L’annosa questione di pagare per i contenuti

L’annosa questione di pagare per i contenuti

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(Foto: Flickr.com/photos/tillmans_collection)

 

di Giorgio Fontana

 

La notizia è rimbalzata ovunque: il New York Times online ha alzato un paywall. Per consultarlo ora bisognerà pagare – così come ha fatto il Financial Times, così come sta per fare il Daily di Murdoch dopo il primo periodo free (anche se finora gli abbonati sembrano davvero pochini).

In realtà la questione è annosa e insieme terribilmente complessa: quale modello di business conviene scegliere per sostenere l’informazione online? Meglio la solita strategia basata sull’online advertising e i contenuti free, o la riedizione del vecchio sistema “paghi e leggi”?

Già un anno fa una ricerca del gruppo Nielsen evidenziava come l’85% degli utenti intervistati preferiva un contenuto gratuito (ovvio!): anche se molti si dicevano disposti a pagare per temi specifici. Per quanto concerne i giornali e le riviste, il problema che le notizie lì riportate sono ormai leggibili da qualche altra parte senza pagare.

A tredici mesi di distanza, le fila sembrano essere ancora più serrate e la difficoltà di raggiungere il break evenè palese.

Claudio Tamburino su Punto Informatico analizza in maniera equilibrata tutta la situazione. Gli editori online cominciano a temere – stante la crisi degli introiti pubblicitari (i più bassi dal 1986 per la Newspaper Association of America) – una sorta di collasso del sistema. Di qui la necessità di studiare nuove modalità di ricavo.

In questo senso la decisione del New York Times è emblematica, perché affronta di petto un problema di cui si parla tanto ma sul quale, in fondo, le soluzioni concrete sembrano ancora poche: così non si tirerà avanti per molto, e qualcosa bisogna pur fare.

Naturalmente la quantità di commenti al riguardo è sterminata. Eccone una piccola selezione:

– Secondo Giuseppe Granieri, il modello da preferire sarebbe quello di abbonarsi a un giornalista, più che a un giornale. I modelli di abbonamento funzionano con la carta, con il web sono troppo rigidi e rischiano soltanto di spingere lettori altrove.

– Ad avviso di Massimo Mantellini, i prezzi proposti dal NY Times sono ragionevoli, ma il vero problema sarà arginare l’hackeraggio. E in effetti anche Bill Grueskin su PaidContent.org – il nome la dice tutta – si muove su traiettorie simili e, sottolineando come il limite di 20 articoli gratis previsto dal giornale può essere aggirato in alcuni facili modi.

– Gerry Marzorati, editor del NY Times, si dice invece ottimista (che strano!). Il pubblico del suo giornale è di qualità piuttosto elevata e per avere della “premium information” non esiterà a pagare – e di base il valore degli annunci pubblicitari rimarrà più o meno lo stesso (anche perché è soprattutto in homepage, e l’homepage rimarrà visibile gratuitamente). Ma per un pubblico più popolare e incolto? Il problema, ammette Marzorati, è grave e rischia di scivolare addirittura nello squilibrio sociale. Insomma, l’i-Pad non è la panacea e chi non è informato rischia di esserlo ancora meno con queste restrizioni.

– Aaron Chimberl della Online Journalism Review propone un breve ma articolato resoconto della faccenda e si mostra scettico, sia perché l’advertising diminuirà comunque per forza (nonostante le chiose di Marzorati), sia perché la concorrenza gratuita ne resterà avvantaggiata.

 

La mia opinione?

L’online advertising di sicuro ha avuto un rialzo l’anno scorso (superando gli introiti della carta stampata), ma la bolla è destinata a scoppiare o comunque rallentare significativamente.

Ciò detto, una soluzione intrigante potrebbe essere quella di creare un mix fra i due sistemi: abbonamento o micropagamento per alcuni contenuti (ad esempio gli approfondimenti o le firme che non si trovano altrove), e ampie parti di news gratuite, supportate da pubblicità.

In ogni caso su una cosa sembrano tutti d’accordo (e io con loro): come ricorda la ricerca Nielsen citata sopra, il web è radicalmente diverso dalla carta stampata: grazie ai motori di ricerca, trovare informazione gratuita è semplicissimo.

Joshua Kim, argomentando sul perché non si abbonerà al NY Times online, dice di non voler pagare per qualcosa che è sostituibile. Un libro è un libro e rimane quel libro: una notizia, no. Già questo dovrebbe fare intendere che un modello interamente basato sul “paga e leggi” non funziona molto.

E’ quello di cui parlava anche Scott Adams – creatore di Dilbert – dicendo che nel futuro i contenuti varranno zero: Google sarà sempre più potente e raffinato, e ci sarà sempre qualcuno a pubblicare gratis sulla rete. Quindi, bene o male troveremo sempre ciò che cerchiamo senza pagare.

Probabile. Il discrimine però è la qualità: posso senz’altro trovare la stessa notizia e la stessa informazione, ma il valore aggiunto del professionista sembra indispensabile per renderla adeguata agli standard di una moderna società della conoscenza.

Forse dovremmo fare tutti un passo indietro, e nella sbornia del contenuto free riflettere su questo punto: conviene davvero, anche a noi lettori, rischiare di risparmiare sempre sulla qualità?

 

[23/03/2011]

 

 

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Commenti

 

# filippo mari 2011-03-23 10:39

a proposito di crackare…

That was quick: Four lines of code is all it takes for The New York Times’ paywall to come tumbling down

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