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[E-Festival 2011 ]: La proprietà intellettuale nell’era digitale

 

[E-Festival 2011 ]: La proprietà intellettuale nell’era digitale

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di Matteo Scandolin

 

Doveva durare un’ora e mezza e invece ha sforato le due ore l’incontro di ieri ai Chiostri dell’Umanitaria, dedicato alla proprietà intellettuale nell’era digitale.

Stefano Rocco modera un panel che cerca di spiegare al pubblico che cosa succede con cinema, musica, editoria al di là degli schermi dei nostri computer: che vede sul palco il (nuovo) direttore di Wired Antonelli, Jacopo Barigazzi de Linkiesta, Paolo Bottazzini (fondatore di Pquod e autore di Googlecrazia), Fernando Mantovani (direttore vendite di laFeltrinelli.it), Michele Fornasero (produttore di ZooSchool).

Sono state due ore davvero intennse: Rocco ha ricordato che dieci anni fa lui era considerato come un bambino che giocava con la tecnologia, mentre intorno le industrie discografiche, editoriali e cinematografiche alzavano delle barriere per evitare di vedere quello che stava succedendo nel mondo: adesso il web è esploso, anche in Italia, e le barriere non servono più: internet è passato dall’essere un problema a essere, quasi, la soluzione.

Però Antonelli non è d’accordo: chiama le tre grandi industrie “latifondisti”, che hanno avuto un controllo totale ed eccessivo del consumatore, imponendo tempi, cataloghi e prezzi che hanno esasperato l’utente medio. All’arrivo dei primi masterizzatori e gli mp3 la rivoluzione è stata di tipo culturale, e non generazionale: non erano soltanto i giovanissimi a scaricare materiale pirata, ma erano persone normali, che magari cercavano dei dischi o dei film che le major non tenevano più in catalogo.

Nessuno ha voluto capire questi cambiamenti, magari cercando di assimilare certe conoscenze diverse per poter rimanere in campo (cosa che invece è stata fatta dai maggiori produttori di macchine fotografiche, per esempio, per non scomparire dal mercato). Solo adesso si accetta l’esistenza di modi diversi per ottenere risultati diversi ma non per questo meno buoni (anche se magari a minore redditività rispetto ai grandi kolossal hollywoodiani).

Barigazzi de Linkiesta porta la sua esperienza di giornale finanziato dal basso: avere 80 soci che condividono in parti uguali delle quote del giornale significa, per esempio, assicurarsi che nessuna storia venga censurata: ci sarebbero troppe persone da mettere d’accordo. Non che non ci abbiano provato, dice Barigazzi: ma non c’è stato modo di riuscirci.

Tutti i rapporti, all’interno de Linkiesta, sono basati sulla rete: da quello coi lettori a quello coi redattori: i tre quarti dei suoi collaboratori Barigazzi non li ha mai visti, ci lavora solo per email. E la carta, chiede Rocco? Per il momento non c’è un futuro di carta, nei piani de Linkiesta, o meglio: c’è, ma non passa per l’edicola – ma per le librerie. Vedremo.

Paolo Bottazzini mette in evidenza come Google stia diventando sempre più il centro dell’attualità delle nostre vite: le cose che diventano rilevanti per gli algoritmi di Google diventano rilevanti anche per noi – che a nostra volta influenziamo gli algoritmi di Google: sta cercando di prendere il posto di dio, in un certo senso, e trasformare la stupidità in intelligenza, prendendo tutto (tutto!) quello che viene prodotto dall’umanità e farne cultura.

Internet è il posto in cui non si perdono le cose, e Google ci aiuta a trovarle: ma per non perderle siamo costretti a crearne di nuove (tag, post di blog pieni di link, tweet), aumentando così il numero di “cose” presenti in rete e amplificando di conseguenza il ruolo di Google stesso come filtro e motore di ricerca, sostituto degli “esperti del settore” che fino a pochi anni fa decidevano cos’avesse senso nel mondo.

Daniele Cassandro, anche lui di Wired, aggiunge che internet non è il problema e non è neanche la soluzione: è uno strumento fondamentale per chiunque, oggi, a cominciare dai giornalisti che lo possono utilizzare per verificare le informazioni. Racconta di quando, appena iniziato a fare il giornalista, ci fosse un solo computer collegato a internet in tutta la redazione – e si poteva connettere un’ora sola al giorno! – e quel computer venisse utilizzato per i fact-checking: il suo caporedattore, all’epoca piuttosto anziano, aveva già insegnato loro a non fermarsi al primo risultato delle ricerche, ma a continuare a leggere tutte le voci riportate.

Idee drastiche vengono da Fernando Mantovani di laFeltrinelli.it, con un passato in case discografiche: perché abbiano davvero senso i prodotti di cultura digitali ci sarebbe da rivedere tutto l’ordinamento sul diritto d’autore, in particolare in Italia ma anche in tutto il mondo. Le licenze Creative commons, per esempio, sono un ottimo modo per iniziare, ma si affiancano soltanto alla legislazione già esistente, senza fornire grandi garanzie (a parte pochi illuminati paesi del mondo).

I DRM? Non servono: si possono già trovare ebook pirata, per fare un esempio: ma la proprietà intellettuale non riguarda solo libri-musica-film, ma anche i brevetti: e mettere d’accordo multinazionali e industrie diversissime tra loro appare un’impresa ardua – anche se molto interessante.

Infine Michele Fornasiero ha parlato del suo ZooSchool, un lungometraggio di denuncia scolastica mischiato all’horror, di Andrea Tomaselli: il film è stato finanziato dal basso, e addirittura tutta la troupe ha lavorato nell’ottica di ricevere una percentuale sui futuri ricavi del film. L’unica maniera per spingere delle maestranze cinematografiche a lavorare su queste basi è che il progetto sia davvero ottimo e li convinca.

Il crowdsourcing d’altro canto funziona su basi totalmente meritocratiche: solo il progetto che convince fino in fondo può essere finanziato in questa maniera; altrimenti nessuno investirà denaro (e tempo lavorativo, nel caso di chi deve materialmente fare il progetto).

La chiosa di Fornasiero, riallacciandosi ai discorsi iniziali di Antonelli, è che la pirateria, tutto sommato, ha dato una mano a certe industrie, rendendo disponibile materiale difficilmente recuperabile, e creando un volano di interesse per i prodotti collegati (scarico l’album di un artista e però poi lo vado a vedere in concerto, per esempio): e Mantovani non ha smentito…

[23/09/2011]

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[E-Festival 2011 ]: “Caro web, mi piaci tanto ma sono confuso”

[E-Festival 2011 ]: “Caro web, mi piaci tanto ma sono confuso”

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di Matteo Scandolin

 

Un incontro di quasi due ore con professionisti del settore, chiamato amichevolmente Caro web, mi piaci tanto ma sono confuso (nuove frontiere del marketing B2B).

I paletti: a Milano in questi giorni si tiene la Social Media Week, una “piattaforma globale che mira a connettere persone, contenuti, e discorsi riguardo le tendenze emergenti nei social e mobile media”. Da lunedì 19 a venerdì 23 settembre un calendario fitto di appuntamenti importanti, aperto la mattina di lunedì da un panel d’eccezione.

