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Amazon pronto al lancio di Kindle con luce frontale

 

Come riporta Reuters, Amazon sta preparando una nuova versione del Kindle dotata di illuminazione frontale. L’e-reader della società di Bezos ha avuto un notevole successo, e il display e-ink è quanto di meglio si possa desiderare per una lettura digitale che non stanchi la vista. Tuttavia, la necessità di avere sempre una fonte di illuminazione esterna può risultare limitante.

Il Kindle, come gli altri e-Reader, è dotato di una serie di funzioni. Può essere trasportato facilmente rendendolo molto amichevole. Inoltre è possibile scaricare e salvare un numero di libri in esso. Questo ti dà la flessibilità e la varietà di leggere come si desidera. Ci sono stati molti aggiornamenti su Kindle nel tempo. I libri possono essere facilmente scaricati su un computer portatile o su Kindle. È anche facile trasferire i libri tra due dispositivi.

 

È facile da leggere su Kindle rispetto alle altre schermate. Questa era una preoccupazione per molti lettori di libri che leggeva la versione e-book. Ha usato per filtrare gli occhi e causato mal di testa a causa dello schermo luminoso. Kindle tuttavia lo rende facile da leggere senza sforzare gli occhi. Questo funziona anche per utilizzare meno batteria, il che significa che è possibile lavorare sul dispositivo per un tempo più lungo. Inoltre, la retroilluminazione in Kindle rende possibile per voi di leggere in un ambiente che è buio. Questo assicura che non provochi disturbo alle persone in giro.

 

Ci vuole poco tempo per ricaricare il dispositivo Kindle. La batteria dura anche a lungo.

È facile per il lettore navigare tra il testo. Si può guardare fuori per alcune parole o alcune frasi. Tutto quello che devi fare è digitarlo nella barra di ricerca. C’è anche un dizionario integrato su Kindle. Questa è una funzionalità che rende Kindle distinguersi dal resto degli e-Reader. Il dizionario incorporato consente all’utente di spostare il cursore su una parola e ottiene il significato della parola. Lo rende comodo da leggere ed è ottimo per coloro che vogliono costruire il loro vocabolario. È inoltre possibile evidenziare le parole su Kindle e prendere appunti che sono importanti. Utilizza questo link per leggere le altre caratteristiche di Kindle. Anche conoscere i vantaggi di utilizzare Kindle.

Per ovviare a questo problema senza sacrificare la leggibilità, il nuovo Kindle (ancora in fase di prototipo, ma probabilmente pronto per luglio) implementerà dunque una tecnologia frontlight, evitando il ricorso alla retroilluminazione diretta.

 

Facebook compra Instagram

La notizia è di pochi minuti fa: Facebook comprerà Instagram per 1 miliardo di dollari (fra liquidi e azioni). L’app di fotografia più trendy del momento si allinea così con il social network più trendy.

Zuckerberg ha commentato l’acquisizione direttamente sulla newsroom di Facebook:

Ecco una spiegazione sull’acquisizione. L’acquisizione è quando una società acquista la maggioranza delle azioni di un’altra società e prende il controllo. Un’acquisizione avverrà quando l’azienda acquista più di 50% di azioni in una società di destinazione. Come parte dell’affare, la società che acquisisce acquisterà le scorte e le attività della società di destinazione. Può prendere decisioni senza l’approvazione degli azionisti della società bersaglio.

Enormi offerte di acquisizione saranno testate sui giornali. Ci sono più numero di acquisizioni che avvengono nelle piccole e medie imprese. Le acquisizioni che avvengono in aziende di grandi dimensioni sono rare.

È interessante sapere perché viene fatto un accordo di acquisizione. Ci sono molte ragioni per cui un’azienda può stipulare un accordo di acquisizione. Ciò potrebbe essere dovuto al fatto che l’azienda che acquisisce vuole realizzare economie di scala. Si potrebbe desiderare una quota di mercato più ampia o si vorrebbe ridurre i costi. Potrebbe voler aumentare la sinergia o guardare una nuova nicchia. Anche se una società vuole entrare in affari in un altro paese, allora l’unico modo per farlo è quello di acquisire una società in un paese straniero. Questo è il modo più semplice per penetrare il mercato estero.

La società di destinazione avrà la sua gestione e il lavoro. Avrà anche un nome di marca e altri beni. Questo consente all’azienda incorporante di avere una buona base di clienti per iniziare con.

L’acquisizione fa parte della strategia di crescita per molte aziende. È facile acquistare una società ed espandersi piuttosto che espanderla da sola. A volte quando un’azienda lo espande compromette la sua efficienza. Ciò potrebbe essere dovuto a vincoli sulle risorse logiche o fisiche. L’azienda in questi casi cerca di acquistare una giovane azienda e incorpora il reddito della società bersaglio nelle sue entrate. È importante incorporare tali concetti e iniziare a fare buoni rendimenti.

“Per anni ci siamo concentrati per creare la miglior esperienza di condivisione delle fotografie con i vostri amici e la vostra famiglia. Ora che potremo lavorare più vicino al team di Instagram, saremo in grado di offrire anche la miglior esperienza di condivisione per fotografie fatte con il mobile con persone dagli interessi simili ai vostri”.

