di Giorgio Fontana

 

Com’è cambiato il nostro rapporto con la lettura, con l’avvento del web di massa?

La questione naturalmente non riguarda solo il cambio di device – dalla carta allo schermo – ma l’idea che un testo sia in immediata concorrenza con diversi altri: il multitasking e la possibilità di ottenere un numero altissimo di informazioni in tempo reale rendono la lettura assai più frammentaria. Il continuo “canto delle sirene” che viene da internet diminuisce la concentrazione e soprattutto l’esclusività che diamo a un testo “classico”.

La lettura che può essere fatto attraverso il browser Web è conosciuta come lettura online e questo può essere fatto dagli utenti che si connettono a Internet. Mentre nella lettura offline gli utenti non sono connessi a Internet come questo, ma le risorse che è necessario devono essere prima scaricati dal Web.

Dopotutto, quando teniamo in mano un libro o un articolo di giornale tendiamo ad avere un tipo di lettura molto continua: certo, possiamo sempre interromperci e passare a un nuovo volume o (più facilmente) a un altro pezzo del medesimo giornale: ma non c’è un vero e proprio rumore di fondo come quello provocato dalla lettura su browser.

Fateci caso. Mentre leggete questo articolo, probabilmente avrete aperto anche il vostro account di posta elettronica, la vostra pagina Facebook e magari altre due o tre finestre. E invece di rimanere con gli occhi fissi su queste righe, il vostro sguardo cadrà qui e là per verificare che non siano arrivati nuovi messaggi, o per fare un refresh sull’homepage del vostro quotidiano online preferito.

 

Il dibattito ha avuto il suo periodo d’oro tre anni fa, con alcuni articoli influenti – The Future of Reading di Motoko Rich e Is Google Making Us Stupid? di Nicholas Carr su tutti. Dopo l’iniziale entusiasmo per le infinite possiblità del web, la diffusione capillare di internet ha portato a una seconda ondata di riflessioni critiche su come la presenza online stava modificando il nostro rapporto con la lettura e addirittura le nostre conformazioni cerebrali.

In effetti, il classico articolo di Jakob Nielsen How Little Do Users Read? mostra un panorama un po’ desolante: gli utenti leggono al massimo il 28% delle parole di un sito web, anche se la percentuale più realistica è addirittura il solo 20%. Abbondano le visite brevi, si clicca quasi sempre su link che rimandano ad altri testi, la divagzione è la norma.

Dagli studi di Nielsen emerge che la priorità del navigante è comprendere il layout della pagina e guardare le immagini.

Chiaramente, il tema dell’attenzione ritorna come cruciale in un mondo dove così poco tempo è dedicato ai contenuti, e dove lo skimming sembra avere soppiantato la lettura vera e propria.

Ciò detto, anche in questo ambito ci sono diversi gradi di pessimismo. Per alcuni, il web sta davvero uccidendo tutta la nostra millenaria tradizione di lettura lenta e concentrata: per altri, si tratta di un’evoluzione che modificherà senz’altro alcuni aspetti ma ne farà anche emergere di nuovi, non necessariamente peggiori.

Secondo il sociologo Nathan Jurgenson, ad esempio, la comunicazione istantanea (Twitter, messaggistica ecc.) non è affatto “vuota” come alcuni ritengono. E sono interessanti, inoltre, questo grafico riassuntivo del “New York Times” sulle nuove competenze di lettura richieste e questo video dell’Università del Kansas.

 

A tal proposito, un recente report di ReadWriteWeb ci aiuta a comprendere le principali e più recenti abitudini della lettura online. Notiamo innanzitutto che gli strumenti social sono diventati una delle chiavi fondamentali per fruire dell’informazione, a differenza dei precedenti feed RSS o delle homepage classiche.

I punti di partenza sono ormai alcuni aggregatori verticali, specie per dispositivi mobile, Twitter, Facebook e applicazioni per i-Pad come Flipboard, che consente di creare una propria, personale “rivista” con il best of dei blog più letti.

Nel nostro studio dedicato all’eyetracking, inoltre, è emerso che gli utenti web cercano sempre di più informazioni rapide e sintetiche, ma anche in quantità maggiore rispetto alla lettura offline: ciò che si perde in profondità, in un certo senso, potrebbe essere recuperato in varietà.

 

Insomma, anche nel concreto non assistiamo a una “morte della lettura”, quanto a una riorganizzazione della dieta informativa e del modo di leggere.

Tirando le somme: per il marketer così come per il web copywriter in genere, questo significa in primo luogo concentrarsi sulla concisione, la leggibilità grafica e la rilevanza dei contenuti, e sul loro valore intrinseco anche al di là del messaggio commerciale. Solo in questo modo sarà possibile catturare un’attenzione sempre più frammentata, sì, ma non per questo meno spenta.