell’azienda – tutto quello che cade al di fuori, può essere tranquillamente lasciato perdere.

Le piattaforme di social media e i motori di ricerca sono inondati ogni secondo. Internet ha troppe informazioni. Può diventare difficile segregare il diritto da informazioni errate. Analogamente, tutte queste informazioni non sono essenziali. Il trucco sta nell’identificare gli strumenti giusti e le tecniche giuste. Si può intrufolarsi una sbirciata qui e capire come raccogliere le informazioni giuste.

Usando i custom report, possiamo creare un ecosistema sostenibile di dati. (Tre punti chiave che non dovrebbero mai mancare sono le acquisizioni di utenti, il loro comportamento sul sito e i risultati del loro passaggio).

Il terzo aspetto è, prevedibilmente, il mondo mobile. Non è davvero più il caso di pensare in termini di “ottimizzazione mobile” o “mobile marketing” – tutto dovrebbe essere così ormai. Il suggerimento chiave è di targetizzare sempre più e sempre meglio: grazie ai dati di geolocalizzazione è possibile fare passi avanti enormi. Se Kaushik cercasse in quel momento “best hotel Rimini”, gli dovrebbe arrivare un’offerta dedicata a quelli che vivono in Silicon Valley, dove si trova. A livello di analytics, è importante ricordare che bisogna misurare non solo i click ma anche gli spostamenti e le telefonate (tutte cose che si possono fare fisicamente tramite gli smartphone, che sono appunto in ogni caso telefoni).

 

  1. JEFF BULLAS (I).

La prima parte dell’intervento di Jeff Bullas – uno dei più famosi blogger ed esperti di social media marketing, con un robusto accento australiano – si concentra su temi di carattere generale.

Dopo aver presentato le tre grandi fasi del web (dominate rispettivamente da portali, motori di ricerca e social network), sottolinea come la crescita della frequentazione della rete ha portato anche a una crescita verticale del rumore di fondo. E anche una certa misura di ossessione: ogni giorno ci sono 7,2 miliardi di ricerche su Google; ogni mattina il 48% delle persone fra 18 e 34 anni controlla subito Facebook. “Se questa non è ossessione, non so cos’è”, commenta Jeff.

Abbiamo quindi un problema numerico. Più di 500 milioni di siti, più di 155 milioni di blog, 1 trilione di pagine visualizzate su Facebook nel 2011. Ogni minuto ci sono 700.000 ricerche, 600 video caricati su YouTube, 80.000 wall post su Facebook, un diluvio di banner. Come emergere?

Secondo Bullas, il problema vero è che pensiamo ancora in termini analogici. In termini di telefono, radio, giornali eccetera – ed è naturale, abbiamo pensato così per decenni. Ma la sfida è proprio questa, di andare alla velocità di cambiamento reale della tecnologia: e si tratta di un cambiamento di pensiero.

E dunque:

  • I social media amplificanoil vostro contenuto.
  • I social media permettono di emergere. Il fatto che Bullas sia qui lo dimostra: emerge nel web. Usando bene i social media non si rimane avvolti nel rumore.
  • Usare i social network è come fare networking con gli steroidi. Con un update è possibile parlare direttamente a migliaia o centinaia di migliaia di persone, non con uno sparuto gruppetto. I limiti della conversazione reale sono distrutti.
  • Inoltre, accelerano la diffusione del proprio brand.
  • Possono posizionarvi come degli esperti(e aumentare dunque la credibilità e il valore del brand).
  • Tagliano il middle-man: sono strumenti di self-publishing, e potete pubblicarci qualsiasi cosa. E tutti possono essere editori.
  • Il word of mouth diventa globale: un world of mouth. E “Su internet, nessuno sa che sei un cane”: la famosa vignettadimostra una volta di più che sul web bisogna creare fiducia, e i social media sono un ottimo mezzo per farlo.

Ma quale network usare? Ce ne sono tantissimi, e la scelta non è sempre facile.

Certo, essere su Facebook è fondamentale. E Twitter sta diventando sempre più importante – così come SlideShare, LinkedIn e YouTube. L’approccio giusto è quello di avere il proprio sito come hub, base centrale di diffusione (perché lo possedete e avete il controllo, mentre i social network sono sotto controllo di altri – potete sempre essere bannati ecc.): da lì però occorre effettuare un’attenta diffusione multicanale. E multimediale: microblogging, newsletter, articoli, ebook, case studies, eccetera – in questo modo potrete raggiungere l’audience più ampia possibile.

