Nowism e informazione

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(Foto: Flickr.com/photos/jimjarmo/)

 

di Giorgio Fontana

 

Il fenomeno del liveblogging è ormai dilagato ovunque, soprattutto grazie a Twitter – una piattaforma in grado di coniugare rapidità, sobrietà “giornalistica” e concisione.

Non c’è evento che non abbia una hashtag (#opencamera, #iabforum, eccetera) da aggiungere ai propri tweet mentre si fa un reportage dal vivo a colpi di 140 caratteri (o di brevi aggiornamenti del proprio blog). Basta uno smartphone, e via.

L’etichetta giusta per questa tendenza l’aveva già trovata Trendwatching nel 2009: Nowism. Ovvero,

“Il radicato bisogno dei consumatori per la gratificazione istantanea è ora soddisfatto da una schiera di nuovi e importanti prodotti, servizi ed esperienze in tempo reale (offline e online). I consumatori a loro volta stanno contribuendo febbrilmente alla valanga di contenuti real-time.”

E’ un bene? E’ un male?

Difficile dirlo. In alcuni casi è una risorsa straordinaria: pensiamo a notizie come una catastrofe naturale o un attentato: la possibilità di avere degli aggiornamenti in tempo reale è apprezzabile da ogni punto di vista (in particolare per chi ha parenti o amici sul luogo della tragedia). In molti altri casi, tuttavia, rischia di portare a uno sbilanciamento dell’idea stessa di reporting.

Perché oltre a essere un nuovo stile di narrazione dei fatti, il nowism è anche una sorta di ansia collettiva, che rischia di uccidere il desiderio sociale di approfondimento. Questo sia dal lato dell’autore, che trova più pratico condividere pezzetto dopo pezzetto quel che gli passa davanti, sia dal lato del fruitore, che è abituato a volere sempre nuova informazione, spazzando via ogni informazione ricevuta in precedenza.

In una formula, il refresh rischia di vincere sul dato: come nella patologia della FOMO – Fear Of Missing Out, ovvero la paura di essere esclusi dal grande cerchio dell’informazione (e della novità).

Anche Matt Ingram su GigaOm ha contribuito a seminare il dubbio: è molto probabile che l’informazione in real-time diventi una sorta di standard per il futuro, ma l’assenza di filtri denunciata da Clay Shirky e il fenomeno ormai classico dell’information overload non mettono questo modello in ottima luce.

In sostanza, se ci troviamo a nuotare nelle acque tempestose del “tutto subito”, del racconto-copia immediato, diventerà sempre più complesso gestire in modo ragionevole il flusso dei dati, e insieme trarne un quadro più ampio e descrittivo.

Ma la domanda ancora anteriore è: per quale motivo ho bisogno di sapere “tutto subito”? Certo, una notizia è tale se non è invecchiata – ma le medesime informazioni che seguo in tempo reale saranno tranquillamente confezionate in un articolo (molto più ragionato e approfondito) nel giro di poco tempo.

In un recente discorso, il vecchio leone del giornalsimo Philip Meyer ha detto:

“Credo che ognuno di noi sia d’accordo sul fatto che le tecnologie dell’era dell’informazione producono dati più rapidamente di quanto producano comprensione. Invece di rimpiazzare il giornalismo, internet sta creando una nuova necessità: la sintesi e l’interpretazione del sempre più grande flusso di fatti.”

Resta da capire chi raccoglierà questo guanto di sfida, e soprattutto se sarà ancora in grado tecnicamente di farlo.

Se la realtà finisce per essere rispecchiata al volo in 140 caratteri o giù di lì, per poi essere rimpiazzata da qualcos’altro, chi si occuperà di comprenderla? Cosa impareremo, se il tempo per imparare è sempre meno?

[25/11/2011]

 

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