La filter bubble e l’informazione online

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(Foto: Logosinstitute.net)

 

di Giorgio Fontana

 

Nel 1920, Walter Lippmann disse che la crisi delle democrazia occidentale è una crisi del giornalismo. Il legame fra scelta ed elaborazione delle notizie – la narrazione del mondo – e il modo in cui lo stato democratico si pone è profondissimo: mentre in un regime autoritario l’informazione è affare di pochi, in democrazia è uno dei nervi portanti del sistema.

Il termine bolla filtro è dato dall’attivitàst di Internet chiamato Eli Pariser e rappresenta le ricerche personali dal sito Web che indovina circa le informazioni della parola chiave dell’utente. Si controlla il post proprio qui per conoscere i link per ottenere la cronologia di navigazione e la cronologia di ricerca degli utenti che hanno utilizzato nel corso del tempo.

Dalle rivoluzionarie tesi di Lippmann – in netta controtendenza con lo stile di giornalismo precedente, molto più personale e “interpretativo” – giunge l’idea che l’obbligo dei giornalisti sia quello di contribuire alla creazione di un racconto oggettivo dei fatti, in modo che ogni cittadino potessere accedere alla medesima realtà condivisa, senza filtri di opinioni. Per tutto il resto del Novecento questo ideale etico è stato fondamentale, e inseguito con maggiore o minore successo.

Ma con l’avvento del web?

Il recente e imperdibile libro di Eli Pariser, The Filter Bubble, parte da qui. Dal complesso rapporto fra fatti e opinioni, e soprattutto dall’idea che internet stia portando avanti un enorme processo di disintermediazione: la selezione degli avvenimenti e il loro racconto è sempre meno in mano a professionisti del settore, e sempre più in mano alle macchine.

Ma dal punto di vista strettmente cronologico, l’indagine di Pariser parte da un post del blog ufficiale di Google, datato 4 dicembre 2009: Personalized search for everyone.

Sfuggito ai più, e soprattutto agli utenti comuni, si tratta invece di un annuncio epocale per molti versi. A giudizio di Parisier, è con questo post che si inaugura definitivamente la filter bubble, e cioè la “bolla informativa” in cui ognuno di noi tende a essere racchiuso. Se la ricerca è continuamente personalizzata, se il filtro delle informazioni è sempre più robusto e ritagliato su misura delle nostre convinzioni, allora l’idea stessa di una narrazione (tendenzialmente) condivisa svanisce. Con tutte le ricadute anche a livello civico e democratico.

Pariser sintetizza così le tre caratteristiche fondamentali della filter bubble:

  1. Sei solo nella bolla. Ogni alveo informativo è ricavato a partire dai gusti del singolo utente, e ricamato ad hoc sopra le proprie preferenze.
  2. La bolla è invisibile. Google non ha un chiaro agenda setting. La sua apparenza strettamente algoritmica, così pulita e “innocente” (fin dalla grafica) dà al lettore una totale impressione di neutralità. Inserisco un termine, ottengo un risultato: è tutto meccanico, e la meccanica funziona allo stesso modo per chiunque. Sbagliato. Ma tu non lo sai.
  3. Non scegli di entrare nella bolla. Se compri “Libero”, scegli di avere un certo tipo di informazione. Ma facendo ricerche su Google, i risultati saranno comunque personalizzati in certa misura – senza che nessuno te l’abbia detto.

Balcanizzazione del web? In un certo senso. Ma forse peggio ancora: balcanizzazione invisibile dell’informazione.

Intendiamoci – tutti noi creiamo continuamente delle bolle simili. Siamo portati per natura ad ascoltare le voci che più ci si confanno, leggere i quotidani relativi alla nostra visione del mondo, passare del tempo con le persone di cui condividiamo le idee e così via. In questo non c’è niente di sbagliato: dopotutto, nessuno è in grado di ascoltare ed elaborare qualsiasi opinione.

Ma se siamo persone sufficientemente aperte al nuovo – disposte alla serendipity, alla possibilità dell’incontro del diverso – queste bolle non si tramutano in prigioni. Ci sarà sempre spazio per accogliere il diverso ed evitare il confirmation bias – la tendenza di cercare soltanto quelle informazioni che confermano la nostra visione preconcetta del mondo.

Ma sulla rete Google comanda. Più dell’80% delle ricerche dipendono da big G, e big G – come abbiamo visto – fa della personalizzazione uno dei suoi cavalli di battaglia. Il dettaglio chiave della storia è che in questo sistema siamo costretti nella bolla senza nemmeno saperlo. E il mondo tende a diventare un’appendice dei nostri gusti.

Pensate solo a quanta gente si informa via Google News: decine di milioni di visitatori ogni mese (più del sito della BBC, per intenderci). E in Italia, una ricerca a cura dell’Università di Urbino mostra come sulla rete i portali di aggregazione abbiano già la meglio sui quotidiani.

Non solo. Il rito delle news ritagliate su misura – in quel panorama ormai frammentario che è la nostra dieta informativa – tracima ormai ovunque: basta pensare all’onnipresenza dei feed di Facebook e a come vengono costruiti – in chiave “sociale” e non per importanza o rilevanza giornalistica. (Fra l’altro, Zuckerberg ha enucleato il vangelo di questo trend in una celebre frase: “Uno scoiattolo morente nel tuo giardino potrebbe essere più vicino ai tuoi interessi, in questo momento, di quanto lo sia la gente che muore in Africa”…).

