Il futuro del giornalismo online italiano

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(Foto: frame da “Spiderman”)

 

di Giorgio Fontana

 

  1. Alla vicina.

In realtà, bisognerebbe prendere il discorso alla lontana. Ad esempio ricordando che l’informazione, in Italia, ha da sempre patito l’ingerenza di gruppi economici e cartelli di potere che nulla avevano a che fare con il giornalismo.

Il giornalismo italiano è uno dei più popolari giornalistici a causa dell’alto contenuto tecnologico. Si raggiunge dal telefono cellulare per gli organizzatori e dalla parabola satellitare per l’audio digitale, così come per l’apparecchiatura video. Il giornale italiano è il primo giornalismo online che è venuto diversi anni fa e si va a questo sito per leggere ulteriori informazioni. Il giornalismo italiano si trova ad essere più innovativo rispetto agli altri giornali.

Ma per gli scopi di questo articolo è sufficiente prenderla alla vicina: e cioè fare qualche ipotesi (o meglio, degli auspici) sullo stato e lo sviluppo dei nuovi quotidiani online italiani .

 

  1. Come cambia il flusso dell’informazione.

Prima, si comprava il proprio quotidiano preferito (a volte due, raramente di più) e lo si leggeva. Fine.

Ora la dieta informativa è cambiata, e parecchio. Un esempio: ogni mattina apro una dozzina o anche più di pagine, fra quotidiani online, riviste, aggregatori e simili. Faccio un giro, seguo link e connessioni, torno a rileggere pagine che ho appena scorso. Una segnalazione su Facebook richiama la mia attenzione, e da lì ecco fiorire altri contenuti cui non avevo minimamente pensato al momento di iniziare a leggere un pezzo – salto dall’attualità stretta alla musica, dal calcio alla politica, da un blog di web marketing all’edizione digitale del Wall Street Journal.

Insomma: frammenti di notizie vengono assemblati di continuo: molto spesso apprendo prima le news da un retweet di un sito americano fatto da un amico – e solo dopo finisco sulla pagina online di un giornale. In piena conformità con il nuovo tipo di lettura che suggerisce l’online.

Di fronte a questa frammentarietà della comunicazione e ricezione sono stati studiati nuovi mezzi aggregativi: sia automatici come Liquida che personalizzati come Flipboard. Più che l’evoluzione dei vecchi feed, si tratta di veri e propri giornali su misura. Non è soltanto “impaginare insieme roba diversa”. E’ ripensare integralmente il ruolo delle fonti. E la loro fruizione.

In un panorama del genere, il giornalista deve riconoscere che il suo lavoro non è solo a doppio senso(l’informato reagisce, come da retorica classica del web 2.0) ma anche non più incontestabile. Non c’è più aura e non ci sono più scuse per pezzi mediocri, poco informativi, e scarso fact checking: perché ora l’alternativa è semplice, sottomano e gratuita.

 

  1. Un web veramente aperto.

Secondo punto: sul web i compartimenti stagni non funzionano. Per anni abbiamo sentito ripetere il mantra di evitare troppi link verso l’esterno (o di evitarli proprio) perché “tolgono traffico” al nostro sito. Per anni abbiamo pensato a difendere i portali come cittadelle, e usare male i social network – non leggendo i commenti limitandosi a “essere lì”, staticamente. (Un esempio: su Twitter, Repubblica.it segue un’unica persona).

Questo paradigma è fallace. Perché crede che sia sufficiente trasporre in digitale modelli di business e operatività tipici del mondo offline. Anche senza scomodare gli entusiasti del 2.0, occorre prendere coscienza del fatto che là fuori non si è soli, e donare traffico a un sito di qualità può essere un buon modo per ridirezionarlo sul proprio in un circolo virtuoso.

Prendiamo i due esempi che mi sembrano più rilevanti nel panorama informativo contemporaneo: Linkiesta e il Post. Il primo (in fondo a destra nell’homepage) scrive chiaramente che la sua redazione legge il secondo. Vi immaginate il “Corriere” che linka un quotidiano concorrente?