“Dovete iniziare a pensare come degli editori”, insiste Bullas: creando un obiettivo preciso, ottenendo impegno dalla parte della direzione, capendo chi sono i vostri clienti (che media usano, in quante tipologie si dividono) e pianificare il contenuto migliore. E poi “modificare, cancellare e ripetere”.

Quanto alle tattiche…

Facebook. Perché usarlo? Perché ha una quantità di utenti impressionante, consente di pubblicare contenuti multimediali, e potete creare degli annunci pubblicitari targetizzati. Il tutto dalla vostra business page.

Alcuni consigli base: pubblicare contenuti ogni giorno, fare ricerche di marketing crowd-sourced, ottenere iscrizioni per le newsletter, proporre offerte speciali e incentivi per chiunque vi metta un like, pubblicare contenuto educational.

Twitter. Perché usarlo? Più di 500 milioni di utenti, grande capacità di targetizzazione e monitorizzazione. Inoltre è globale, in tempo reale, fantastico per amplificare i contenuti (specie dei blog), e molto semplice.

Consigli: includete il logo nell’account, aggiungete l’indirizzo del vostro sito, rendete facile la condivisione. E soprattutto ascoltate e comunicate: create un live feed del vostro brand per capire cosa dice la gente, rispondete alle menzioni, twittate di frequente.

LinkedIn. Qui il network è già pre-orientato al business. Perché usarlo? 150 milioni di membri, fantastico per il networking e le opportunità di lavoro.

Consigli: creare un profilo pubblico, attivare il link a twitter nell’homepage e i feed del blog, pubblicare i vostri post.

YouTube. Perché usarlo? E’ il secondo motore di ricerca al mondo, ed è più facile arrivare ai primi posti rispetto a Google. La prassi è creare un vostro canale brandizzato e caricare video che promuovano contenuti di valore, anche educazionali.

SlideShare. Perché usarlo? Perché è il YouTube per PowerPoint, ed è grandioso per il B2B. Condividere presentazioni e consentire di scaricarle è un ottimo modo per promuovere la qualità del vostro brand.

Blog. Perché usarli? Perché sono la casa del vostro contenuto, perché fanno benissimo al SEO, sono facili da usare, e creano autorità. La prassi è bloggare regolarmente e condividere con cura: cosa? Articoli che contengano tip, how-to-do, che siano davvero utili per gli utenti.

 

  1. GUY CLAPPERTON.

Dopo la pausa caffè sale sul palco Clapperton, giornalista specializzato in social media e autore di This is Social Media e This is Social Commerce. Ha un bell’accento inglese. Titolo dello speech: “Going beyond social”.

Domanda: quanto sono importanti i social media per la vostra organizzazione? Se la risposta è “Molto”, allora Clapperton rilancia: perché?

I social media sono strumenti di interazione ed engagement basati sostanzialmente sulla parola. (Una buona definizione). Tramite essi potete scegliere se diventare reattivi oppure attivi (Clapperton odia la parola “proattivo” – ci sta già simpatico!); potete innovare; potete fare ricerca e sviluppo e assumere persone.

L’uso reattivo comporta, come indica la parola stessa, una reazione a un contenuto generato dall’utente. Un esempio: l’azienda di hardware Carphone Warehouse. Ora che tutti possono lamentarsi sui social media di una brutta esperienza, Carphone Warehouse ha piazzato una risorsa a monitorare tutti questi feedback. Il suo compito era dire che potevano risolvere subito il problema: la mossa chiave era fornire l’email del supporto e togliere la questione dall’universo sociale, trasformandola in privata.

Un altro esempio. La compagnia di shopping online e televisivo QVC ha cominciato a un certo punto a vendere delle macchine per gelato economiche. I risultati sono sembrati notevoli, e nessuno ha rispedito indietro il prodotto: sembrava fantastico. Poi QVC ha cominciato a monitorare i social media, esattamente come ha fatto Carphone Warehouse. Risultato? Il feedback era devastante: che schifo è ‘sta macchina del gelato? e roba simile. Non l’hanno rimandata indietro perché costava solo 15 euro, ma l’esperienza è stata pessima, e il brand ne è uscito danneggiato.