Nel pomeriggio, allo Urban Center in Galleria Vittorio Emanuele hanno raccontato quello che cambia nel modo difare marketing B2B Massimo Pellegrino, Fabio Lazzarino e Luca Scagliarini – moderati da Riccardo Staglianò.

Il B2B, o business to business è nelle parole di Staglianò “la cosa meno sexy che si possa fare”: è un campo che è stato trasformato radicalmente dalle nuove forme di comunicazione (suddivise arbitrariamente in bite, spuntini di informazioni, snack, un articolo di un blog, meal, un approfondimento come quelli che si trovano nei giornali online). Ma è anche uno dei pochi campi in cui è possibile utilizzare tutte le tecniche di marketing possibili.

Grazie ai social media è possibile tenere sotto controllo il “polso” della rete, monitorare il sentiment di una situazione e poter rispondere con molta più efficacia e in meno tempo che attraverso i media tradizionali, tanto per fare un esempio.

Lo status quo, anche del marketing, con il web è cambiato a prescindere, in tutti i settori: e se prima la reputazione era una cosa che una volta acquisita era come “scolpita nel marmo”, adesso è soggetta a continua mutazione, aperta alle modifiche di chi commenta e scrive di un marchio, pur essendone “solo” cliente.

Se prima esistavano il B2B e il B2C (business to customer), Pellegrino avverte che bisogna considerare anche il B2N (business to network) o ancora: l’N2B (network to business) dove i clienti si muovono verso le aziende.

Lazzarino puntualizza che oggi è molto più semplice sapere cosa pensano di noi i nostri clienti, informati già prima di rivolgersi a chi si occupa di social marketing. Quello che è in atto è insomma uno spostamento di paradigma da una concezione di push marketing vecchio stile (l’azienda prepara e diffonde i contenuti e i messaggi pubblicitari destinati al pubblico), a un modello di pull marketing, in cui sono i clienti ad andare in tante piccole “piazze” gestite dalle aziende (Facebook, Twitter, LinkedIn) ma popolate dai clienti e dalle loro opinioni.

Attenzione: non è detto che l’azienda debba partecipare sempre e comunque: a volte ascoltare è più importante- e sicuramente più utile.

Queste nuove metodologie di web marketing implicano però un ripensamento della comunicazione aziendale: obbligano alla trasparenza più assoluta, proprio per la possibilità da parte dei clienti di verificare presso altre fonti i servizi offerti dalle aziende.

E non per forza queste altre fonti devono essere indipendenti: può essere anche il profilo Facebook di un nostro competitor, o qualsiasi altro luogo della rete in cui i clienti possono esprimere i propri commenti sul mio brand.

L’obbligo di trasparenza da un lato distrugge il ruolo di mediatore che le aziende dedite al marketing B2B svolgono – per ovvi motivi: se dico dove prendo i miei dati, tutti possono risalire e utilizzare le mie fonti – dall’altro però rimane l’unico metro con cui valutare le attività delle aziende: se non fornisco contenuti non ha senso quello che sto facendo.

Non è ancora chiaro come calcolare gli effettivi risultati e guadagni del social marketing, anche se gli investimenti nel settore sono il 10% del totale degli investimenti attuali (e secondo Forrester saranno il 26%, pari a 80 miliardi di dollari, nel 2016).

Quello che è chiaro, tuttavia, è che le aziende si aspettano molte cose da questa modalità di marketing: innanzitutto meno spese, e comunque una maggiore efficacia grazie anche all’utilizzo di algoritmi semantici in grado di offrire messaggi pubblicitari sempre più mirati e sempre meno invasivi. Come dice Scagliarini, l’utente percepisce una pubblicità azzeccata come un arricchimento del sito in cui si trova, mentre una pubblicità generica è solo una distrazione (quando va bene).

E la privacy? Come coniugare la necessità delle aziende di fornire messaggi mirati con il bisogno dell’utente finale di salvaguardare la propria sfera personale?

Vale una regola di buonsenso: è tutto un gioco di compromesso, tra quello che voglio permettere all’azienda di sapere di me, e la personalizzazione che voglio concedere a un servizio web: meno cose di me faccio sapere, più standard sarà il servizio che ottengo.

[20/09/2011]

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Nowism e informazione

Nowism e informazione

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(Foto: Flickr.com/photos/jimjarmo/)

 

di Giorgio Fontana

 

Il fenomeno del liveblogging è ormai dilagato ovunque, soprattutto grazie a Twitter – una piattaforma in grado di coniugare rapidità, sobrietà “giornalistica” e concisione.

Non c’è evento che non abbia una hashtag (#opencamera, #iabforum, eccetera) da aggiungere ai propri tweet mentre si fa un reportage dal vivo a colpi di 140 caratteri (o di brevi aggiornamenti del proprio blog). Basta uno smartphone, e via.

L’etichetta giusta per questa tendenza l’aveva già trovata Trendwatching nel 2009: Nowism. Ovvero,

“Il radicato bisogno dei consumatori per la gratificazione istantanea è ora soddisfatto da una schiera di nuovi e importanti prodotti, servizi ed esperienze in tempo reale (offline e online). I consumatori a loro volta stanno contribuendo febbrilmente alla valanga di contenuti real-time.”

E’ un bene? E’ un male?

Difficile dirlo. In alcuni casi è una risorsa straordinaria: pensiamo a notizie come una catastrofe naturale o un attentato: la possibilità di avere degli aggiornamenti in tempo reale è apprezzabile da ogni punto di vista (in particolare per chi ha parenti o amici sul luogo della tragedia). In molti altri casi, tuttavia, rischia di portare a uno sbilanciamento dell’idea stessa di reporting.

Perché oltre a essere un nuovo stile di narrazione dei fatti, il nowism è anche una sorta di ansia collettiva, che rischia di uccidere il desiderio sociale di approfondimento. Questo sia dal lato dell’autore, che trova più pratico condividere pezzetto dopo pezzetto quel che gli passa davanti, sia dal lato del fruitore, che è abituato a volere sempre nuova informazione, spazzando via ogni informazione ricevuta in precedenza.

In una formula, il refresh rischia di vincere sul dato: come nella patologia della FOMO – Fear Of Missing Out, ovvero la paura di essere esclusi dal grande cerchio dell’informazione (e della novità).

Anche Matt Ingram su GigaOm ha contribuito a seminare il dubbio: è molto probabile che l’informazione in real-time diventi una sorta di standard per il futuro, ma l’assenza di filtri denunciata da Clay Shirky e il fenomeno ormai classico dell’information overload non mettono questo modello in ottima luce.

In sostanza, se ci troviamo a nuotare nelle acque tempestose del “tutto subito”, del racconto-copia immediato, diventerà sempre più complesso gestire in modo ragionevole il flusso dei dati, e insieme trarne un quadro più ampio e descrittivo.

Ma la domanda ancora anteriore è: per quale motivo ho bisogno di sapere “tutto subito”? Certo, una notizia è tale se non è invecchiata – ma le medesime informazioni che seguo in tempo reale saranno tranquillamente confezionate in un articolo (molto più ragionato e approfondito) nel giro di poco tempo.

In un recente discorso, il vecchio leone del giornalsimo Philip Meyer ha detto:

“Credo che ognuno di noi sia d’accordo sul fatto che le tecnologie dell’era dell’informazione producono dati più rapidamente di quanto producano comprensione. Invece di rimpiazzare il giornalismo, internet sta creando una nuova necessità: la sintesi e l’interpretazione del sempre più grande flusso di fatti.”

Resta da capire chi raccoglierà questo guanto di sfida, e soprattutto se sarà ancora in grado tecnicamente di farlo.

Se la realtà finisce per essere rispecchiata al volo in 140 caratteri o giù di lì, per poi essere rimpiazzata da qualcos’altro, chi si occuperà di comprenderla? Cosa impareremo, se il tempo per imparare è sempre meno?

[25/11/2011]

 

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La filter bubble e l’informazione online

La filter bubble e l’informazione online

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(Foto: Logosinstitute.net)

 

di Giorgio Fontana

 

Nel 1920, Walter Lippmann disse che la crisi delle democrazia occidentale è una crisi del giornalismo. Il legame fra scelta ed elaborazione delle notizie – la narrazione del mondo – e il modo in cui lo stato democratico si pone è profondissimo: mentre in un regime autoritario l’informazione è affare di pochi, in democrazia è uno dei nervi portanti del sistema.

Dalle rivoluzionarie tesi di Lippmann – in netta controtendenza con lo stile di giornalismo precedente, molto più personale e “interpretativo” – giunge l’idea che l’obbligo dei giornalisti sia quello di contribuire alla creazione di un racconto oggettivo dei fatti, in modo che ogni cittadino potessere accedere alla medesima realtà condivisa, senza filtri di opinioni. Per tutto il resto del Novecento questo ideale etico è stato fondamentale, e inseguito con maggiore o minore successo.

Ma con l’avvento del web?

Il recente e imperdibile libro di Eli Pariser, The Filter Bubble, parte da qui. Dal complesso rapporto fra fatti e opinioni, e soprattutto dall’idea che internet stia portando avanti un enorme processo di disintermediazione: la selezione degli avvenimenti e il loro racconto è sempre meno in mano a professionisti del settore, e sempre più in mano alle macchine.

Ma dal punto di vista strettmente cronologico, l’indagine di Pariser parte da un post del blog ufficiale di Google, datato 4 dicembre 2009: Personalized search for everyone.

Sfuggito ai più, e soprattutto agli utenti comuni, si tratta invece di un annuncio epocale per molti versi. A giudizio di Parisier, è con questo post che si inaugura definitivamente la filter bubble, e cioè la “bolla informativa” in cui ognuno di noi tende a essere racchiuso. Se la ricerca è continuamente personalizzata, se il filtro delle informazioni è sempre più robusto e ritagliato su misura delle nostre convinzioni, allora l’idea stessa di una narrazione (tendenzialmente) condivisa svanisce. Con tutte le ricadute anche a livello civico e democratico.

Pariser sintetizza così le tre caratteristiche fondamentali della filter bubble:

  1. Sei solo nella bolla. Ogni alveo informativo è ricavato a partire dai gusti del singolo utente, e ricamato ad hoc sopra le proprie preferenze.
  2. La bolla è invisibile. Google non ha un chiaro agenda setting. La sua apparenza strettamente algoritmica, così pulita e “innocente” (fin dalla grafica) dà al lettore una totale impressione di neutralità. Inserisco un termine, ottengo un risultato: è tutto meccanico, e la meccanica funziona allo stesso modo per chiunque. Sbagliato. Ma tu non lo sai.
  3. Non scegli di entrare nella bolla. Se compri “Libero”, scegli di avere un certo tipo di informazione. Ma facendo ricerche su Google, i risultati saranno comunque personalizzati in certa misura – senza che nessuno te l’abbia detto.

Balcanizzazione del web? In un certo senso. Ma forse peggio ancora: balcanizzazione invisibile dell’informazione.

Intendiamoci – tutti noi creiamo continuamente delle bolle simili. Siamo portati per natura ad ascoltare le voci che più ci si confanno, leggere i quotidani relativi alla nostra visione del mondo, passare del tempo con le persone di cui condividiamo le idee e così via. In questo non c’è niente di sbagliato: dopotutto, nessuno è in grado di ascoltare ed elaborare qualsiasi opinione.

Ma se siamo persone sufficientemente aperte al nuovo – disposte alla serendipity, alla possibilità dell’incontro del diverso – queste bolle non si tramutano in prigioni. Ci sarà sempre spazio per accogliere il diverso ed evitare il confirmation bias – la tendenza di cercare soltanto quelle informazioni che confermano la nostra visione preconcetta del mondo.

Ma sulla rete Google comanda. Più dell’80% delle ricerche dipendono da big G, e big G – come abbiamo visto – fa della personalizzazione uno dei suoi cavalli di battaglia. Il dettaglio chiave della storia è che in questo sistema siamo costretti nella bolla senza nemmeno saperlo. E il mondo tende a diventare un’appendice dei nostri gusti.

Pensate solo a quanta gente si informa via Google News: decine di milioni di visitatori ogni mese (più del sito della BBC, per intenderci). E in Italia, una ricerca a cura dell’Università di Urbino mostra come sulla rete i portali di aggregazione abbiano già la meglio sui quotidiani.

Non solo. Il rito delle news ritagliate su misura – in quel panorama ormai frammentario che è la nostra dieta informativa – tracima ormai ovunque: basta pensare all’onnipresenza dei feed di Facebook e a come vengono costruiti – in chiave “sociale” e non per importanza o rilevanza giornalistica. (Fra l’altro, Zuckerberg ha enucleato il vangelo di questo trend in una celebre frase: “Uno scoiattolo morente nel tuo giardino potrebbe essere più vicino ai tuoi interessi, in questo momento, di quanto lo sia la gente che muore in Africa”…).

Certo, il giornalismo è in crisi ovunque e, certo, non possiamo dire che l’informazione sia sempre all’altezza delle richieste. Ma se leggo un quotidiano leggo comunque un prodotto creato da professionisti, e che sono coscienti di quanto stanno facendo (e ragionevolmente cercano di farlo al meglio, basandosi su fonti certe, coltivando il fact checking eccetera).

Google News – così come Yahoo! News e gli altri aggregatori del genere – sono invece solo il risultato di una serie di algoritmi, per cui ogni notizia è uguale a ogni altra e contano soltanto determinati calcoli. Su questo Parisier è lapidario: “stiamo scambiando un sistema con un senso delle sue responsabilità civili e del suo ruolo, definito e in aperto dibattito, con un uno che non ha alcun senso etico.”

In realtà, il succo della questione è piuttosto semplice. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un incremento verticale della quantità di informazioni. Per l’utente che cerca di reperire notizie o dettagli o commenti (o qualsiasi altra cosa) sul web, si è posta dunque la necessità di avere dei filtri seri. (Ad esempio, Clay Shirky è uno dei sostenitori più convinti del fatto che non ci sia un autentico problema di information overload, quanto un problema legato ai filtri).

Ma la risposta data da Google e Facebook è quella sbagliata, a giudizio di Pariser. Invece di cercare di un approccio più complesso alla cosa, tenendo distinta l’informazione dalla comunicazione, nell’ultimo anno e mezzo entrambi si sono spinti verso una costante personalizzazione dei risultati, con tutte le ricadute di cui sopra.