 

  1. Verso un ideale.

Dicevo de Linkiesta e il Post. Per certi versi si tratta di due modelli complementari: il primo pubblica articoli originali di approfondimento e poche brevi. Il secondo è soprattutto un ottimo aggregatore di articoli pescati altrove, la cui vera forza sta nel creare un’agenda setting aggiornata, puntuale e intelligente (a questo aggiunge anche, ovvio, dei blog e dei buoni pezzi di analisi).

Fondendo questi due quotidiani online avremmo forse un punto di partenza ideale.

Con una precisazione: l’assoluta semplicità del reperimento di informazioni online – di dati bruti, da approfondire, rileggere, rimasticare e infine dare al lettore – non dovrebbe fare dimenticare il valore del giornalismo diretto, anche da strada. Dell’essere sulla notizia, dentro la notizia letteralmente: schiodarsi dalla sedia e andare sul posto a raccontare ciò che si vede.

Mi sembra che questo sia il rischio più notevole del’informazione online: l’abitudine ad avere un po’ gli ingredienti pronti, e di conseguenza il desiderio di affinare solo le capacità di cucina. (In un’altra sede, avrei definito questo rischio una “deriva fighetta”).

 

  1. Modelli di business.

Il problema che attanaglia tutti è naturalmente: quale modello ci consente del guadagno?

Il vecchio sistema di business della grande redazione sembra lentamente destinato a erodersi. Da un lato l’incombere della flessibilità ad ogni costo, dall’altro la crisi stessa delle vendite impone delle scelte: si possono falcidiare i collaboratori per tenere saldi gli interni, licenziare due terzi degli assunti, rendere tutti precari…

Si possono fare tante cose, più o meno cattive, ma il punto che interessa è un altro e Giuseppe Granieri lo mette così: forse gli editori “stanno cercando di ricostruire una retribuzione sul prodotto sbagliato, il giornale (o la rivista).”

E cioè:

Sono entrambi prodotti pensati nella logica culturale e funzionale della carta. Nel digitale sono poco efficienti: sono tagliati per un pubblico medio, indiscriminato, danno moltissime informazioni inutili (utili per qualcuno, ma inutili per gli altri) eccetera. Tanto che il modo in cui li usiamo è: vado a pescarci quello che mi serve poi vado altrove. Se li pensiamo come contenitori, sono poco interessanti, troppo poco per spingere una massa critica sufficiente a pagare per informarsi.

Diverso è invece se guardiamo al lavoro del giornalista, che segue un avvenimento di cronaca che ci interessa o uno scenario che ci appassiona, o ancora un tema approfondito. Io ad un giornalista che mi fa risparmiare tempo e mi dà valore aggiunto con le informazioni, mi abbonerei. Ad un giornale no, meno che mai sull’iPad o in qualche app che mi costringe a star lì dentro.

E ci sono diversi segnali che mi fanno pensare che -prima o poi- qualcuno (singoli giornalisti o piccole organizzazioni per prime) comincerà a sperimentare la formula.

Esattamente.

Come dicevamo prima, oggi è possibile costruire la propria rivista personalizzata a seconda non delle testate ma delle firme di riferimento. Una piattaforma come Paper.li, ad esempio, consente di realizzare in pochi click dei quotidiani e poi diffonderli al resto dei propri contatti. Su Twitter in particolare sta impazzando: forse un giorno ognuno avrà il suo, e leggerà quello degli altri.

Questo pone delle domande serie sul futuro dei giornali vecchio stile. La rivoluzione non si compirà ora, probabilmente nemmeno fra pochi anni, e forse nemmeno avverrà per intero: in ogni caso, le domande rimangono e sono impellenti.

Ora, su una cosa molti esperti sembrano convergere, e io con loro: internet ci avrà abituato finché si vuole al contenuto gratuito, ma se qualcosa merita e il costo non è proibitivo, credo che un buon numero di persone siano tranquillamente disposte a pagare per averlo (su tablet come su schermo del computer, poco importa, purché il design sia adeguato).