 

Pinterest è il terzo social network dopo Facebook e Twitter

Il 2012 Digital Marketerk: Benchmark & Report di Experian riporta alcuni dati interessanti (il 91% degli adulti online usa i social network, e il ROI dell’email marketing è due volte maggiore quando si strutturano campagne per amici e famiglia), ma uno svetta su tutti: Pinterest è ora il terzo social network dopo Facebook e Twitter.

Secondo gli ultimi rapporti, si vede che gli adulti sono più propensi a seguire un particolare marchio che è popolare sui social media. Quando un utente segue un marchio sui social media, questo è perché trova le informazioni e il contenuto sulla campagna di valore. Il marchio potrebbe essere di qualcosa di simile per intrattenere se stessi o per cercare offerte. I giovani di oggi sono aperti e si impegnano con il marchio che sono popolari sui social media.

Il motivo principale per cui si dovrebbe guardare le piattaforme di social media è quello di aumentare la consapevolezza del vostro marchio. Questo perché i clienti sono molto ricettivi di un marchio sui social media che è conversazionale.  Quali contenuti metti sulla tua pagina di social media è ciò che darà una personalità al tuo marchio. Dimostra la voce del tuo brand.

I social media dovrebbero essere scelti come piattaforma al fine di aumentare il riconoscimento del marchio. I social media rendono la tua attività più visibile. Rende così facile per le persone di connettersi al vostro marchio.  I social media danno una personalità al tuo marchio. Quando Aggiungi contenuti accattivanti, aggiunge valore al tuo pubblico. Il vostro marchio diventa anche più familiare per attirare nuovi clienti.

Come per esempio, supponiamo che qualcuno che non ha mai sentito parlare del tuo marchio capita di inciampare sulla tua pagina di social media. Il tuo contenuto attira immediatamente la sua attenzione e anche se non ha mai sentito parlare di te prima che si interessa al tuo marchio. La persona inizia a leggere il contenuto e si interessa a ciò che si ha da offrire. Vedono anche i tuoi seguaci e amano immergersi più a fondo per capire i valori del tuo marchio. In nessun tempo se si sente che si connette al vostro marchio diventa il vostro cliente.

Lo stesso vale anche per i tuoi clienti passati. Quando vedono i tuoi contenuti su molte reti, ottengono più familiarità con ciò che si business è circa. Questo aumenta il loro interesse per i vostri prodotti e diventano clienti abituali.

La popolarità della piattaforma aveva già conosciuto una crescita straordinaria verso la fine del 2011, e un ulteriore incremento nei mesi scorsi, che l’ha portata ora sul podio dei network sociali.

 

Il crollo della pubblicità sui giornali

Così Mark Perry, professore di economia e finanza alla University of Michigan, ha riassunto graficamente la crisi dei ricavi pubblicitari sui giornali. (I numeri sono relativi ai quotidiani americani, e sono stati aggiustati dall’autore per tenere conto dell’inflazione).

Non c’è molto da commentare, tranne la coincidenza del crollo con la nascita del blogging di massa (come notava Jay Rosen), e l’altrettanto rapida caduta dei ritorni dell’advertising online. Il 2012 sarà l’anno in cui la pubblicità cartacea renderà di meno negli ultimi 62 anni (e quella digitale è messa poco meglio).

Controlla questo sito per sapere perché la pubblicità cartacea non è più preferita. La maggior parte delle aziende è attenta al tipo di strategia pubblicitaria che usano. Se si dispone di un budget limitato, allora avete bisogno di essere in grado di spendere i vostri soldi saggiamente sulla pubblicità. Aiuta a raggiungere il tuo pubblico facilmente e aumenta le vendite. In realtà, il massimo delle persone oggi cercano di indirizzare i loro clienti attraverso i social media.

Il motivo per cui i social media è preferito è perché tutti i tuoi clienti sono sui social media. I tuoi clienti passano del tempo qui e con così tante persone su questa piattaforma, ti dà una grande opportunità di presentare la tua attività a loro. Sei in grado di raggiungere il tuo pubblico di destinazione con facilità. Se sei attivo sui canali dei social media, ti permette di connetterti facilmente con il tuo pubblico. Se non sei ancora sui social media, ti stai perdendo una gran parte del business. Questo è un canale importante per raggiungere nuovi clienti e anche per avere clienti abituali.

I clienti sono anche più ricettivi se si sta pubblicizzando attraverso i social media. La piattaforma di social media è un modo facile e divertente per la rete. Consente al cliente di rimanere connesso. I clienti che navigano attraverso i siti di social media non iniziano con l’aspettativa che essi sono mirati a commercializzare un prodotto aziendale. Questo rende facile per voi per attirare i clienti senza spingere le vendite. I giovani e la mezza età sono agganciati sui social media. Ciò significa che se si dispone di un marchio allora questo è il modo migliore per promuovere il vostro prodotto e hanno seguaci. Se questo fa clic, la tua base di clienti cresce a un tasso esponenziale.