Per dirla di nuovo con una bella espressione di Parisier, la filter bubble ci chiude in una cattiva teoria del “tu”: banalizza le nostre esperienze in una dimensione puramente algoritmica. Ci fidiamo delle macchine, come se fossero giornalisti. E le macchine non sono né buone né cattive, ma sono del tutto amorali – non problematizzano nulla, aggregano soltanto.

Dal punto di vista del marketing non c’è niente di male. Personalizzare e customizzare sono ormai dei requisiti fondamentali per ogni campagna strategica, per creare una più autentica conversazione fra cliente e retailer (e di fondo, non fanno altro che ricalcare le classiche forme di conoscenza e consigli mirati dei venditori fisici).

Il problema grave insorge quando si cercano informazioni su una questione politica o sullo stato economico e sociale di una nazione – non tanto quando mi viene proposto un thriller sulla base del fatto che ho acquistato un thriller in precedenza (sebbene il meccanismo sia molto simile). Quando voglio sapere cos’è successo in medio Oriente non sto cercando una risposta che si confaccia ai miei gusti: sto cercando una risposta oggettiva.

Che fare, dunque?

Nel suo libro, e più sinteticamente nel sito di riferimento, Eli Pariser elenca dieci possibili soluzioni alla bolla:

  1. Eliminare i cookie. I cookie sono il modo più facile per essere tracciati: eliminarli alla fine di ogni sessione è buona norma.
  2. Cancellare la cronologia. Come sopra: la cronologia delle proprie ricerche sul browser può essere usata da Google per ottenere informazioni personalizzate. Fatela fuori.
  3. Mantenere privati i dati su Facebook. La questione privacy su Facebook è di lana caprina, e la movimentazione di dati sensibili verso l’esterno è da sempre poco chiara in casa Zuckerberg. Regola generale di prudenza: non dite a Facebook ciò che non volete che venga diffuso sul web.
  4. Non dire in giro quand’è il proprio compleanno. Sembra una sciocchezza, e invece è il modo più semplice per identificarvi in mezzo a tanti altri omonimi. Tenetelo nascosto e limitatevi a ricevere gli auguri dagli amici più stretti.
  5. Mai più adv targetizzati. Tutti i principali browser consentono di declinare l’opzione di annunci “su misura”.
  6. Navigare in incognito. Scoprirete subito le differenze fra la navigazione appesantita da cookie o con il login su Gmail e simili.
  7. Ancora meglio, navigare anonimi. Ad esempio, usando strumenti quali Anonymizer.com.
  8. Depersonalizzare il browser. Per sradicare le ultime possibilità di tracking e personalizzazione del vostro browser, usate i consigli di Eff.
  9. Scrivere a Google e Facebook. In modo da chiedere maggiore controllo personale sulle opzioni di tracking.
  10. Dire alle istituzioni che è importante. Fate casino, parlatene, portate la cosa allo scoperto.

Più in generale, Pariser consiglia di non addormentarsi sull’elusiva azione di filtraggio e personalizzazione dei motori di ricerca. Insiste sulla necessità di tenersi aperti al diverso: internet è uno strumento di ricerca straordinario per chiunque, ma non possiamo pensare che sia automaticamente e completamente neutrale. Perché non lo è (più).

In tal senso, occorre soprattutto creare un’alfabetizzazione algoritmica e non solo letteraria. Imparare quel tanto che basta di codice e di funzionamento della rete, per difenderci dai suoi aspetti deteriori. Dopotutto, è qui che viviamo gran parte del nostro tempo: conoscerne le dinamiche ci renderà abitanti del web più accorti, e dunque consumatori più consapevoli di informazione.

[13/09/2011]

 

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Commenti

 

# PrecariaGuerrilla 2011-09-14 16:57

Oltre all’anonimato e alla navigazione in incognito mi verrebbe da aggiungere la possibilità di moltiplicare la propria identità. Avendo diverse identità (aka), legate ad esempio a diversi interessi e contesti, si può sperare di non essere chiusi in una sola bolla ma, piuttosto, in una moltitudine di bolle che permetteranno di avere una visione più ampia dell’informazione. Bisogna solo cercare di non affezionarsi alla propria identità anagrafica, che è quella che, tra l’altro, interessa tanto a Facebook.

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Real time web marketing

Real time web marketing

(Foto: Theconversationprism.com)

di Giovanni Scarangella

 

Il Web 2.0 sta progressivamente lasciando il posto a una nuova versione di Internet, in cui si muovono player come Twitter, Facebook, FriendFeed e Foursquare.

E’ cambiato il modo di comunicare e confrontarci e sono cambiate le modalità comunicative tra azienda, cliente e prospect. Siamo definitivamente entrati in una spirale che richiede una continua conversazione, il più globale possibile.

Come sostiene Gianluca Diegoli in [mini]marketing, “Non è la vostra promozione ma la loro conversazione a differenziare il vostro prodotto, a provocarne un acquisto.”

In questo scenario, per le aziende è fondamentale partecipare, intervenire, confrontarsi, seguendo le nuove strategie di buzz marketing, investendo del tempo sulle nuove modalità d’interazione e comunicazione che è prematuro definire come Web 3.0 ma che vengono definite  Real Time Web.

Capiamoci. Gli avvenimenti recenti, come la morte di bin Laden, sono stati segnalati su Twitter prima di essere trasmessi in televisione, le notizie viaggiano ormai dal basso, sono i cittadini a raccontare gli eventi. In quest’ottica ogni singolo soggetto, professionista o azienda può sfruttare il Real Time Web per potenziare la propria visibilità e autorevolezza in chiave personal branding.

Visto con gli occhi del business ciò si traduce in opportunità da cogliere. In un contesto in Real Time come quello descritto, le aziende hanno iniziato, o stanno iniziando, a constatare che i processi di social networking possono effettivamente migliorare quelli di business.

Pepsi e Ford utilizzano Twitter come canale di assistenza live; lo stesso viene fatto da Telecom Italia mediante un Twitter Team dedicato. Le aziende, partendo dal monitoraggio e dall’analisi delle conversazioni online, stanno modificando il modo di fare marketing legato alle conversazioni: si tratta di fare marketing con i consumatori e non verso i consumatori.

I modelli di business abilitati dai paradigmi del Web 2.0 e dall’interazione spontanea degli utenti hanno portato ad alcuni casi di eccellenza anche in Italia. Reply, società di consulenza, ha creato nel 2007 la piattaforma TamTamycapace di stimolare percorsi collaborativi coinvolgendo clienti e prospect in una vera e propria Community.

Hoepli, casa editrice e libreria on-line, ha creato un blog e un profilo Facebook con i quali conversare in real time con clienti e lettori, riservando grande attenzione ai feedback ricevuti.

Barilla, la nota azienda alimentare, nel concept Nel Mulino che Vorrei ha permesso agli utenti di partecipare alla creazione di nuovi prodotti e servizi conversando, parallelamente, attorno al brand e ai prodotti. I risultati, anche grazie alla presenza massiccia sugli spazi virtuali, sono sorprendenti.

In definitiva le aziende, come dimostra lo studio intitolato non a caso The Language of Love in Social Media, stanno iniziando solo ora a considerare il fenomeno Social Media e Real Time Web impiegando apparati aziendali capaci di interagire rapidamente e in modo attuale con il mercato.