Ma anche se si sceglie la via gratuita e il rientro dei costi con il normale advertising online (banner, adSense, eccetera), la domanda chiave è come diffondere realmente i buoni contenuti. Perché quei banner dovranno pure apparire sugli schermi dei lettori, no?

Con il modello classico, il problema non si pone: si tirano centomila copie e le centomila copie finiscono in edicola. Il nome del quotidiano, trasposto poi online, basta da solo ad assicurare l’affluenza: tutti conoscono “la Repubblica”, tutti vanno su Repubblica.it.

Per le nuove realtà, le cose sono più complesse e fluide. Ci può essere una sorta di gemmazione: giornalisti provenienti da realtà consolidate (corporate o meno), con un buon background alle spalle, decidono di averne abbastanza del sistema informativo classico. Quindi fondano una startup che già per questo motivo avrà gli occhi puntati addosso.

Oppure si può sempre partire dal nulla. Il classico undeground, che parte con le dita ancora più incrociate e spera di diventare la next big thing. In questo caso, naturalmente, è tutto più difficile: ma il web ci ha insegnato che difficile non è impossibile, e che anzi è molto più possibile rispetto al vecchio sistema.

Ciò detto, ci si può augurare che l’editoria diventi sempre meno un fattore di ricavo ad ogni costo e a prezzo di qualunque cosa, e sempre più un fattore di qualità. Che porta guadagni perché porta fiducia: perché porta autentici lettori. E questo ci porta diritti al punto finale.

 

  1. Buona informazione, punto.

Scenari intricati, nuovi modelli di business da disegnare, riforme stilistiche (non basta di certo adattare il vecchio modo di scrivere alle piattaforme contemporanee), tipologie di lettura più elastiche… Tutto si muove a una velocità davvero troppo alta per azzardare previsioni su quale sarà la next big thing.

Quello che si può fare, tuttavia, è enucleare un paio di auspici.

Se c’è una speranza del web contemporaneo, è quella che la società della conoscenza – molto poco considerata, in un paese come il nostro – si realizzi lungo le traiettorie dei percorsi digitali: traiettorie più libere, più difficili da mappare, senz’altro più complesse, ma anche assai meno legate al vecchio e più avido sistema editoriale.

Ci sarà ancora molta fuffa da vagliare, ma è ragionevole augurarsi che la fuffa diminuisca proporzionalmente al miglioramento dei filtri e un aumento di alfabetizzazione dei lettori.

Ma non solo: dovrà aumentare, per forza, anche la qualità dei giornalisti stessi.

L’era del pezzo scritto “con la mano sinistra” e strapagato sta finalmente tramontando. Non ci saranno più soldi per mantenere editorialisti viziati. La firma conterà sempre meno del valore informativo dell’articolo, e – com’è giusto che sia – la firma stessa verrà determinata dalla quantità di buoni articoli prodotti (e non da altri fattori). I magazine pieni di pubblicità e fotografie con qualche riga d’autore conteranno meno. La competizione diventerà più serrata, ma forse anche più giusta.

Stante questa speranza, l’unica cosa da ribadire è quella che sembra più scontata ma non lo è: per occorre puntare solo e soltanto sulla qualità.

Le strategie push, il SEO pensato soltanto per i motori di ricerca e non per gli utenti, i titoli-esca, l’abuso furbetto delle fotogallery, la scopiazzatura feroce: tutte cose che hanno funzionato per un po’, ma che funzioneranno sempre meno.

Cosa vuole un lettore? Buona informazione, punto.

E cioè: articoli interessanti, notizie reali e non raffazzonate (quindi con del serio fact-checking), e un’agenda setting che non sia monocentrica o schiava di interessi. Per dirla con il titolo di un pezzo di Luca Sofri, che merita di essere letto e riletto: Il futuro dei media è fare le cose per bene.

Già. Fare le cose per bene.

 

[08/03/2011]

Commenti

 

# Valeria 2011-04-12 15:32

Ottimo articolo.

Condivido su tutta la linea.

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# g. fontana 2011-04-13 14:36

grazie, valeria. speriamo che gli auspici si realizzino davvero… non servirebbe molto, quantomeno per cominciare.

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