Insomma: si è tornati al punto di partenza, ma senza un modello di business chiaro a tutti e senza le prospettive di crescita legate all’epoca del boom. Attenzione all’ottimismo.

 

La qualità dell’informazione: i contributi di Ahref

Il sito della Fondazione Ahref sta raccogliendo alcune interessanti opinioni sul concetto di qualità nell’informazione.

Che si tratti di un argomento sfuggente e complesso, specie alla luce delle continue evoluzioni del mondo dei media, lo testimonia proprio la varietà degli scritti e dei propositi: giornalisti, esperti di media e analisti si confrontano su temi cruciali quali il bisogno di un più serio fact checking, la social curation, l’idea che i pezzi non finiscano con la loro pubblicazione, il sano scetticismo verso il culto dei dati e più in generale un sentimento di attenzione critica verso i mutamenti dello scenario in atto.

Qui di seguito riportiamo alcuni stralci che troviamo particolarmente significativi degli interventi finora ospitati.

  1. Lavorare sul fact checking.

“Personalmente credo che occorra recuperare un concetto di qualità delle informazioni che sia più aderente all’idea teorica che viene sbandierata e più distante dalla realtà quotidiana dei prodotti redazionali. Cominciando, per esempio, a lavorare sul fatto e sulla sua verifica, sui dati. Gli amici americani e gli amici britannici che pur tra mille problemi da alcuni decenni hanno tentato questa strada nel mondo del giornalismo analogico, si trovano un passo avanti e possono giustamente discutere delle ambiguità e delle ideologie che spesso i dati nascondono. In Italia sarebbe utile almeno cominciare a creare una cultura della verifica (attenzione: non una cultura del sospetto), il che si sposerebbe perfettamente con alcune delle prassi e dei valori dell’universo digitale del quale parliamo: la condivisione, la partecipazione. Ma, certo, occorrerebbe rendersi definitivamente conto che “qualità” non fa più rima con chiusura, con esclusività, con unidirezionalità. Se mai l’ha fatta.” (Mario Tedeschini Lalli)

  1. Attenti al mutare della conoscenza.

 “Lo standard di conoscenze sufficienti dovrebbe essere il medesimo di quando si tratta di prendere decisioni in merito ai vaccini del vostro bambino.

Sapevi che una delle migliori protezioni che puoi dare a tuo figlio? È quello di dare loro i vaccini prescritti. Assicuratevi di dare tutti i vaccini al vostro bambino perché può aiutare a salvare la sua vita. Grazie al progresso in medicina è ora possibile salvare il vostro bambino da molte malattie. Clicca per saperne di più sui vaccini.

Ciò che sta cambiando è la nozione che ci sia una distinzione netta tra la conoscenza che è solo abbastanza buona, e la conoscenza che è vera Conoscenza. Tale cambiamento non ci tocca, come praticanti, tanto quanto colpisce le istituzioni che hanno mantenuto le loro posizioni nella nostra cultura con la presentazione di sé stesse come arbitri di una verità al di là di ciò che sia sufficiente.

La narrazione contiene un avvertimento e una sfida di cui dobbiamo tener conto. Sembra che siamo portati a credere che se qualcosa è detto nella sfera pubblica, essa debba avere una parte di verità. Questo era vero più indietro nei vecchi tempi, quando i canali di trasmissione erano così ristretti, ed i professionisti erano censori. È certo che sbagliavano molto, ma passare attraverso un processo di verifica da parte di professionisti forniva almeno una certa sicurezza che ciò che si leggesse fosse vero. Questo è molto meno vero quando chiunque può pubblicare qualsiasi idea in qualsiasi momento.” (David Weinberger)

  1. L’importanza del contributo pubblico.

“Ritenere che il lavoro giornalistico non si concluda con la pubblicazione ma riconoscere che la pubblicazione può essere l’inizio e non la fine del processo giornalistico/informativo, come recentemente ha sostenuto Alan Rusbridger, editor-in-chief del «The Guardian» , è sia un elemento di apertura partecipativa al pubblico, ai lettori, che aspetto di processo che influenza la qualità del prodotto, del lavoro giornalistico, e dunque dell’informazione, per integrazioni e/o correzioni se del caso.” (Pier Luca Santoro)

  1. Le statistiche non vanno prese per oro colato.

“La maggior parte degli specialisti informati, di solito, può guardare le statistiche e valutarne criticamente la loro origine, qualità e scopo. Ma questo non è vero per gran parte dei media e del pubblico in generale. Le statistiche pubblicate sembrano acquisire una vita propria, anche quando la fonte non è molto più di una congettura e poi vengono usate per giustificare la più imperfetta delle proposte. Nel tempo poi mutano. Ci sono molti esempi, ma il punto da sottolineare è l’importanza di un’obiettiva valutazione critica delle statistiche che rischiano la propagazione della falsa conoscenza.