Ma, sottolinea Clapperton, essere attivi è ancora meglio. Promuovere, conversare, creare engagement: certo, sembrano tutti cliché e ogni social media agency lo ripete, ma sono cose davvero utili. L’importante è evitare usi goffi del mezzo: ad esempio i tweet di Kenneth Cole legati alle rivolte egiziane o i tweet di Habitat, legati all’hashtag #Iran solo per promuovere i propri prodotti…

In generale, Clapperton punta il dito su un modello di pensiero sbagliato. Una compagnia di jeans ottenne migliaia di dollari di vendite grazie ai social media (con un investimento bassissimo), e un interlocutore si voleva concentrare ancora sul “numero di like”! Questo per dire che occorre focalizzare l’attenzione sui dati reali, quelli che muovono il business.

Questo pensiero banale è evidenziato anche da uno stile di comportamento diffuso: stare sui social media “perché si deve”. Non è l’atteggiamento giusto: quello giusto è trovare un chiaro obiettivo per starci. E quindi:

  • Non chiedetevi perché i social media sono importanti, madite a voi stessi perché.
  • Mappate cosa verrà fuori.
  • Tenete traccia dei costi e fate un piano.
  • Misurate, misurate, misurate!

Domanda dal pubblico: “Come evitare di pensare che vada tutto bene senza un feedback?”

Clapperton: “Be’, certo, ci sarà sempre qualcuno che parla di voi da qualche parte. Una soluzione è fare semplicemente delle piccole ricerche su tutti i social network principali (e in ogni caso tenere d’occhio quelli dove siete presenti). Una paura interessante e frequente è: Non vogliamo essere sui social media, altrimenti la gente comincerà a parlare male di noi lì. Ma è un modo assurdo di porre la questione: stando presenti sarà possibile controllare queste conversazioni – che tanto avverranno comunque.”

 

  1. MAURO DELLUNIVERSITA’.

(Pochi minuti prima della ripresa dopo la pausa pranzo, la sala è prigioniera di una versione metal di Eleanor Rigby dei Beatles. Segue Hungerstrike dei Temple of the Dog. Vedere il compassato presentatore Rodolfo Baggioche passeggia sul palco sotto le note di “Hungerstrike”, beh: non è niente male).

Mauro Delluniversità è consulente in Marchi in Italia e Mandataroio Europeo, scrive di proprietà intellettuale e diritto informatico. Il suo intervento è dedicato a una chiarificazione generale dei problemi di copyright e trademark in ambito marketing.

Presupposto: tutto ciò che è valido offline giuridicamente è valido anche online. Internet è una nuova faccia della realtà, e deve quindi sottostare alle medesime regole: con definizioni e categorie migliorate e più adatte, certo.

Il diritto d’autore tutela dunque anche le porzioni creative di codice delle pagine, non solo il loro aspetto o contenuto. Per avere forza contrattuale nei confronti di un eventuale interlocutore è sempre bene possedere degli elementi che difendano i propri diritti – registrare il marchio, in primis. O, se siete dei creativi, evitare di fornire servizi molto simili (quasi uguali) anche a livello di layout a due aziende diverse.

Delluniversità si concentra anche sulle policy dei social network (quelle che non legge nessuno, esatto). Ad esempio Twitter: creando un profilo, mi impegno a rispettare determinate norme sul diritto d’autore, e concedo alla piattaforma il diritto di utilizzare, copiare, adattare, modificare, trasmettere eccetera tale contenuto anche se in via non esclusiva. Cose che diamo per scontate, ma che non lo sono affatto.

Ricorderete tutti l’esempio delle battute di Crozza “copiate” dalla rete – con il tam-tam su Twitter che ne seguì, il famoso hashtag #copiaeincrozza. In realtà le cose non erano affatto semplici. Esattamente come ci sono tanti film diversi su Robin Hood, allo stesso modo Crozza non ha violato il diritto d’autore (l’avrebbe fatto se avesse copiato e incollato i tweet così com’erano spacciandoli per propri). Ma ne è uscito comunque con la reputazione sporcata, e queste sono cose che la gente non dimentica.

Allo stesso modo è uscito molto male Sarkozy, che ha seguito su Twitter un falso Mario Monti. Niente di grave, si dirà: ma è una gran brutta figura, e non è difficile pensare a un ragionamento del tipo: Se questo non sa manco riconoscere il vero Monti, come farà a guidare bene la Francia? In generale, i social network sono dei mezzi potentissimi e proprio per la loro potenza rischiano di creare dei grossi problemi a livello di reputazione (basti pensare anche alla diffamazione).

