L’account Twitter del giornalista dell’Independent Guy Adams – corrispondente del quotidiano inglese da Los Angeles – è stato sospeso durante la giornata di ieri. La ragione: durante il suo resoconto (parecchio aspro) del modo in cui l’emittente americana NBC sta raccontando i Giochi Olimpici, ha pubblicato l’email di Gary Zenkel, presidente della NBC Olympics.

La NBC ha dunque inoltrato una lamentela a Twitter, e Twitter ha preso la decisione di bloccare i tweet di Adams informandolo di avere violato le norme delle piattaforma, che obbligano gli utenti a non postare informazioni come gli indirizzi email privati, i numeri di telefoni, o documenti finanziari.

Il giornalista ha replicato, giustamente, di avere twittato l’account aziendale di Zenkel – accessibile a chiunque con una breve ricerca e costruito alla stessa maniera di tutti gli altri impiegati della NBC. Niente di privato, dunque, e niente che vada contro la policy ufficiale di Twitter.

Il sospetto è che si tratti di una scusa per compiacere l’NBC e rimuovere le critiche di Adams (preservate in parte sul sito dello stesso Independent): senz’altro corrosive e magari di cattivo gusto, ma assolutamente lecite in termini di libertà d’espressione.

Un sospetto che si aggrava ancora di più tenendo presente – come ricorda Dan Gilmor in un ottimo pezzo sul Guardian – che Twitter è partner dell’NBC per le Olimpiadi.

La notizia ha avuto una larghissima eco e sta suscitando un interessante dibattito sulle limitazioni dei diritti di Twitter e sulla sua necessità di ritirare tale censura (e scusarsi).

Sempre su Twitter, è stata sollevata una protesta verbale convogliata dall’hashtag #NBCFAIL. Lo scrittore scozzese Irvine Welsh ha detto che l’atto “illustra tre tendenze del potere egemonico: 1) odia le critiche, 2) si prende sul serio, 3) non ha senso dell’umorismo”:

Ironicamente, circa un mese fa la piattaforma aveva pubblicato il proprio Transparency Report sulla scorta dell’esempio di Google, rendendo pubbliche le richieste dei governi locali per eliminare contenuti ritenuti “sgraditi”: Twitter mostrava di non avere accolto nessuna richiesta di censura vera e propria. (Negli stessi giorni, aveva fatto scalpore la richiesta di un giudice newyorkese di ottenere i dati privati di Malcolm Harris, membro di Occupy Wall Street, a scopo di indagine).

Ora questa campagna di trasparenza appare davvero stridere con la controversa decisione di bannare Adams.

Il punto è che questo brutto episodio ci deve ricordare, una volta di più, che su Twitter siamo comunque ospiti. E per quanto l’azienda abbia con il tempo legato il suo brand a valori come l’informazione libera o il supporto di cause sociali (vedi le rivoluzioni arabe), alla fin fine rimane un’azienda. E un’azienda prima o poi scenderà a compromessi se deve fare il proprio interesse (o ciò che ritiene tale): anche a scapito di ledere il singolo.

Su Betanews Joe Wilcox critica – come la stragrande maggioranza dei commentatori – la scelta della piattaforma, e conclude così:

La fiducia è fondamentale per servizi cloud come Twitter. Ti fidi di loro nel dare le tue informazioni e ti fidi di loro nel considerarli un palco e un centro per le relazioni online.

Come giornalitsa, vedere soppressa la libertà di parola di un mio collega mi ha fatto perdere la fiducia in Twitter. La sospensione dell’account di Adams è stata troppo rapida e opportunistica. Twitter si è sbagliata nel sospendere l’account di Adams.

Ma ancora più importante è la domanda con cui inizia il pezzo, una domanda che dovremmo sempre ricordare – senza facili allarmismi, ma anche con una maggiore consapevolezza di come i nostri dati e la nostra identità digitale sono di fatto consegnati ad altri e soggetti a possibili e improvvise censure: