FOMO

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(Foto: Flickr.com/photos/ciana13/)

 

di Giorgio Fontana

 

Lo Urban Dictionary definisce così la FOMO, acronimo per Fear Of Missing Out: “la paura che se perderete un party o un evento perderete qualcosa di grandioso”. Ogni adolescente di ogni tempo si è sentito afflitto da questo desiderio costante di esserci, e in un certo senso può essere anche un ottimo rimedio alla pigrizia e al lasciarsi andare.

Ma trasposta nel cosmo del web sociale, la FOMO diventa una fobia alimentata dalla semplicità stessa con cui è possibile partecipare: niente più scuse di stanchezza, posti lontani da raggiungere e così via. Basta un click. Ma se basta un click per qualsiasi cosa – tutto è alla medesima distanza virtuale – allora il rischio è quello di voler esserci sempre, dovunque, a qualsiasi costo e a qualsiasi ora.

In un certo senso può sembrare l’ennesima declinazione notiziabile delle forme di dipendenza da social networking, ma c’è un dettaglio in più.

Come spiega bene il dr. John Grohol su Psych Central, il punto chiave della FOMO è la sostituzione del desiderio di connessione tout court con il desiderio di potenziale per una connessione diversa. In altri termini, non è tanto solitudine quanto spasmodico bisogno di avere altre informazioni, altri contatti, altre cose da fare.

State parlando con un amico su Skype, ma non riuscite a evitare un colpo di alt+tab per andare a controllare l’email. Poi tornate alla conversazione, ma con l’occhio sempre sulla pagina Facebook per vedere se qualcuno ha commentato qualcosa o ci sono news. Nel frattempo, sparate un tweet e magari cominciate a scrivere due righe di un pezzo che dovete terminare. O date una scorsa ai quotidiani. O fate refresh su due o tre blog che seguite.

Immagino capiti a chiunque. In fondo, la frammentazione dell’attenzione nella vita online riguarda tutti coloro che frequentano l’infosfera, e in maniera peculiare la generazione che vi è nata.

A giudizio di Grohol questo dipende anche da una nostra relazione infantile con la tecnologia: l’introduzione di tutte queste possibilità di collegamento e fruizione ci hanno precipitato in uno stato di bulimia tipico dei bambini. Possiamo mangiare un sacco di gelato senza stare male (all’apparenza), e dunque lo mangiamo. Semplice, no?

Sì: però non è detto che tale rapporto si evolva naturalmente con il tempo. E intanto, questi piccoli e continui morsi all’infosfera, o alla vita, possono risultare dannosi.

Sul Guardian, Hephzibah Anderson sottolinea che la FOMO rende particolarmente difficile anche effettuare delle scelte. Ogni decisione taglia fuori moltissime altre opzioni: ma tramite il nuovo salto tecnologico, è possibile in qualche modo evitare tale “stress”, rimanendo connessi un po’ a tutto. Il prezzo da pagare è naturalmente un altro stress: l’incapacità, per l’appunto, di effettuare decisioni serie e concrete senza rimpianti.

Non solo. La JVT, una delle agenzie di marketing e pubblicità più importanti del mondo, ha dedicato alla FOMO il suo recentissimo report dei trend di maggio. Fra i risultati principali:

– il 72% della generazione millennial (18-33 anni) ha sintomi correlati alla FOMO.

– il 56% degli adolescenti può essere anch’esso correlato alla FOMO, con un quarto circa che la prova in maniera manifesta.

– i maschi sono più “a rischio” rispetto alle donne per quanto riguarda la FOMO – con una percentuale particolarmente alta negli USA.

E una chicca per chiudere: piuttosto paradossalmente – ma forse no – la FOMO ha anche una pagina Facebook.

[25/05/2011]

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