[09/06/2011]

 

 

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FOMO

FOMO

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(Foto: Flickr.com/photos/ciana13/)

 

di Giorgio Fontana

 

Lo Urban Dictionary definisce così la FOMO, acronimo per Fear Of Missing Out: “la paura che se perderete un party o un evento perderete qualcosa di grandioso”. Ogni adolescente di ogni tempo si è sentito afflitto da questo desiderio costante di esserci, e in un certo senso può essere anche un ottimo rimedio alla pigrizia e al lasciarsi andare.

Ma trasposta nel cosmo del web sociale, la FOMO diventa una fobia alimentata dalla semplicità stessa con cui è possibile partecipare: niente più scuse di stanchezza, posti lontani da raggiungere e così via. Basta un click. Ma se basta un click per qualsiasi cosa – tutto è alla medesima distanza virtuale – allora il rischio è quello di voler esserci sempre, dovunque, a qualsiasi costo e a qualsiasi ora.

In un certo senso può sembrare l’ennesima declinazione notiziabile delle forme di dipendenza da social networking, ma c’è un dettaglio in più.

Come spiega bene il dr. John Grohol su Psych Central, il punto chiave della FOMO è la sostituzione del desiderio di connessione tout court con il desiderio di potenziale per una connessione diversa. In altri termini, non è tanto solitudine quanto spasmodico bisogno di avere altre informazioni, altri contatti, altre cose da fare.

State parlando con un amico su Skype, ma non riuscite a evitare un colpo di alt+tab per andare a controllare l’email. Poi tornate alla conversazione, ma con l’occhio sempre sulla pagina Facebook per vedere se qualcuno ha commentato qualcosa o ci sono news. Nel frattempo, sparate un tweet e magari cominciate a scrivere due righe di un pezzo che dovete terminare. O date una scorsa ai quotidiani. O fate refresh su due o tre blog che seguite.

Immagino capiti a chiunque. In fondo, la frammentazione dell’attenzione nella vita online riguarda tutti coloro che frequentano l’infosfera, e in maniera peculiare la generazione che vi è nata.

A giudizio di Grohol questo dipende anche da una nostra relazione infantile con la tecnologia: l’introduzione di tutte queste possibilità di collegamento e fruizione ci hanno precipitato in uno stato di bulimia tipico dei bambini. Possiamo mangiare un sacco di gelato senza stare male (all’apparenza), e dunque lo mangiamo. Semplice, no?

Sì: però non è detto che tale rapporto si evolva naturalmente con il tempo. E intanto, questi piccoli e continui morsi all’infosfera, o alla vita, possono risultare dannosi.

Sul Guardian, Hephzibah Anderson sottolinea che la FOMO rende particolarmente difficile anche effettuare delle scelte. Ogni decisione taglia fuori moltissime altre opzioni: ma tramite il nuovo salto tecnologico, è possibile in qualche modo evitare tale “stress”, rimanendo connessi un po’ a tutto. Il prezzo da pagare è naturalmente un altro stress: l’incapacità, per l’appunto, di effettuare decisioni serie e concrete senza rimpianti.

Non solo. La JVT, una delle agenzie di marketing e pubblicità più importanti del mondo, ha dedicato alla FOMO il suo recentissimo report dei trend di maggio. Fra i risultati principali:

– il 72% della generazione millennial (18-33 anni) ha sintomi correlati alla FOMO.

– il 56% degli adolescenti può essere anch’esso correlato alla FOMO, con un quarto circa che la prova in maniera manifesta.

– i maschi sono più “a rischio” rispetto alle donne per quanto riguarda la FOMO – con una percentuale particolarmente alta negli USA.

E una chicca per chiudere: piuttosto paradossalmente – ma forse no – la FOMO ha anche una pagina Facebook.

[25/05/2011]

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L’annosa questione di pagare per i contenuti

L’annosa questione di pagare per i contenuti

L’annosa questione di pagare per i contenuti

digg

(Foto: Flickr.com/photos/tillmans_collection)

 

di Giorgio Fontana

 

La notizia è rimbalzata ovunque: il New York Times online ha alzato un paywall. Per consultarlo ora bisognerà pagare – così come ha fatto il Financial Times, così come sta per fare il Daily di Murdoch dopo il primo periodo free (anche se finora gli abbonati sembrano davvero pochini).

In realtà la questione è annosa e insieme terribilmente complessa: quale modello di business conviene scegliere per sostenere l’informazione online? Meglio la solita strategia basata sull’online advertising e i contenuti free, o la riedizione del vecchio sistema “paghi e leggi”?

Già un anno fa una ricerca del gruppo Nielsen evidenziava come l’85% degli utenti intervistati preferiva un contenuto gratuito (ovvio!): anche se molti si dicevano disposti a pagare per temi specifici. Per quanto concerne i giornali e le riviste, il problema che le notizie lì riportate sono ormai leggibili da qualche altra parte senza pagare.

A tredici mesi di distanza, le fila sembrano essere ancora più serrate e la difficoltà di raggiungere il break evenè palese.

Claudio Tamburino su Punto Informatico analizza in maniera equilibrata tutta la situazione. Gli editori online cominciano a temere – stante la crisi degli introiti pubblicitari (i più bassi dal 1986 per la Newspaper Association of America) – una sorta di collasso del sistema. Di qui la necessità di studiare nuove modalità di ricavo.

In questo senso la decisione del New York Times è emblematica, perché affronta di petto un problema di cui si parla tanto ma sul quale, in fondo, le soluzioni concrete sembrano ancora poche: così non si tirerà avanti per molto, e qualcosa bisogna pur fare.

Naturalmente la quantità di commenti al riguardo è sterminata. Eccone una piccola selezione:

– Secondo Giuseppe Granieri, il modello da preferire sarebbe quello di abbonarsi a un giornalista, più che a un giornale. I modelli di abbonamento funzionano con la carta, con il web sono troppo rigidi e rischiano soltanto di spingere lettori altrove.

– Ad avviso di Massimo Mantellini, i prezzi proposti dal NY Times sono ragionevoli, ma il vero problema sarà arginare l’hackeraggio. E in effetti anche Bill Grueskin su PaidContent.org – il nome la dice tutta – si muove su traiettorie simili e, sottolineando come il limite di 20 articoli gratis previsto dal giornale può essere aggirato in alcuni facili modi.

– Gerry Marzorati, editor del NY Times, si dice invece ottimista (che strano!). Il pubblico del suo giornale è di qualità piuttosto elevata e per avere della “premium information” non esiterà a pagare – e di base il valore degli annunci pubblicitari rimarrà più o meno lo stesso (anche perché è soprattutto in homepage, e l’homepage rimarrà visibile gratuitamente). Ma per un pubblico più popolare e incolto? Il problema, ammette Marzorati, è grave e rischia di scivolare addirittura nello squilibrio sociale. Insomma, l’i-Pad non è la panacea e chi non è informato rischia di esserlo ancora meno con queste restrizioni.

– Aaron Chimberl della Online Journalism Review propone un breve ma articolato resoconto della faccenda e si mostra scettico, sia perché l’advertising diminuirà comunque per forza (nonostante le chiose di Marzorati), sia perché la concorrenza gratuita ne resterà avvantaggiata.