Un altro esempio: le furbate sulle URLSardinia-ferries.it è un sito di traghetti per Sardegna e Corsica; ma Sardinia-ferries.com fa un redirect su Ok-ferry.com, una società di ticketing – che così facendo sfrutta il nome e l’URL simile a una delle compagnie che serve per portare traffico sul proprio portale. Si può fare? A quanto pare sì, perché Sardinia Ferries non ha specificato alcuna restrizione dell’uso del marchio: l’ha data per scontata.

Ma tutto questo, conclude Delluniversità, ci insegna proprio a dare molto meno per scontata la difesa del proprio marchio.

 

  1. DAVID SOTTIMANO.

SEO Consultant di Distilled, canadese di origine italiana, Sottimano è un tipo brillante e sul palco si sa muovere davvero bene (anche se a un certo punto si accorgerà di avere sbagliato serie di slide…). Parla dell’online reputation management, e la prima screenshot è una pugnalata: brand search di Alitalia su Google.co.uk: fra i primi risultati, Alitaliasucks.com. Bam.

Ecco, è proprio in casi come questi che cadono veramente le braccia: una semplice ricerca su Google restituisce degli elementi che rovinano completamente il proprio lavoro e il proprio marchio.

Quindi – come sfruttare il SEO per gestire la reputazione online? Di certo non è possibile rimuovere i risultati negativi o critici: è illegale. L’unico modo è creare e promuovere i risultati neutrali e positivi legati al proprio brand. In questo modo i risultati negativi decadono nella SERP e vengono scalzati.

Naturalmente, il punto di partenza è sempre lo stesso: Siate aperti e onesti. Coltivare la trasparenza è la prima cosa, perché riduce di molto i casi del genere. Monitorate, rispondete e prevenite le critiche: intervenendo rapidamente si possono evitare dei seri problemi di reputazione: alzate le braccia, ammettete l’errore, scusatevi e cercate di risolverlo. Funziona sempre.

Da questo punto di vista è bene usare Google Alerts e fare delle ricerche ad hoc su Google, su un browser che non usate mai, dove non avete account aperti di nessun tipo, e naturalmente fare la stessa cosa anche sui social media.

Ed ora ecco i consigli SEO per migliorare la reputazione e scalzare i risultati negativi:

1) Cercate ciò che è buono o neutrale su di voi nel ranking. E create dei link rilevanti a questi contenuti.

2) Se non li avete già, create dei profili sui principali social network – Facebook, LinkedIn, Google+, Pinterest, Twitter: andranno tendenzialmente al volo ai primi posti. E sono neutrali.

3) Inoltre, create altri exact-match domain: Davidsottimano.it, David-sottimano.net e cose del genere, ma anche domini su WordPress e Typepad. Il contenuto può essere anche da poco – qualche foto, qualche informazione generica. In questo modo occuperete altri posti in buone posizioni nella SERP con dei siti che avete sotto controllo.

4) Per finire: buone press release e video su YouTube. YouTube va alla grande nelle ricerche su Google. Tutto questo creerà un muro contro i risultati cattivi.

Domanda: “Come si gestiscono i commenti cattivi su Tripadvisor?”

Risposta: “La cosa migliore è trasferire la conversazione altrove, fornendo un’email e dirottando l’attenzione del cliente in un dibattito privato [la strategia già evidenziata da Clapperton, ndr]. Se invece ci sono un sacco di commenti spam o fake gratuiti, parlatene con Tripadvisor e fateli cancellare. Oppure, scoprite come funziona Tripadvisor a livello SEO e… manipolatelo!”

 

  1. HANNAH  SMITH.

Un’altra SEO Consultant di Distilled. Tema dello speech: “How to measure the success of your social media efforts”.

La mossa giusta con cui cominciare una strategia social è capire cosa si vuole ottenere dalla campagna, in maniera molto mirata e senza generalismi. Aumentare l’engagement, capire cosa ne pensa la gente di voi, aumentare il numero di clienti, riposizionare il brand, fare customer service… Per ognuno di questi obiettivi è necessaria una strategia precisa e diversificata.

In generale, anche secondo Smith ci sono due tipi base di campagne: quelle reattive (customer service e reputation management) e quelle proattive (essì, a differenza di Clapperton, a lei piace “proattivo”: fare in modo che la gente parli di voi, lanciando per primi il sasso nello stagno).

