Il panorama del giornalismo digitale è in continua evoluzione praticamente ovunque nel mondo: la difficoltà di trovare un modello di business adeguato e l’inevitabile cambio di paradigma culturale ancora prima che tecnologico (dalla carta al web cambia l’intera percezione e fruizione di cos’è una notizia) lo rendono un terreno particolarmente delicato.

L’Italia, a sua volta, è un caso peculiare per diversi motivi: quali il tipo di giornalismo storicamente misto (senza una distinzione precisa fra notizie “basse” e hard news), la ancora scarsa penetrazione di internet nel paese, o la stessa presenza di un organo unico nel suo genere come l’Ordine dei giornalisti.

E anche l’adozione dei paywall – prevista per i grandi player nel corso di quest’anno – solleva qualche dubbio, visto il loro carattere molto generalista e l’incapacità di creare autentico coinvolgimento da parte di una comunità di lettori. Per finire, negli ultimi tre anni sono nati dei quotidiani all digital come Il Post, Linkiesta e Lettera43: privi della necessità di far fronte a una transizione dalla carta ai byte, hanno potuto – o hanno cercato di – interpretare al meglio tale nuova forma di giornalismo.

Insomma, mancava davvero un lavoro che mettesse ordine in questo panorama complesso e così stratificato: fortunatamente, ora c’è. Si chiama Il web e l’arte della manutenzione della notizia, ed è un ebook scritto da Alessandro Gazoia (proprietario del blog jumpinshark).

Si tratta di un saggio davvero eccellente: con dati aggiornati alla mano e una grande capacità analitica e sintetica, Gazoia introduce il lettore al mondo del giornalismo digitale (con tutte le sue specificità) per poi restringere l’obiettivo sui diversi tipi di portali a disposizione dei lettori: quelli tradizionali in bilico fra l’edizione classica e quella online, i nuovi player di cui sopra, ma anche il nuovo HuffPost italiano o le piattaforme di informazione locale (es. Varesenews) molto spesso sottovalutate, e che invece producono ottimi numeri.

La bravura di Gazoia sta nel maneggiare una materia così compicata con grande disinvoltura, senza dimenticare un sano approccio critico verso le forme più deteriori di click journalism – i vari “boxini morbosi” fatti di immagini gossippare e le ormai celebri “colonne di destra” di Corriere.it e Repubblica.it. (E proponendo a sua volta delle soluzioni diverse e più equilibrate, in grado di tenersi in piedi fra il bisogno di macinare visualizzazioni per l’advertising e la necessità, assoluta, di fare informazione di qualità e creare un senso comunitario fra i propri lettori).

Molto interessante anche la messe di fonti riordinata nella bibiliografia finale, e che può servire come spunto per ulteriori approfondimenti.

Nel complesso, il lavoro di Gazoia è fondamentale per qualsiasi addetto al lavoro, ma è anche una risorsa di estremo interesse per “quello che un tempo veniva chiamato lettore” – e che ora, per l’appunto, contribuisce attivamente alla creazione e alla condivisione delle news.

Come scrive l’autore, ormai “fa giornalismo pure il cittadino che documenti in un blog la situazione del verde pubblico nella sua città o le condizioni delle mense sociali, segua la stagione della locale squadra di calcio o gli eventi culturali, crei una base dati liberamente consultabile sulle scuole non in sicurezza o sugli incidenti causati da guidatori imprudenti a ciclisti della sua area”.

E in tale situazione fluida, dove siamo tutti chiamati in qualche modo a giocare al grande gioco dell’informazione – dove possiamo spostare di un centimetro il sistema anche solo con un tweet – il valore di un sunto di qualità è immenso: mai come ora è stato importante capire in che modo il giornalismo sta cambiando, e l’ebook di Gazoia è uno strumento prezioso per fare luce su questa strada.