 

La mia opinione?

L’online advertising di sicuro ha avuto un rialzo l’anno scorso (superando gli introiti della carta stampata), ma la bolla è destinata a scoppiare o comunque rallentare significativamente.

Ciò detto, una soluzione intrigante potrebbe essere quella di creare un mix fra i due sistemi: abbonamento o micropagamento per alcuni contenuti (ad esempio gli approfondimenti o le firme che non si trovano altrove), e ampie parti di news gratuite, supportate da pubblicità.

In ogni caso su una cosa sembrano tutti d’accordo (e io con loro): come ricorda la ricerca Nielsen citata sopra, il web è radicalmente diverso dalla carta stampata: grazie ai motori di ricerca, trovare informazione gratuita è semplicissimo.

Joshua Kim, argomentando sul perché non si abbonerà al NY Times online, dice di non voler pagare per qualcosa che è sostituibile. Un libro è un libro e rimane quel libro: una notizia, no. Già questo dovrebbe fare intendere che un modello interamente basato sul “paga e leggi” non funziona molto.

E’ quello di cui parlava anche Scott Adams – creatore di Dilbert – dicendo che nel futuro i contenuti varranno zero: Google sarà sempre più potente e raffinato, e ci sarà sempre qualcuno a pubblicare gratis sulla rete. Quindi, bene o male troveremo sempre ciò che cerchiamo senza pagare.

Probabile. Il discrimine però è la qualità: posso senz’altro trovare la stessa notizia e la stessa informazione, ma il valore aggiunto del professionista sembra indispensabile per renderla adeguata agli standard di una moderna società della conoscenza.

Forse dovremmo fare tutti un passo indietro, e nella sbornia del contenuto free riflettere su questo punto: conviene davvero, anche a noi lettori, rischiare di risparmiare sempre sulla qualità?

 

[23/03/2011]

 

 

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Commenti

 

# filippo mari 2011-03-23 10:39

a proposito di crackare…

That was quick: Four lines of code is all it takes for The New York Times’ paywall to come tumbling down

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Pair, un’app per le relazioni a distanza

 

Si sa, le relazioni a distanza non sono mai facili. I chilometri che separano una coppia sono sempre carichi di problemi: incomprensioni, mancanza, difficoltà di condividere esperienze e difficoltà ad appianare i problemi. Poi ci si rivede per qualche giorno e tutto sembra fantastico… Salvo poi separarsi di nuovo. E il peso della distanza ritorna sulle spalle.

Per dare un nuovo impulso al rapporto e rendere meno pesante la lontananza, due giorni fa è stata lanciata Pair: un’app che crea una sorta di timeline privata fra due (e solo due!) persone.

In altri termini, si tratta uno spazio di condivisione di parole, foto, video, e qualsiasi altra cosa caratterizzato dalla massima intimità – un luogo privato per la coppia con tutte le funzionalità di un social network. (Potremmo definirlo un “couple network”).

In effetti, è proprio questo il valore aggiunto di Pair: invece di creare la solita piattaforma per scambiarsi semplici messaggi – tipo WhatsApp – l’app è fortemente multimediale. E’ più vicina a una specie di diario condiviso, un quaderno scritto a quattro mani da voi e la persona amata, arricchito da tutti i dettagli della vostra storia.

Come spiegano gli sviluppatori:

Avevamo un problema. Ci eravamo appena spostati a Mountain View, ma le nostre ragazze erano ancora in Canada. Abbiamo provato a usare gli sms e Facebook per rimanere in contatto, ma sentivamo davvero il bisogno di un modo migliore per tenere in piedi le nostre relazioni. Ci siamo accorti che stavamo spedendo il 90% dei nostri messaggi a persone singole usando strumenti creati per spedire messaggi a chiunque. Non ci sembrava un “modo migliore”. E quindi ne abbiamo creato uno. 🙂

Per dirla con le parole di UberGizmo, “invece di riempire le reciproche bacheche di Facebook con messaggi sdolcinati e “Ti amo” vari, questa app vi consente di fare lo stesso – senza che il mondo intero lo sappia”. Un buon modo, fra l’altro, per ridare un senso al pudore e alla privacy delle relazioni sentimentali.

L’app è disponibile gratuitamente su iTunes, e il suo giorno di battesimo è finita nella top 10 della categoria social network USA.

 

Il futuro del giornalismo online italiano

Il futuro del giornalismo online italiano

digg

(Foto: frame da “Spiderman”)

 

di Giorgio Fontana

 

  1. Alla vicina.

In realtà, bisognerebbe prendere il discorso alla lontana. Ad esempio ricordando che l’informazione, in Italia, ha da sempre patito l’ingerenza di gruppi economici e cartelli di potere che nulla avevano a che fare con il giornalismo.

Ma per gli scopi di questo articolo è sufficiente prenderla alla vicina: e cioè fare qualche ipotesi (o meglio, degli auspici) sullo stato e lo sviluppo dei nuovi quotidiani online italiani .

 

  1. Come cambia il flusso dell’informazione.

Prima, si comprava il proprio quotidiano preferito (a volte due, raramente di più) e lo si leggeva. Fine.

Ora la dieta informativa è cambiata, e parecchio. Un esempio: ogni mattina apro una dozzina o anche più di pagine, fra quotidiani online, riviste, aggregatori e simili. Faccio un giro, seguo link e connessioni, torno a rileggere pagine che ho appena scorso. Una segnalazione su Facebook richiama la mia attenzione, e da lì ecco fiorire altri contenuti cui non avevo minimamente pensato al momento di iniziare a leggere un pezzo – salto dall’attualità stretta alla musica, dal calcio alla politica, da un blog di web marketing all’edizione digitale del Wall Street Journal.

Insomma: frammenti di notizie vengono assemblati di continuo: molto spesso apprendo prima le news da un retweet di un sito americano fatto da un amico – e solo dopo finisco sulla pagina online di un giornale. In piena conformità con il nuovo tipo di lettura che suggerisce l’online.

Di fronte a questa frammentarietà della comunicazione e ricezione sono stati studiati nuovi mezzi aggregativi: sia automatici come Liquida che personalizzati come Flipboard. Più che l’evoluzione dei vecchi feed, si tratta di veri e propri giornali su misura. Non è soltanto “impaginare insieme roba diversa”. E’ ripensare integralmente il ruolo delle fonti. E la loro fruizione.

In un panorama del genere, il giornalista deve riconoscere che il suo lavoro non è solo a doppio senso(l’informato reagisce, come da retorica classica del web 2.0) ma anche non più incontestabile. Non c’è più aura e non ci sono più scuse per pezzi mediocri, poco informativi, e scarso fact checking: perché ora l’alternativa è semplice, sottomano e gratuita.

 

  1. Un web veramente aperto.

Secondo punto: sul web i compartimenti stagni non funzionano. Per anni abbiamo sentito ripetere il mantra di evitare troppi link verso l’esterno (o di evitarli proprio) perché “tolgono traffico” al nostro sito. Per anni abbiamo pensato a difendere i portali come cittadelle, e usare male i social network – non leggendo i commenti limitandosi a “essere lì”, staticamente. (Un esempio: su Twitter, Repubblica.it segue un’unica persona).