È estremamente importante che i nostri sistemi di istruzione insegnino a valutare attentamente la validità dei dati: tutti noi ne affrontiamo delle quantità notevoli e le statistiche sono diventate un elemento vitale nelle guerre ideologiche e nelle idee che influenzano il nostro comportamento e i nostri valori. Informazioni e statistiche sbagliate portano a conoscenze errate e talvolta pericolose.” (Chris Brooks)

  1. La nuova complessità dei “fatti”.

“C’è un dettaglio non trascurabile. E’ il fatto (questo sì è un fatto) che comunque ciascuno di questi accertamenti non può che essere successivo al momento in cui i cittadini del mondo bevono ai rubinetti delle loro fonti d’informazione. E c’è poi la sostanza della realtà. Se non mettiamo i lettori (e tutti gli altri) nella condizione di sapere sempre che sono immersi in un processo d’informazione continua, nessuno di loro sarà in grado di recepire criticamente proprio la processualità del flusso informativo. Nessuno di loro avrà gli strumenti per leggere l’ecosistema mediatico nel quale vive.” (Angelo Agostini)

  1. Tornare a raccontare il lavoro (e tornare al buon giornalismo).

“Il giornalismo è un mercato basato su scambi ed è molto, molto sensibile alle aspettative dei consumatori e su quello che son disposti a pagare.

Questo è tanto più significativo in un momento di declino dei media: soprattutto dei giornali che sono disperatamente alla ricerca di modi per conservare il proprio pubblico. Quindi se quel pubblico vuole solo “celebrities”, otterranno solo “celebrities”. E dato che non sembrano, in sostanza, volere storie sul mondo del lavoro, non le avranno.

Ma il giornalismo non può definirsi come un mestiere che “renda interessante ciò che è significativo”, a meno che non cerchi di fare solo ciò. Le rivoluzioni nel mondo o nei mondi del lavoro sono significative, per milioni di persone. Noi giornalisti viviamo oggi sulla, e della rete, che – a prescindere dal suo effetto distruttivo sui giornali – dà la possibilità di sviluppare settori in modo impossibile prima d’ora. È il momento di lavorare sul giornalismo del lavoro.” (John Lloyd)

  1. Il nuovo ecosistema dei media: la sfida dei social.

“Facebook, Twitter e altri social media stanno rendendo possibile per gli “sherpa” l’attività di guida dei lettori attraverso un’ampia offerta di modalità di accesso a un argomento che includono segnalazioni di altri “sherpa”. In questo modo il lettore può scegliere quali sono le segnalazioni da approfondire a seconda dei suoi interessi particolari. Una parte di ciò è la recente abitudine, ormai familiare, di aggregare contenuti; in altri casi la gestione dei contenuti (“curation”) include l’elaborazione di un contesto, cosicché l’argomento al quale un lettore è guidato diventa facile da comprendere. In questo senso, un articolo che non sarebbe stato ritenuto come di alta qualità diventa davvero di una qualità molto elevata, quando la sua utilità è arricchita da questa ricostruzione del contesto.” (Paul Steiger)

  1. Vivere criticamente la rete.

“Se c’è un fenomeno di fondo nella cultura della rete è proprio la sua capacità di instillare la visione del cambiamento e di incentivare l’azione di chi lo cavalca, partecipando all’evoluzione dell’insieme. La qualità dell’informazione in rete, dunque, non si impone: la si arricchisce con il pensiero e l’iniziativa. Solo vivendo criticamente la rete se ne scoprono i problemi, si immaginano possibili soluzioni, si sperimentano iniziative per realizzarle.” (Luca de Biase)

 

Chrome è il browser più usato?

L’analisi di StatCounter è stata ribattuta qui e là ieri fra i principali siti di tecnologia: Chrome sembra avere superato Internet Explorer.

I conteggi di StatCounter danno ragione al browser di Google, che rispetto alla fine del 2011 ha visto un grande incremento di utenti (a differenza di Firefox, buon terzo, che dopo una lieve flessione sta cominciando a rialzarsi).

In realtà, le cose sono un po’ più complesse.

Google Chrome è il browser più popolare oggi e controlla un sacco di Web che viene valutato dagli utenti. Il design minimale e l’aspetto pulito è ciò che la maggior parte delle persone preferiscono. Non c’è fluff e si è facilmente in grado di cercare in Internet facilmente. Inoltre, uno è salvato dagli annunci inutili che ci sono sugli altri browser. Chrome offre un’interfaccia che la maggior parte delle persone trova facile da usare.

Anche la velocità del browser è ciò che lo rende altamente preferibile. Andando qui ho deciso di utilizzare cromo.

Innanzitutto, la forbice che separa Chrome da Internet Explorer è davvero molto piccola (0,41%). In secondo luogo, il sorpasso era già avvenuto per la durata di ventiquattr’ore il 18 marzo, a testimonianza di un testa a testache dura da un paio di mesi circa.

Inoltre le elaborazioni di StatCounter non sono certo le uniche, e dunque vanno prese evitando i sensazionalismi. Secondo MarketShare, ad esempio, Internet Explorer è ancora saldamente in testa con il 54% di share (e Chrome sarebbe addirittura dietro Firefox).