Un pessimo esempio di campagna reattiva è stato il caso Dell Hell (davanti al famoso video di un computer Dell che esplode, la compagnia non ha detto nulla per un bel po’, fino a quando il caos non si è fatto insostenibile).

Dunque: è inutile stare lì a cercare menzioni e riferimenti al vostro brand dappertutto, e finire nel panico se vedete tanti commenti negativi, senza muovere un dito. Create subito una strategia, reagite al meglio! Un disastro di PR vi costerebbe comunque di più – esattamente come è costato caro a Dell.

Ma anche per Smith le campagne proattive sono senz’altro più interessanti. Un ottimo esempio è Old Spice: per riposizionare e svecchiare questo marchio di deodoranti e profumi, è stata creata una strategia ironica e brillante che viaggiava in particolare su YouTube, fatta sia con celebrità che con persone normali. In questo modo il target più giovane è stato intercettato alla perfezione.

La cosa fondamentale, in ogni caso, è cercare di capire quale contenuto funziona meglio su quale piattaforma. Ad esempio: su Facebook il photo sharing è fantastico; su Twitter meno.

E per finire: l’ultimo click non racconta l’intera storia. Se uno vi cerca su Google e poi prenota il vostro albergo, non è solo merito del SEO: magari si tratta di un cliente di ritorno; magari ha letto benissimo di voi su un social network; magari, chissà. Per questo è importante pensare in termini multicanale e tenere d’occhio l’intero scenario.

 

  1. PAOLO ZANZOTTERA.

Amministratore delegato di ShinyStat, già autore di un’ottima presentazione l’anno scorso, anche quest’anno sale sul palco armato della sua straordinaria passione.

Prima di approfondire il tema (“Analytics e comunicazione a 360 gradi”), Zanzottera fa una fondamentale premessa sul metodo: il come, non il cosa. Il web marketing è ancora tutto da scoprire, e Zanzottera invita a fare proprio il motto di Galileo: “Misura tutto ciò che è misurabile e rendi misurabile ciò che non lo è”. La misurazione è sempre un punto di partenza, mai di arrivo: fare dei report finali con l’analytics è sbagliato. L’analytics serve dunque per scoprire i fenomeni.

Come fare? Con un processo che produca Kaizen – termine giapponese che sta per “miglioramento continuo”, processo di cambiamento continuativo: fate ogni cosa in maniera incrementale, cambiando un solo elemento per volta; rendete il processo circolare; cercate sempre nuove soluzioni.

Nel concreto, secondo il ciclo PDCA di Deming:

1) PLAN. Pianificate una modifica e fissa delle metriche di misurazione. All’inizio, non alla fine! Senza punti di conversione, non si lavora bene.

2) DO. Implementate la modifica decisa e controllate che tutto sia okay.

3) CHECK. Verificate attraverso la misurazione, secondo le metriche decise all’inizio.

4) ACT. Determinate la riuscita o meno della modifica confrontando i risultati. Da questo avrete imparato qualcosa, e avrete anche nuovi spunti – nuove modifiche da pianificare. E il ciclo ricomincia!

Il tutto viene spiegato da Zanzottera con due ottimi esempi legati a un e-commerce: la modifica di una pagina web e del subject della newsletter, tramite A/B split test. Con risultati evidenti.

“I numeri sono democratici”, spiega con entusiasmo autentico Zanzottera: “e quando sei bravo vieni premiato perché sei stato bravo e hai un metodo; non perché sei raccomandato. C’è tutto un modo da scoprire, non state fermi. E’ una tristezza vedere tutto fermo sul digitale”.

Questo vangelo si rispecchia anche nella comunicazione: misurando ogni canale con lo strumento adeguato e nel modo più adeguato. Al giorno d’oggi infatti la comunicazione si sposta di continuo: dal vostro sito alle piattaforme come YouTube, ai social network, fino alle app: un processo di allontanamento, diffusione ed esternalizzazione del contenuto che va accuratamente monitorato.

Da questo punto di vista, è possibile usare degli strumenti ad hoc per tenere sotto controllo questi continui spostamenti, per collegare i dati e centralizzarli, e avere dei report ancora più completi. C’è la social analytics, e c’è anche – elemento molto interessante – l‘app analytics.