Questo paradigma è fallace. Perché crede che sia sufficiente trasporre in digitale modelli di business e operatività tipici del mondo offline. Anche senza scomodare gli entusiasti del 2.0, occorre prendere coscienza del fatto che là fuori non si è soli, e donare traffico a un sito di qualità può essere un buon modo per ridirezionarlo sul proprio in un circolo virtuoso.

Prendiamo i due esempi che mi sembrano più rilevanti nel panorama informativo contemporaneo: Linkiesta e il Post. Il primo (in fondo a destra nell’homepage) scrive chiaramente che la sua redazione legge il secondo. Vi immaginate il “Corriere” che linka un quotidiano concorrente?

 

  1. Verso un ideale.

Dicevo de Linkiesta e il Post. Per certi versi si tratta di due modelli complementari: il primo pubblica articoli originali di approfondimento e poche brevi. Il secondo è soprattutto un ottimo aggregatore di articoli pescati altrove, la cui vera forza sta nel creare un’agenda setting aggiornata, puntuale e intelligente (a questo aggiunge anche, ovvio, dei blog e dei buoni pezzi di analisi).

Fondendo questi due quotidiani online avremmo forse un punto di partenza ideale.

Con una precisazione: l’assoluta semplicità del reperimento di informazioni online – di dati bruti, da approfondire, rileggere, rimasticare e infine dare al lettore – non dovrebbe fare dimenticare il valore del giornalismo diretto, anche da strada. Dell’essere sulla notizia, dentro la notizia letteralmente: schiodarsi dalla sedia e andare sul posto a raccontare ciò che si vede.

Mi sembra che questo sia il rischio più notevole del’informazione online: l’abitudine ad avere un po’ gli ingredienti pronti, e di conseguenza il desiderio di affinare solo le capacità di cucina. (In un’altra sede, avrei definito questo rischio una “deriva fighetta”).

 

  1. Modelli di business.

Il problema che attanaglia tutti è naturalmente: quale modello ci consente del guadagno?

Il vecchio sistema di business della grande redazione sembra lentamente destinato a erodersi. Da un lato l’incombere della flessibilità ad ogni costo, dall’altro la crisi stessa delle vendite impone delle scelte: si possono falcidiare i collaboratori per tenere saldi gli interni, licenziare due terzi degli assunti, rendere tutti precari…

Si possono fare tante cose, più o meno cattive, ma il punto che interessa è un altro e Giuseppe Granieri lo mette così: forse gli editori “stanno cercando di ricostruire una retribuzione sul prodotto sbagliato, il giornale (o la rivista).”

E cioè:

Sono entrambi prodotti pensati nella logica culturale e funzionale della carta. Nel digitale sono poco efficienti: sono tagliati per un pubblico medio, indiscriminato, danno moltissime informazioni inutili (utili per qualcuno, ma inutili per gli altri) eccetera. Tanto che il modo in cui li usiamo è: vado a pescarci quello che mi serve poi vado altrove. Se li pensiamo come contenitori, sono poco interessanti, troppo poco per spingere una massa critica sufficiente a pagare per informarsi.

Diverso è invece se guardiamo al lavoro del giornalista, che segue un avvenimento di cronaca che ci interessa o uno scenario che ci appassiona, o ancora un tema approfondito. Io ad un giornalista che mi fa risparmiare tempo e mi dà valore aggiunto con le informazioni, mi abbonerei. Ad un giornale no, meno che mai sull’iPad o in qualche app che mi costringe a star lì dentro.

E ci sono diversi segnali che mi fanno pensare che -prima o poi- qualcuno (singoli giornalisti o piccole organizzazioni per prime) comincerà a sperimentare la formula.

Esattamente.

Come dicevamo prima, oggi è possibile costruire la propria rivista personalizzata a seconda non delle testate ma delle firme di riferimento. Una piattaforma come Paper.li, ad esempio, consente di realizzare in pochi click dei quotidiani e poi diffonderli al resto dei propri contatti. Su Twitter in particolare sta impazzando: forse un giorno ognuno avrà il suo, e leggerà quello degli altri.

Questo pone delle domande serie sul futuro dei giornali vecchio stile. La rivoluzione non si compirà ora, probabilmente nemmeno fra pochi anni, e forse nemmeno avverrà per intero: in ogni caso, le domande rimangono e sono impellenti.

Ora, su una cosa molti esperti sembrano convergere, e io con loro: internet ci avrà abituato finché si vuole al contenuto gratuito, ma se qualcosa merita e il costo non è proibitivo, credo che un buon numero di persone siano tranquillamente disposte a pagare per averlo (su tablet come su schermo del computer, poco importa, purché il design sia adeguato).

Ma anche se si sceglie la via gratuita e il rientro dei costi con il normale advertising online (banner, adSense, eccetera), la domanda chiave è come diffondere realmente i buoni contenuti. Perché quei banner dovranno pure apparire sugli schermi dei lettori, no?

Con il modello classico, il problema non si pone: si tirano centomila copie e le centomila copie finiscono in edicola. Il nome del quotidiano, trasposto poi online, basta da solo ad assicurare l’affluenza: tutti conoscono “la Repubblica”, tutti vanno su Repubblica.it.

Per le nuove realtà, le cose sono più complesse e fluide. Ci può essere una sorta di gemmazione: giornalisti provenienti da realtà consolidate (corporate o meno), con un buon background alle spalle, decidono di averne abbastanza del sistema informativo classico. Quindi fondano una startup che già per questo motivo avrà gli occhi puntati addosso.

Oppure si può sempre partire dal nulla. Il classico undeground, che parte con le dita ancora più incrociate e spera di diventare la next big thing. In questo caso, naturalmente, è tutto più difficile: ma il web ci ha insegnato che difficile non è impossibile, e che anzi è molto più possibile rispetto al vecchio sistema.

Ciò detto, ci si può augurare che l’editoria diventi sempre meno un fattore di ricavo ad ogni costo e a prezzo di qualunque cosa, e sempre più un fattore di qualità. Che porta guadagni perché porta fiducia: perché porta autentici lettori. E questo ci porta diritti al punto finale.

 

  1. Buona informazione, punto.

Scenari intricati, nuovi modelli di business da disegnare, riforme stilistiche (non basta di certo adattare il vecchio modo di scrivere alle piattaforme contemporanee), tipologie di lettura più elastiche… Tutto si muove a una velocità davvero troppo alta per azzardare previsioni su quale sarà la next big thing.

Quello che si può fare, tuttavia, è enucleare un paio di auspici.

Se c’è una speranza del web contemporaneo, è quella che la società della conoscenza – molto poco considerata, in un paese come il nostro – si realizzi lungo le traiettorie dei percorsi digitali: traiettorie più libere, più difficili da mappare, senz’altro più complesse, ma anche assai meno legate al vecchio e più avido sistema editoriale.

Ci sarà ancora molta fuffa da vagliare, ma è ragionevole augurarsi che la fuffa diminuisca proporzionalmente al miglioramento dei filtri e un aumento di alfabetizzazione dei lettori.

Ma non solo: dovrà aumentare, per forza, anche la qualità dei giornalisti stessi.