Tuttavia, al di là dell’attribuzione di un primo posto o meno, quello che è importante e abbastanza certo è il trend in corso (confermato anche da un commento di ComScore riportato dalla CNN): Chrome sta guadagnando progressivamente terreno e la sua popolarità fra gli utenti è in netta crescita.

Il che – nonostante la qualità del browser – non è affatto scontato, visto il gran numero di persone che usano Explorer “di default”, senza pensarci, in quanto banalmente preinstallato su Windows. La scelta consapevole del proprio mezzo di navigazione su internet, però, sta prendendo piede anche fra gli strati più larghi degli utenti.

Del resto, la lotta sembra essere più cruciale per Microsoft che per Google: come nota Greg Sterling intervistato da TechNewsWorld, Mountain View può sempre contare sul suo motore di ricerca (e pensare con tutta calma a come monetizzare il successo Chrome), mentre per Microsoft le cose stanno diversamente.

[22/05/2012]

 

I diritti delle foto di animali

Sul web, le foto di animali carini/teneri/spiritosi/buffi sono all’ordine del giorno, e – quasi inutile dirlo – sono anche uno dei maggiori fattori di traffico in assoluto. Per questo motivo i siti generalisti le adorano.

Un buon esempio al riguardo è BuzzFeed, un noto aggregatore americano di notizie, meme e ossessioni varie presenti su internet: per portale, le immagini di gattini nei cesti e cani dal volto umano sono una sicurezza.

Provate questo sito Web se volete conoscere i vantaggi di tenere un animale domestico a casa. I proprietari di animali domestici vi dirà che avere un animale a casa migliora la loro qualità di vita. Aiuta a diminuire la depressione e solleva uno emotivamente. I proprietari di animali domestici vi dirà che tenere un animale domestico a casa aiuta a abbassare la pressione sanguigna e migliora anche l’immunità.

Ma osservando l’immagine di una lontra perplessa, Alexis Madrigal dell’Atlantic si è fatto qualche domanda: da dove vengono tutte queste immagini? E come fa BuzzFeed a procurarsele? E come la mettiamo con la questione dei diritti?

Dopo avere contattato il sito via Twitter, Madrigal ha fatto una chiacchierata con il fondatore Jonah Peretti. A quanto pare, al di là delle fotografie prese da agenzie come Reuters o Getty Images, gran parte del materiale è ottenuto tramite semplici ricerche su Pinterest, Tumblr o 4chan.

Materiale che spesso è in giro da una decina d’anni, e del quale – nonostante gli sforzi che Peretti assicura fare – non si sa niente a livello di proprietà intellettuale.

“Mi piacerebbe che ogni immagine contenesse dei metadati segreti in modo da specificarne la paternità”, spiega Peretti: “ma la realtà è che è parecchio difficile, specie per la cultura degli animali sul web”.

E questo è un problema, perché il buon vecchio copia e incolla su BuzzFeed e portali simili non ha alcun tipo di protezione legale. Pinterest e Tumblr, invece, sono in qualche modo tranquille grazie al Digital Millennium Copyright, che (come specificano quelli di Pinterest) “rende un porto sicuro questo tipo di piattaforme” – quelle nate per collezionare e condividere immagini.

La difesa di Peretti è che su BuzzFeed si fa un uso trasformativo invece che semplicemente derivativo delle immagini ottenute tramite ricerca: si trincera quindi dietro al concetto di fair use (che potremmo tradurre con l’idea della citazione o della rielaborazione non a fine di lucro o senza speculare sulla paternità dell’opera).

In tal senso, aggiungere una didascalia a una foto trovata su Tumblr o su Google, sarebbe sufficiente per considerarla come una trasformazione della sua essenza – una reinterpretazione.

Siete convinti? No? In effetti si tratta di un terreno spaventosamente scivoloso, e non è affatto scontato che basti dire di una lontra che è perplessa per poterne usare liberamente l’immagine. (Anche se BuzzFeed fonda il suo successo proprio su ciò).

Madrigal si domanda anche perché gli utenti di Tumblr e Pinterest siano liberi di saccheggiare immagini ovunque sul web, mentre per gli editor di portali come lo stesso BuzzFeed o l’Atlantic stesso le cose stiano diversamente e rischi ben maggiori.

In effetti, la situazione è parecchio complessa.

Nella sua pagina sul copyright, Pinterest si lava le mani riguardo le infrazioni dei diritti d’autore, scaricandole sugli utenti: ognuno teoricamente deve garantire di essere il proprietario dei contenuti pinnati, o di avere la licenza per farlo. Cosa che nella stragrande maggioranza dei casi non accade affatto.

Di recente, infatti, Pinterest ha subito diverse accuse di violazione del copyright, anche per il fatto nudo e crudo del guadagnare tramite pubblicità grazie al traffico generato da micini e vestiti.

Addirittura, c’è chi è arrivato a sostenere che Pinterest è il nuovo Napster, con i medesimi effetti distruttivi per il mondo della fotografia. (Non a caso, un paio di mesi fa la piattaforma ha introdotto l’attributo NOPIN per impedire ai propri contenuti di essere pinnati).

