Jason Cohen di Smart Bear Software ha pubblicato una riflessione attorno al modello delle startup “di successo” ma non sostenibili economicamente. Merita di essere letto e masticato con calma, perché identifica quello che a nostro avviso è uno dei problemi essenziali dell’intero settore.

Esempio: Color, l’app di Bill Nguyen che ha raccolto 41 milioni di dollari ancora prima di essere lanciata. (Quarantuno milioni). Che fine ha fatto Color? Non lo sanno nemmeno quelli di Color, e quando se ne parla in giro si viene accolti da una risata. In sostanza, va malissimo.

Ma prima del lancio e della susseguente bancarotta, spiega Cohen, le cose erano molto diverse: Color era considerata una grande idea, benché vaga, e nessuno aveva dubbi del suo valore. Perché, insomma, Nguyen aveva già messo in piedi sei compagnie di successo – la settima sarebbe venuta da sé.

Ma ecco il punto, secondo Cohen: erano davvero di successo? La risposta è no. Tutte, da Forefront a Support.com passando per Seven e Lala, sono state chiuse, cancellate, finite in problemi legali o hanno conosciuto un terribile crollo in borsa. “Il sistema: metti in piedi un business, crea un enorme valore fra gli azionisti, e poi arriva il fallimento”.

La vera domanda è come sia possibile che degli investitori continuino a mettere soldi nelle aziende di Nguyen. Il merito è la sua straordinaria capacità di dipingere scenari meravigliosi e convincere l’ascoltatore nella bontà dell’idea. In sostanza, retorica. Ed è questo il punto chiave.

Perché anche quando c’è dell’ottima fede nell’impostare un progetto, molto spesso si finisce per proporre una startup insostenibile dal punto di vista economico – o che comunque non dura nel tempo (al netto degli inevitabili rivolgimenti di mercato e delle inevitabili e imprevedibili mutazioni della tecnologia).

Il problema in ogni caso rimane per gran parte nell’eccitazione in stile TechCrunch che circonda tutto il mondo di chi si lancia in imprese digitali sempre nuove, con la sovrastruttura stilistica e comportamentale tipica del giovane-programmatore-che-rivoluziona-il-mondo: notti di fronte al pc, caffè lungo, barbecue, nerdismi vari. In questo, la Silicon Valley è ovviamente l’epicentro. Ma il modello è esportabile ed è stato esportato senza difficoltà: basti pensare, in Italia, all’entusiasmo ideologico di Riccardo Luna (barbecue inclusi).

Basta leggere questo pezzo per farsi un’idea dell’ottimismo sfrenato con cui Luna concepisce il mondo delle startup. Come riassume ancora una volta molto bene Jumpinshark, il discorso di Luna si erge “sacrificando ogni diritto sull’altare del feticismo digitale, raccontando il mito regressivo dell’innovazione e sollevando la deregolamentazione estrema della startup in crunch mode a modello generale”.

Sia chiaro: nessuno vuole negare l’importanza di percorrere nuove vie, di lanciare prodotti diversi e – più in generale – di dare una scossa ai mercati. Ma santificare l’innovazione e la “cultura startup” come un bene assoluto e in quanto tale è deleterio – una retorica parallela alla retorica del “disrupting”: un sacco entusiasmo gratuito e pochi, pochissimi conti in tasca – quando invece ci vorrebbe molto più equilibrio e molta più attenzione, specie in un momento delicato come questo.

Una startup è un’azienda, e per quanto possa sembrare banale, tale fatto viene troppo spesso sepolto dalle parole di incitamento. Non basta essere giovani, bravi con il codice e svegli: gli investitori potranno abboccare fino a un certo punto, e se siete davvero in gamba potrete continuare a riciclarvi in stile Nguyen: ma non è un destino augurabile – è un destino di fallimenti mascherati.

Non ogni startup è buona per definizione, e non ogni idea merita di essere santificata perché nuova. A volte non basta nemmeno avere una buona idea, a dirla tutta: occorre, come sottolinea chiaramente Cohen, che abbia una sua sostenibilità. (Quindi: magari non puntate sull’ennesimo social network generalista che non serve a nessuno).

Un modo inedito per arrestare il pericolo di bolle tecnologiche e l’ondata speculativa fine a sé stessa è quello di alimentare la propria consapevolezza. Invece di rimbrottare solo gli investitori per i loro eccessi, forse anche l’intero settore dei creativi dovrebbe farsi un grosso esame di coscienza, e pensare maggiormente all’utilità e la scalabilità di un prodotto – invece di badare ai grandi claim.