L’era del pezzo scritto “con la mano sinistra” e strapagato sta finalmente tramontando. Non ci saranno più soldi per mantenere editorialisti viziati. La firma conterà sempre meno del valore informativo dell’articolo, e – com’è giusto che sia – la firma stessa verrà determinata dalla quantità di buoni articoli prodotti (e non da altri fattori). I magazine pieni di pubblicità e fotografie con qualche riga d’autore conteranno meno. La competizione diventerà più serrata, ma forse anche più giusta.

Stante questa speranza, l’unica cosa da ribadire è quella che sembra più scontata ma non lo è: per occorre puntare solo e soltanto sulla qualità.

Le strategie push, il SEO pensato soltanto per i motori di ricerca e non per gli utenti, i titoli-esca, l’abuso furbetto delle fotogallery, la scopiazzatura feroce: tutte cose che hanno funzionato per un po’, ma che funzioneranno sempre meno.

Cosa vuole un lettore? Buona informazione, punto.

E cioè: articoli interessanti, notizie reali e non raffazzonate (quindi con del serio fact-checking), e un’agenda setting che non sia monocentrica o schiava di interessi. Per dirla con il titolo di un pezzo di Luca Sofri, che merita di essere letto e riletto: Il futuro dei media è fare le cose per bene.

Già. Fare le cose per bene.

 

[08/03/2011]

Commenti

 

# Valeria 2011-04-12 15:32

Ottimo articolo.

Condivido su tutta la linea.

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# g. fontana 2011-04-13 14:36

grazie, valeria. speriamo che gli auspici si realizzino davvero… non servirebbe molto, quantomeno per cominciare.

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La fine del professionista dei contenuti

 

Sempre più contenuti disponibili gratis, o comunque a prezzi insignificanti. Sempre più persone disposte a farlo senza essere pagati, per hobby, per curiosità, e spesso con risultati di indubbio valore. A lungo andare, ci sarà ancora spazio per i professionisti?

La domanda attorno alla retribuzione del lavoro creativo è nell’aria ormai da tempo. In una recente intervista, Seth Godin (che ha appena pubblicato in copyleft Stop Stealing Dreams) l’ha rimessa al centro dell’attenzione picchiando giù duro:

Chi l’ha detto che è un diritto essere pagati per scrivere? Io ho tenuto centinaia di conferenze prima di essere pagato per scriverne una. E ho scritto più di quattromila post gratis.

I poeti non vengono pagati (di solito), ma non c’è mancanza di poesie. Il futuro sarà pieno di amatori, e quelli davvero dotati e tenaci guadagneranno bene. Ma i giorni degli autori specializzati pagati un tot a parola – be’, quelli sono finiti.

Se avete anche un minimo di esperienza nell’elaborazione di testi per il web, vi renderete conto che Godin sta semplicemente descrivendo un trend. Si paga sempre meno, sempre più di rado. E questo non solo perché i giornali vanno male, ma anche perché è molto facile trovare qualcuno disposto a farlo gratis o a prezzi ridicoli. Perché? Perché gli va. Perché così stanno le cose.

Certo, Godin non è catastrofista. Come sottolinea Matthew Ingram, non sta dicendo che sarà del tutto impossibile fare dei soldi grazie ai propri contenuti: bisognerà però pensare in maniera diversa. Il vecchio sistema industriale fondato sulla retribuzione di un mestiere riconosciuto sta finendo: prima gli autori, i registi, i produttori, i musicisti erano pochi. Ora sono molti.

Chi è abbastanza catastrofista è invece Scott Adams (il creatore di Dilbert), che aveva elaborato tempo fa una sua Theory of Content Value: “più miglioriamo la nostra abilità di cercare contenuti, e più il loro valore economico si avvicinerà allo zero” – fino a raggiungerlo. Dunque il mestiere dell’autore scomparirà: “proprio come i fabbri e i cowboy”.

Da qualunque parte lo si veda – stimolante opportunità o triste decadenza – il problema intreccia molti aspetti connessi fra loro: la pirateria, la cultura della fruizione gratuita, la relativa crisi dell’industria dei contenuti, la crescita del web 2.0 e dell’autorialità “orizzontale”, user-generated (che, associata al fenomeno dell’autoproduzione, ha dato anche risultati interessanti).

Uno scrittore che si è scagliato con animo contro questa tendenza è Andrew Keen. Il suo The Cult of the Amateur (tradotto in Italia con il titolo Dilettanti.com) è una lunga sfuriata sulla profonda crisi delle competenze che il nuovo paradigma avrebbe portato nel mondo autoriale.

A giudizio di Keen, la cultura dominante oggi impone non soltanto un pericoloso culto del “remix” – in cui la somma delle parti copiate, incollate e mescolate non è mai superiore alle singole parti originali – ma anche uno svilimento generale della creatività. Per avere dei risultati di valore ci vuole talento e mestiere, ma anche tempo e denaro: lasciare tutto nelle mani dei dilettanti rischia di produrre un pericoloso crollo della qualità.

La posizione di Keen può sembrare retrograda e troppo chiusa. Godin e altri risponderebbero semplicemente che nell’era dell’abbondanza è la quantità a ricreare una nicchia di qualità: semplicemente, invece di avere pochi professionisti selezionati e ben pagati, avremo moltissimi cultori della materia fra i quali emergeranno naturalmente alcuni più in gamba di altri.

Il livello medio si abbasserà e ci sarà un sacco di schifezza in giro? E’ una conseguenza inevitabile. Ma avremo anche a disposizione algoritmi migliori, strumenti di social curation, e in genere ci faremo la mano: troveremo ciò che ci serve, e lo troveremo tendenzialmente gratis (come insegna la teoria di Scott Adams). Insomma, niente di così terribile.

E tuttavia, un po’ delle perplessità di Keen meritano di essere custodite, almeno in forma di cautela contro i facili entusiasmi.

Scrivere poesie, suonare un pezzo con la chitarra acustica e registrarsi su Youtube, buttare giù un racconto – è una cosa. Lavorare a un reportage serio e ben informato, produrre un disco, scrivere un romanzo o un film – è un’altra. Per salvaguardare la qualità di ciò che è realmente importante (l’informazione, per fare l’esempio più banale) sarà sufficiente credere nell’abbondanza? Davvero emergeranno in automatico le cose buone, e davvero saremo in grado di filtrarle come si deve?

Non solo. La retorica del “tutto aperto” o della selezione naturale degli amatori viene per lo più da persone come Seth Godin o altri autori affermati: gente che, a voler essere un po’ maligni, ha fatto la sua fortuna grazie al sistema precedente e ora può permettersi di affrontare il mutamento di paradigma in relativa tranquillità. E chi si trova a doverlo vivere in prima persona?

In ogni caso, su una cosa Godin e compagnia hanno ragione: le cose sono cambiate radicalmente, e mettersi a piangere sul latte versato è inutile.

Per imporsi sul mercato e negli animi dei fruitori, ora sono necessarie nuove strategie: una su tutte, ragionare in termini di nicchie. Trovare quei famosi 1000 fan, come consiglia Kevin Kelly, disposti a seguirvi e a pagare per quello che producete.

Se è vero che il web ha parificato di molto le prospettive e annientato la figura vecchio stampo del creatore professionista, ha anche aumentato enormemente la possibilità di esposizione. Non resta che impegnarsi a fondo per sfruttarle.

 

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