In generale, dove cominci la reinterpretazione e dove finisca la mera riproduzione, così come dove inizi il social sharing e dove finisca il portale d’informazione, non è facile da definire.

That’s the web, e tutta la guerra recente a colpi di leggi e restrizioni è parte di questo enorme e complicato processo di comprensione: cosa appartiene a chi, fino a che punto, e in che modo.

 

SEO – Tecniche di base (1)

SEO – Tecniche di base (1)

digg

Il SEO – acronimo per Search Engine Optimization – è l’insieme delle tecniche tramite cui si cerca di aumentare la propria visibilità nei risultati dei motori di ricerca.

L’ottimizzazione SEO o dei motori di ricerca è essenziale per qualsiasi attività online. Si ottiene una migliore classifica sul motore di ricerca che significa più clic e quindi più conversione. Scopri di più qui su come ottenere il tuo motore di ricerca del sito aziendale ottimizzato.

In un’epoca dove le ricerche si moltiplicano e l’attenzione al vaglio dei risultati è sempre più bassa (e strumenti come Google Instant non aiuteranno certo ad alzarla), essere ai primi posti è fondamentale.

Guardate questo grafico tratto da uno studio di Chitika sulla relazione fra la percentuale di traffico e l’allontanarsi dalla prima pagina dei risultati di Google:

Visto l’abisso che c’è già fra la prima e la seconda pagina (143%), ognuno vorrebbe essere primo su Googlequando un utente digita le parole chiave relative alla propria attività.

Ma parliamoci chiaro. Spingere un sito in alto nei risultati di ricerca sta diventando sempre più difficile. Le tecniche aggressive e al limite della correttezza (fra cui il cosiddetto black hat SEO), e gli investimenti massicci delle grandi aziende, rendono la caccia al top ranking qualcosa di molto complesso – specie se si agisce su keyword generiche come “libri” o “vestiti”.

Tuttavia, è comunque buona prassi strutturare delle pagine web SEO oriented: sia perché risultano più semplici da trovare per i motori di ricerca, sia perché con una buona geolocalizzazione dei contenuti è ancora possibile ottenere dei risultati in termini di “scalata verso l’alto”.

In primo luogo, è necessario identificare l’area di interesse del sito che andiamo a promuovere, e le keyword che lo rappresentano al meglio.

Prendiamo come esempio un ristorante in corso Magenta a Milano, con specialità pesce, di nome “Le Giare”. Evidentemente, usare come parole chiave semplicemente “ristorante” e “Milano” non ci aiuterà molto (sono troppo abusate). Meglio concentrarsi su qualcosa di più preciso, come “ristorante Milano corso Magenta”, “specialità pesce Milano”, e così via.

Se il sito non è ancora stato messo online e il dominio è ancora da acquistare, cercate di ottenere un URL che contenga le keyword principali invece del semplice nome dell’azienda: ad esempio, www.ristorantemilanopesce.it.

 

(Credits: Timbradbury.com)

[17/01/2011]

 

 

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[E-Festival 2011 ]: La proprietà intellettuale nell’era digitale

 

[E-Festival 2011 ]: La proprietà intellettuale nell’era digitale

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di Matteo Scandolin

 

Doveva durare un’ora e mezza e invece ha sforato le due ore l’incontro di ieri ai Chiostri dell’Umanitaria, dedicato alla proprietà intellettuale nell’era digitale.

Stefano Rocco modera un panel che cerca di spiegare al pubblico che cosa succede con cinema, musica, editoria al di là degli schermi dei nostri computer: che vede sul palco il (nuovo) direttore di Wired Antonelli, Jacopo Barigazzi de Linkiesta, Paolo Bottazzini (fondatore di Pquod e autore di Googlecrazia), Fernando Mantovani (direttore vendite di laFeltrinelli.it), Michele Fornasero (produttore di ZooSchool).

Ottenere copia a destra per il loro lavoro originale è uno strumento essenziale per la sopravvivenza di un artista e aiuta a proteggere la loro carriera e le loro creazioni. Dare istruzione sui diritti di proprietà intellettuale è molto importante anche nelle industrie dell’arte. La formazione in modo tradizionale e dai media altamente digitali aiuta le persone nei diversi campi e si vedono posti di diritti di proprietà intellettuale nella rivista indiana di diritto.

Sono state due ore davvero intennse: Rocco ha ricordato che dieci anni fa lui era considerato come un bambino che giocava con la tecnologia, mentre intorno le industrie discografiche, editoriali e cinematografiche alzavano delle barriere per evitare di vedere quello che stava succedendo nel mondo: adesso il web è esploso, anche in Italia, e le barriere non servono più: internet è passato dall’essere un problema a essere, quasi, la soluzione.

Però Antonelli non è d’accordo: chiama le tre grandi industrie “latifondisti”, che hanno avuto un controllo totale ed eccessivo del consumatore, imponendo tempi, cataloghi e prezzi che hanno esasperato l’utente medio. All’arrivo dei primi masterizzatori e gli mp3 la rivoluzione è stata di tipo culturale, e non generazionale: non erano soltanto i giovanissimi a scaricare materiale pirata, ma erano persone normali, che magari cercavano dei dischi o dei film che le major non tenevano più in catalogo.

