[E-Festival 2011 ]: La proprietà intellettuale nell’era digitale

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di Matteo Scandolin

 

Doveva durare un’ora e mezza e invece ha sforato le due ore l’incontro di ieri ai Chiostri dell’Umanitaria, dedicato alla proprietà intellettuale nell’era digitale.

Stefano Rocco modera un panel che cerca di spiegare al pubblico che cosa succede con cinema, musica, editoria al di là degli schermi dei nostri computer: che vede sul palco il (nuovo) direttore di Wired Antonelli, Jacopo Barigazzi de Linkiesta, Paolo Bottazzini (fondatore di Pquod e autore di Googlecrazia), Fernando Mantovani (direttore vendite di laFeltrinelli.it), Michele Fornasero (produttore di ZooSchool).

Sono state due ore davvero intennse: Rocco ha ricordato che dieci anni fa lui era considerato come un bambino che giocava con la tecnologia, mentre intorno le industrie discografiche, editoriali e cinematografiche alzavano delle barriere per evitare di vedere quello che stava succedendo nel mondo: adesso il web è esploso, anche in Italia, e le barriere non servono più: internet è passato dall’essere un problema a essere, quasi, la soluzione.

Però Antonelli non è d’accordo: chiama le tre grandi industrie “latifondisti”, che hanno avuto un controllo totale ed eccessivo del consumatore, imponendo tempi, cataloghi e prezzi che hanno esasperato l’utente medio. All’arrivo dei primi masterizzatori e gli mp3 la rivoluzione è stata di tipo culturale, e non generazionale: non erano soltanto i giovanissimi a scaricare materiale pirata, ma erano persone normali, che magari cercavano dei dischi o dei film che le major non tenevano più in catalogo.

Nessuno ha voluto capire questi cambiamenti, magari cercando di assimilare certe conoscenze diverse per poter rimanere in campo (cosa che invece è stata fatta dai maggiori produttori di macchine fotografiche, per esempio, per non scomparire dal mercato). Solo adesso si accetta l’esistenza di modi diversi per ottenere risultati diversi ma non per questo meno buoni (anche se magari a minore redditività rispetto ai grandi kolossal hollywoodiani).

Barigazzi de Linkiesta porta la sua esperienza di giornale finanziato dal basso: avere 80 soci che condividono in parti uguali delle quote del giornale significa, per esempio, assicurarsi che nessuna storia venga censurata: ci sarebbero troppe persone da mettere d’accordo. Non che non ci abbiano provato, dice Barigazzi: ma non c’è stato modo di riuscirci.

Tutti i rapporti, all’interno de Linkiesta, sono basati sulla rete: da quello coi lettori a quello coi redattori: i tre quarti dei suoi collaboratori Barigazzi non li ha mai visti, ci lavora solo per email. E la carta, chiede Rocco? Per il momento non c’è un futuro di carta, nei piani de Linkiesta, o meglio: c’è, ma non passa per l’edicola – ma per le librerie. Vedremo.

Paolo Bottazzini mette in evidenza come Google stia diventando sempre più il centro dell’attualità delle nostre vite: le cose che diventano rilevanti per gli algoritmi di Google diventano rilevanti anche per noi – che a nostra volta influenziamo gli algoritmi di Google: sta cercando di prendere il posto di dio, in un certo senso, e trasformare la stupidità in intelligenza, prendendo tutto (tutto!) quello che viene prodotto dall’umanità e farne cultura.

Internet è il posto in cui non si perdono le cose, e Google ci aiuta a trovarle: ma per non perderle siamo costretti a crearne di nuove (tag, post di blog pieni di link, tweet), aumentando così il numero di “cose” presenti in rete e amplificando di conseguenza il ruolo di Google stesso come filtro e motore di ricerca, sostituto degli “esperti del settore” che fino a pochi anni fa decidevano cos’avesse senso nel mondo.

Daniele Cassandro, anche lui di Wired, aggiunge che internet non è il problema e non è neanche la soluzione: è uno strumento fondamentale per chiunque, oggi, a cominciare dai giornalisti che lo possono utilizzare per verificare le informazioni. Racconta di quando, appena iniziato a fare il giornalista, ci fosse un solo computer collegato a internet in tutta la redazione – e si poteva connettere un’ora sola al giorno! – e quel computer venisse utilizzato per i fact-checking: il suo caporedattore, all’epoca piuttosto anziano, aveva già insegnato loro a non fermarsi al primo risultato delle ricerche, ma a continuare a leggere tutte le voci riportate.

Idee drastiche vengono da Fernando Mantovani di laFeltrinelli.it, con un passato in case discografiche: perché abbiano davvero senso i prodotti di cultura digitali ci sarebbe da rivedere tutto l’ordinamento sul diritto d’autore, in particolare in Italia ma anche in tutto il mondo. Le licenze Creative commons, per esempio, sono un ottimo modo per iniziare, ma si affiancano soltanto alla legislazione già esistente, senza fornire grandi garanzie (a parte pochi illuminati paesi del mondo).

I DRM? Non servono: si possono già trovare ebook pirata, per fare un esempio: ma la proprietà intellettuale non riguarda solo libri-musica-film, ma anche i brevetti: e mettere d’accordo multinazionali e industrie diversissime tra loro appare un’impresa ardua – anche se molto interessante.

Infine Michele Fornasiero ha parlato del suo ZooSchool, un lungometraggio di denuncia scolastica mischiato all’horror, di Andrea Tomaselli: il film è stato finanziato dal basso, e addirittura tutta la troupe ha lavorato nell’ottica di ricevere una percentuale sui futuri ricavi del film. L’unica maniera per spingere delle maestranze cinematografiche a lavorare su queste basi è che il progetto sia davvero ottimo e li convinca.

Il crowdsourcing d’altro canto funziona su basi totalmente meritocratiche: solo il progetto che convince fino in fondo può essere finanziato in questa maniera; altrimenti nessuno investirà denaro (e tempo lavorativo, nel caso di chi deve materialmente fare il progetto).

La chiosa di Fornasiero, riallacciandosi ai discorsi iniziali di Antonelli, è che la pirateria, tutto sommato, ha dato una mano a certe industrie, rendendo disponibile materiale difficilmente recuperabile, e creando un volano di interesse per i prodotti collegati (scarico l’album di un artista e però poi lo vado a vedere in concerto, per esempio): e Mantovani non ha smentito…

[23/09/2011]

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