Certo, il giornalismo è in crisi ovunque e, certo, non possiamo dire che l’informazione sia sempre all’altezza delle richieste. Ma se leggo un quotidiano leggo comunque un prodotto creato da professionisti, e che sono coscienti di quanto stanno facendo (e ragionevolmente cercano di farlo al meglio, basandosi su fonti certe, coltivando il fact checking eccetera).

Google News – così come Yahoo! News e gli altri aggregatori del genere – sono invece solo il risultato di una serie di algoritmi, per cui ogni notizia è uguale a ogni altra e contano soltanto determinati calcoli. Su questo Parisier è lapidario: “stiamo scambiando un sistema con un senso delle sue responsabilità civili e del suo ruolo, definito e in aperto dibattito, con un uno che non ha alcun senso etico.”

In realtà, il succo della questione è piuttosto semplice. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un incremento verticale della quantità di informazioni. Per l’utente che cerca di reperire notizie o dettagli o commenti (o qualsiasi altra cosa) sul web, si è posta dunque la necessità di avere dei filtri seri. (Ad esempio, Clay Shirky è uno dei sostenitori più convinti del fatto che non ci sia un autentico problema di information overload, quanto un problema legato ai filtri).

Ma la risposta data da Google e Facebook è quella sbagliata, a giudizio di Pariser. Invece di cercare di un approccio più complesso alla cosa, tenendo distinta l’informazione dalla comunicazione, nell’ultimo anno e mezzo entrambi si sono spinti verso una costante personalizzazione dei risultati, con tutte le ricadute di cui sopra.

Per dirla di nuovo con una bella espressione di Parisier, la filter bubble ci chiude in una cattiva teoria del “tu”: banalizza le nostre esperienze in una dimensione puramente algoritmica. Ci fidiamo delle macchine, come se fossero giornalisti. E le macchine non sono né buone né cattive, ma sono del tutto amorali – non problematizzano nulla, aggregano soltanto.

Dal punto di vista del marketing non c’è niente di male. Personalizzare e customizzare sono ormai dei requisiti fondamentali per ogni campagna strategica, per creare una più autentica conversazione fra cliente e retailer (e di fondo, non fanno altro che ricalcare le classiche forme di conoscenza e consigli mirati dei venditori fisici).

Il problema grave insorge quando si cercano informazioni su una questione politica o sullo stato economico e sociale di una nazione – non tanto quando mi viene proposto un thriller sulla base del fatto che ho acquistato un thriller in precedenza (sebbene il meccanismo sia molto simile). Quando voglio sapere cos’è successo in medio Oriente non sto cercando una risposta che si confaccia ai miei gusti: sto cercando una risposta oggettiva.

Che fare, dunque?

Nel suo libro, e più sinteticamente nel sito di riferimento, Eli Pariser elenca dieci possibili soluzioni alla bolla:

  1. Eliminare i cookie. I cookie sono il modo più facile per essere tracciati: eliminarli alla fine di ogni sessione è buona norma.
  2. Cancellare la cronologia. Come sopra: la cronologia delle proprie ricerche sul browser può essere usata da Google per ottenere informazioni personalizzate. Fatela fuori.
  3. Mantenere privati i dati su Facebook. La questione privacy su Facebook è di lana caprina, e la movimentazione di dati sensibili verso l’esterno è da sempre poco chiara in casa Zuckerberg. Regola generale di prudenza: non dite a Facebook ciò che non volete che venga diffuso sul web.
  4. Non dire in giro quand’è il proprio compleanno. Sembra una sciocchezza, e invece è il modo più semplice per identificarvi in mezzo a tanti altri omonimi. Tenetelo nascosto e limitatevi a ricevere gli auguri dagli amici più stretti.
  5. Mai più adv targetizzati. Tutti i principali browser consentono di declinare l’opzione di annunci “su misura”.
  6. Navigare in incognito. Scoprirete subito le differenze fra la navigazione appesantita da cookie o con il login su Gmail e simili.
  7. Ancora meglio, navigare anonimi. Ad esempio, usando strumenti quali Anonymizer.com.
  8. Depersonalizzare il browser. Per sradicare le ultime possibilità di tracking e personalizzazione del vostro browser, usate i consigli di Eff.
  9. Scrivere a Google e Facebook. In modo da chiedere maggiore controllo personale sulle opzioni di tracking.
  10. Dire alle istituzioni che è importante. Fate casino, parlatene, portate la cosa allo scoperto.

Più in generale, Pariser consiglia di non addormentarsi sull’elusiva azione di filtraggio e personalizzazione dei motori di ricerca. Insiste sulla necessità di tenersi aperti al diverso: internet è uno strumento di ricerca straordinario per chiunque, ma non possiamo pensare che sia automaticamente e completamente neutrale. Perché non lo è (più).

In tal senso, occorre soprattutto creare un’alfabetizzazione algoritmica e non solo letteraria. Imparare quel tanto che basta di codice e di funzionamento della rete, per difenderci dai suoi aspetti deteriori. Dopotutto, è qui che viviamo gran parte del nostro tempo: conoscerne le dinamiche ci renderà abitanti del web più accorti, e dunque consumatori più consapevoli di informazione.

[13/09/2011]

 

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Commenti

 

# PrecariaGuerrilla 2011-09-14 16:57

Oltre all’anonimato e alla navigazione in incognito mi verrebbe da aggiungere la possibilità di moltiplicare la propria identità. Avendo diverse identità (aka), legate ad esempio a diversi interessi e contesti, si può sperare di non essere chiusi in una sola bolla ma, piuttosto, in una moltitudine di bolle che permetteranno di avere una visione più ampia dell’informazione. Bisogna solo cercare di non affezionarsi alla propria identità anagrafica, che è quella che, tra l’altro, interessa tanto a Facebook.

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