Nessuno ha voluto capire questi cambiamenti, magari cercando di assimilare certe conoscenze diverse per poter rimanere in campo (cosa che invece è stata fatta dai maggiori produttori di macchine fotografiche, per esempio, per non scomparire dal mercato). Solo adesso si accetta l’esistenza di modi diversi per ottenere risultati diversi ma non per questo meno buoni (anche se magari a minore redditività rispetto ai grandi kolossal hollywoodiani).

Barigazzi de Linkiesta porta la sua esperienza di giornale finanziato dal basso: avere 80 soci che condividono in parti uguali delle quote del giornale significa, per esempio, assicurarsi che nessuna storia venga censurata: ci sarebbero troppe persone da mettere d’accordo. Non che non ci abbiano provato, dice Barigazzi: ma non c’è stato modo di riuscirci.

Tutti i rapporti, all’interno de Linkiesta, sono basati sulla rete: da quello coi lettori a quello coi redattori: i tre quarti dei suoi collaboratori Barigazzi non li ha mai visti, ci lavora solo per email. E la carta, chiede Rocco? Per il momento non c’è un futuro di carta, nei piani de Linkiesta, o meglio: c’è, ma non passa per l’edicola – ma per le librerie. Vedremo.

Paolo Bottazzini mette in evidenza come Google stia diventando sempre più il centro dell’attualità delle nostre vite: le cose che diventano rilevanti per gli algoritmi di Google diventano rilevanti anche per noi – che a nostra volta influenziamo gli algoritmi di Google: sta cercando di prendere il posto di dio, in un certo senso, e trasformare la stupidità in intelligenza, prendendo tutto (tutto!) quello che viene prodotto dall’umanità e farne cultura.

Internet è il posto in cui non si perdono le cose, e Google ci aiuta a trovarle: ma per non perderle siamo costretti a crearne di nuove (tag, post di blog pieni di link, tweet), aumentando così il numero di “cose” presenti in rete e amplificando di conseguenza il ruolo di Google stesso come filtro e motore di ricerca, sostituto degli “esperti del settore” che fino a pochi anni fa decidevano cos’avesse senso nel mondo.

Daniele Cassandro, anche lui di Wired, aggiunge che internet non è il problema e non è neanche la soluzione: è uno strumento fondamentale per chiunque, oggi, a cominciare dai giornalisti che lo possono utilizzare per verificare le informazioni. Racconta di quando, appena iniziato a fare il giornalista, ci fosse un solo computer collegato a internet in tutta la redazione – e si poteva connettere un’ora sola al giorno! – e quel computer venisse utilizzato per i fact-checking: il suo caporedattore, all’epoca piuttosto anziano, aveva già insegnato loro a non fermarsi al primo risultato delle ricerche, ma a continuare a leggere tutte le voci riportate.

Idee drastiche vengono da Fernando Mantovani di laFeltrinelli.it, con un passato in case discografiche: perché abbiano davvero senso i prodotti di cultura digitali ci sarebbe da rivedere tutto l’ordinamento sul diritto d’autore, in particolare in Italia ma anche in tutto il mondo. Le licenze Creative commons, per esempio, sono un ottimo modo per iniziare, ma si affiancano soltanto alla legislazione già esistente, senza fornire grandi garanzie (a parte pochi illuminati paesi del mondo).

I DRM? Non servono: si possono già trovare ebook pirata, per fare un esempio: ma la proprietà intellettuale non riguarda solo libri-musica-film, ma anche i brevetti: e mettere d’accordo multinazionali e industrie diversissime tra loro appare un’impresa ardua – anche se molto interessante.

Infine Michele Fornasiero ha parlato del suo ZooSchool, un lungometraggio di denuncia scolastica mischiato all’horror, di Andrea Tomaselli: il film è stato finanziato dal basso, e addirittura tutta la troupe ha lavorato nell’ottica di ricevere una percentuale sui futuri ricavi del film. L’unica maniera per spingere delle maestranze cinematografiche a lavorare su queste basi è che il progetto sia davvero ottimo e li convinca.

Il crowdsourcing d’altro canto funziona su basi totalmente meritocratiche: solo il progetto che convince fino in fondo può essere finanziato in questa maniera; altrimenti nessuno investirà denaro (e tempo lavorativo, nel caso di chi deve materialmente fare il progetto).

La chiosa di Fornasiero, riallacciandosi ai discorsi iniziali di Antonelli, è che la pirateria, tutto sommato, ha dato una mano a certe industrie, rendendo disponibile materiale difficilmente recuperabile, e creando un volano di interesse per i prodotti collegati (scarico l’album di un artista e però poi lo vado a vedere in concerto, per esempio): e Mantovani non ha smentito…

[23/09/2011]

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[E-Festival 2011 ]: “Caro web, mi piaci tanto ma sono confuso”

[E-Festival 2011 ]: “Caro web, mi piaci tanto ma sono confuso”

digg

di Matteo Scandolin

 

Un incontro di quasi due ore con professionisti del settore, chiamato amichevolmente Caro web, mi piaci tanto ma sono confuso (nuove frontiere del marketing B2B).

