Cos’è esattamente il web 3.0?”, chiese uno spettatore a nientemeno che Eric Schmidt. La risposta dell’allora CEO di Google fu: “Web 3.0 è un termine di marketing. E io credo che lei abbia appena inventato il web 3.0.”

Non male! Ma dopo questa battuta, Schmidt tentò comunque di definire il concetto come un legame più stretto fra applicazioni, in modo che esse siano disponibili facilmente ovunque e possano interagire a vicenda senza problemi. Una risposta che, a dire il vero, appare un po’ fumosa.

Era il 2007. Ma a quattro anni di distanza, il terzo gradino del www si fa attendere: non solo, si fa attendere anche una sua chiarificazione.

Come sottolinea anche la voce di Wikipedia, con web 3.0 si intendono ancora cose piuttosto diverse, e un’intesa definitiva sul termine non c’è ancora. Alcuni si riferiscono al 3.0 come al web tridimensionale; altri preferiscono pensarlo come il web degli oggetti; altri ancora dicono che tutto dipende solo dalla prossima variazione di investimenti economici, o dal prossimo step di hardware.

Tuttavia, sembra che la maggior parte degli esperti converga verso l’idea della connessione semantica.

Nel 2006, Tim Berners-Lee propose di vedere il 3.0 come una sovrapposizione della Grafica Vettoriale Scalabile con un web semantico integrato. Un mix, insomma, di design ridimensionabile e modificabile a piacimento, e di cooperazione “intelligente” fra le macchine.

Che detta così fa più spavento che altro, ma niente paura.

 

La progressione delle tre fasi della rete può essere descritta in questo modo:

– Web 1.0: piattaforme di pubblicazione base (dall’editore all’utente in via unidirezionale) e generica messa online dei dati.

– Web 2.0: aumento delle potenzialità di banda e avvento del social (contenuti user-generated, partecipazione diretta, ecc.).

– Web 3.0: componente semantica e collegamenti fra i dati gestiti direttamente dai computer. Come dice Nicholas Carr, per la prospettiva semantica il web 3.0 è “macchine che parlano fra macchine”.

Quindi: con il nuovo step le pagine saranno sempre più strutturate in formati RDF e ricche di metainformazioni: le applicazioni potranno essere dunque interrogarsi a vicenda ed essere integrate più facilmente fra loro, cooperando sulla base dei metadati. Questo dà un senso alla frase sibillina di Schmidt.

Un esempio. Con il pieno sviluppo delle potenzialità 3.0, i fraintendimenti di ricerca tenderanno a scomparire. Il potenziamento semantico consentirebbe a una macchina di interpretare come un essere umano (o quasi) una stringa: e quindi di coglierne il significato al volo, evitando problemi di omonimia, mancato riconoscimento di funzioni logiche complesse, eccetera.

Insomma, se con l’avvento del 2.0 erano gli esseri umani a condividere le informazioni, con il web 3.0 saranno in primo luogo le macchine.

A questo si aggiunge, nella visione di Berners-Lee, l’intervento di una tecnologia capace di “stiracchiare” a piacimento il design. La grafica vettoriale scalabile (SVG) è infatti in grado di esprimere figure interattive e ha dei vantaggi non da poco – come la possibilità di ridefinire qualsiasi elemento senza perdere un grammo di qualità.

 

Tutto molto interessante, certo. Ma fattibile?

Dal punto di vista della grafica vettoriale scalabile, non c’è problema. Ma come abbiamo già ricordato in un precedente articolo, allo stato attuale l’idea di un web semantico è imprecisa: per ora si può parlare solo di web metasintattico, e di connessione fra dati senza alcuna aggiunta di significati – che rimangono un affare degli esseri umani.

Il problema del sogno semantico è il problema dell’Intelligenza Artificiale: affinché emerga una rete evoluta in termini di significato, occorre credere che le macchine sapranno realmente maneggiare dei significati. Tradotto in soldoni da Jonathan Richards, “il web 3.0 significa dare a internet stessa un cervello“.

I casi sono due, quindi: o prendiamo sul serio questa provocazione – e crediamo all’idea che un giorno l’Intelligenza Artificiale emerga davvero – oppure parole come “web 3.0” e compagnia servono solo a riempirsi la bocca. Come diceva Schmidt, sono puri termini di marketing: e allora tanto vale proporre già un web 4.0, come fa quel furbone di Seth Godin. E giù per questa via.

A voi la scelta.