La vostra app è usata soprattutto in 3G? Tenetela leggera. Avete più utenti wi-fi? Concedetevi qualche contenuto ulteriore. Quando gli utenti lanciano per la prima volta la vostra app? La rilanciano, soprattutto?… Tutto questo è facilmente tracciabile, e altrettanto facilmente si potranno predisporre delle modifiche di conseguenza, dei tentativi. Che saranno a loro volta testati, e così via.

Un altro esempio, sempre molto concreto: il 40% delle ricerche mobile su Google è locale; il 50% su Bing, idem. E allora perché non tenerne conto? Se cerco “negozio camicie milano” sullo smartphone, uno dei primi risultati è in Flash. Ottimo lavoro a livello SEO, ma la presenza di Flash inibisce automaticamente il canale. Invece Boggi dà un bel sito ottimizzato con lo shop selector: che è esattamente quello che cerca un utente mobile se vuole una camicia gironzolando per Milano.

Tutto questo avvicina sempre più il mondo online al mondo offlineQuesta è la vera comunicazione a 360 gradi, che va connessa a una misurazione a 360 gradi: centralizzare l’analytics di tutti i canali per compiere sempre le decisioni migliori con il massimo controllo.

 

  1. JEFF BULLAS (II).

Bullas torna sul palco a fine giornata di fronte a un pubblico piuttosto stanco, ma non riesce nell’intento di svegliarlo. Il suo secondo intervento è dedicato al controllo dei parametri della propria reputazione online, ma è un coacervo di concetti base – l’influenza non risiede più in luoghi deputati (grandi scuole, grandi giornali, ecc.) bensì può essere creata in modi diversi, dal basso, sfruttando le risorse online: individuando un target, scrivendo buoni titoli e bei contenuti, creando newsletter e il SEO… Insomma, la solita ricetta nota e stranota.

Bullas chiude con un po’ di case studies – Guy Kawasaki, Tim Ferriss, Darren Rowse, Mari Smith – e sfiora il tema della misurazione dell’influenza con altrettanta superficialità (Klout e compagnia): ma l’attenzione se n’è già andata da un pezzo.

 

QUALCHE OSSERVAZIONE.

L’anno scorso il moderatore Anthony Smith era un life coach poco competente della materia. Quest’anno Rodolfo Baggio ha invertito il trend: competente, ma fin troppo di poche parole. Una via di mezzo capace di coinvolgere la platea e tirare i fili fra i vari interventi, senza esagerare, sarebbe l’ideale.

L’organizzazione appare comunque migliorata: il wi-fi era molto più vivo rispetto al 2011, e la location del Palacongressi di Rimini era davvero straordinaria.

Nel complesso, i contenuti dell’edizione 2012 ci sono apparsi meno interessanti rispetto a quella precedente. I recap generici e le osservazioni base sui social media hanno preso il posto degli approfondimenti brillanti e ricchissimi di spunti che avevamo avuto modo di apprezzare. Anche le capacità di tenere il palco sono apparse decisamente sotto la media. Qui di seguito qualche commento:

Kaushik: intervento d’occasione, senza infamia né lode. Una summa condivisibile con un pensiero importante: l’idea di promuovere un certo oblio dei dati.

Bullas: Delusione totale. Due speech veramente banali e generalisti, senza idee nuove, senza linfa, un semplice riassunto di strategie e tattiche for dummies. Ci aspettavamo davvero tutt’altro, da uno dei maggiori esperti di social media marketing.

Clapperton: Uno speech ricco di esempi, interessante, ma forse un po’ poco centrato. Comunque utile per avere sottomano gli effetti positivi e negativi delle campagne social.

Delluniversità: Alcuni utili correttivi e suggerimenti per migliorare la propria presenza sul web dal punto di vista legale. Fuori dal coro, ma proprio per questo interessante.

Sottimano: Chiaro e diretto, a parte l’inconveniente delle slide. Il metodo di lavoro descritto è piuttosto noto nel settore, ma Sottimano ha avuto il pregio di mostrarlo con grande bravura. Un utile riassunto.

Smith: Intervento discreto, ma di nuovo, un po’ generalista e riassuntivo. (E forse l’esempio di Dell Hell non era proprio il massimo dell’originalità…).

Zanzottera: Il migliore. Incisivo, coinvolgente e preciso. Slide fantastiche, tanta concretezza e passione, e la platea è catturata. Bravissimo!

 

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