I paletti: a Milano in questi giorni si tiene la Social Media Week, una “piattaforma globale che mira a connettere persone, contenuti, e discorsi riguardo le tendenze emergenti nei social e mobile media”. Da lunedì 19 a venerdì 23 settembre un calendario fitto di appuntamenti importanti, aperto la mattina di lunedì da un panel d’eccezione.

Nelle recenti tendenze i social media agiscono come una piattaforma per collegare le persone da parti diverse e possono avere le interazioni. Pertanto ci sarà più comunicazione trasferita tra le persone e possono condividere le loro conoscenze in questo media e agisce come fonte importante, per loro di utilizzare questo media per promuovere le idee di business.

Nel pomeriggio, allo Urban Center in Galleria Vittorio Emanuele hanno raccontato quello che cambia nel modo difare marketing B2B Massimo Pellegrino, Fabio Lazzarino e Luca Scagliarini – moderati da Riccardo Staglianò.

Il B2B, o business to business è nelle parole di Staglianò “la cosa meno sexy che si possa fare”: è un campo che è stato trasformato radicalmente dalle nuove forme di comunicazione (suddivise arbitrariamente in bite, spuntini di informazioni, snack, un articolo di un blog, meal, un approfondimento come quelli che si trovano nei giornali online). Ma è anche uno dei pochi campi in cui è possibile utilizzare tutte le tecniche di marketing possibili.

Grazie ai social media è possibile tenere sotto controllo il “polso” della rete, monitorare il sentiment di una situazione e poter rispondere con molta più efficacia e in meno tempo che attraverso i media tradizionali, tanto per fare un esempio.

Lo status quo, anche del marketing, con il web è cambiato a prescindere, in tutti i settori: e se prima la reputazione era una cosa che una volta acquisita era come “scolpita nel marmo”, adesso è soggetta a continua mutazione, aperta alle modifiche di chi commenta e scrive di un marchio, pur essendone “solo” cliente.

Se prima esistavano il B2B e il B2C (business to customer), Pellegrino avverte che bisogna considerare anche il B2N (business to network) o ancora: l’N2B (network to business) dove i clienti si muovono verso le aziende.

Lazzarino puntualizza che oggi è molto più semplice sapere cosa pensano di noi i nostri clienti, informati già prima di rivolgersi a chi si occupa di social marketing. Quello che è in atto è insomma uno spostamento di paradigma da una concezione di push marketing vecchio stile (l’azienda prepara e diffonde i contenuti e i messaggi pubblicitari destinati al pubblico), a un modello di pull marketing, in cui sono i clienti ad andare in tante piccole “piazze” gestite dalle aziende (Facebook, Twitter, LinkedIn) ma popolate dai clienti e dalle loro opinioni.

Attenzione: non è detto che l’azienda debba partecipare sempre e comunque: a volte ascoltare è più importante- e sicuramente più utile.

Queste nuove metodologie di web marketing implicano però un ripensamento della comunicazione aziendale: obbligano alla trasparenza più assoluta, proprio per la possibilità da parte dei clienti di verificare presso altre fonti i servizi offerti dalle aziende.

E non per forza queste altre fonti devono essere indipendenti: può essere anche il profilo Facebook di un nostro competitor, o qualsiasi altro luogo della rete in cui i clienti possono esprimere i propri commenti sul mio brand.

L’obbligo di trasparenza da un lato distrugge il ruolo di mediatore che le aziende dedite al marketing B2B svolgono – per ovvi motivi: se dico dove prendo i miei dati, tutti possono risalire e utilizzare le mie fonti – dall’altro però rimane l’unico metro con cui valutare le attività delle aziende: se non fornisco contenuti non ha senso quello che sto facendo.

Non è ancora chiaro come calcolare gli effettivi risultati e guadagni del social marketing, anche se gli investimenti nel settore sono il 10% del totale degli investimenti attuali (e secondo Forrester saranno il 26%, pari a 80 miliardi di dollari, nel 2016).

Quello che è chiaro, tuttavia, è che le aziende si aspettano molte cose da questa modalità di marketing: innanzitutto meno spese, e comunque una maggiore efficacia grazie anche all’utilizzo di algoritmi semantici in grado di offrire messaggi pubblicitari sempre più mirati e sempre meno invasivi. Come dice Scagliarini, l’utente percepisce una pubblicità azzeccata come un arricchimento del sito in cui si trova, mentre una pubblicità generica è solo una distrazione (quando va bene).

E la privacy? Come coniugare la necessità delle aziende di fornire messaggi mirati con il bisogno dell’utente finale di salvaguardare la propria sfera personale?

Vale una regola di buonsenso: è tutto un gioco di compromesso, tra quello che voglio permettere all’azienda di sapere di me, e la personalizzazione che voglio concedere a un servizio web: meno cose di me faccio sapere, più standard sarà il servizio che ottengo.

[20/09/2011]

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