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Web 3.0: cos’è realmente?

 

Cos’è esattamente il web 3.0?”, chiese uno spettatore a nientemeno che Eric Schmidt. La risposta dell’allora CEO di Google fu: “Web 3.0 è un termine di marketing. E io credo che lei abbia appena inventato il web 3.0.”

Non male! Ma dopo questa battuta, Schmidt tentò comunque di definire il concetto come un legame più stretto fra applicazioni, in modo che esse siano disponibili facilmente ovunque e possano interagire a vicenda senza problemi. Una risposta che, a dire il vero, appare un po’ fumosa.

Era il 2007. Ma a quattro anni di distanza, il terzo gradino del www si fa attendere: non solo, si fa attendere anche una sua chiarificazione.

Come sottolinea anche la voce di Wikipedia, con web 3.0 si intendono ancora cose piuttosto diverse, e un’intesa definitiva sul termine non c’è ancora. Alcuni si riferiscono al 3.0 come al web tridimensionale; altri preferiscono pensarlo come il web degli oggetti; altri ancora dicono che tutto dipende solo dalla prossima variazione di investimenti economici, o dal prossimo step di hardware.

Tuttavia, sembra che la maggior parte degli esperti converga verso l’idea della connessione semantica.

Nel 2006, Tim Berners-Lee propose di vedere il 3.0 come una sovrapposizione della Grafica Vettoriale Scalabile con un web semantico integrato. Un mix, insomma, di design ridimensionabile e modificabile a piacimento, e di cooperazione “intelligente” fra le macchine.

Che detta così fa più spavento che altro, ma niente paura.

 

La progressione delle tre fasi della rete può essere descritta in questo modo:

– Web 1.0: piattaforme di pubblicazione base (dall’editore all’utente in via unidirezionale) e generica messa online dei dati.

– Web 2.0: aumento delle potenzialità di banda e avvento del social (contenuti user-generated, partecipazione diretta, ecc.).

– Web 3.0: componente semantica e collegamenti fra i dati gestiti direttamente dai computer. Come dice Nicholas Carr, per la prospettiva semantica il web 3.0 è “macchine che parlano fra macchine”.

Quindi: con il nuovo step le pagine saranno sempre più strutturate in formati RDF e ricche di metainformazioni: le applicazioni potranno essere dunque interrogarsi a vicenda ed essere integrate più facilmente fra loro, cooperando sulla base dei metadati. Questo dà un senso alla frase sibillina di Schmidt.

Un esempio. Con il pieno sviluppo delle potenzialità 3.0, i fraintendimenti di ricerca tenderanno a scomparire. Il potenziamento semantico consentirebbe a una macchina di interpretare come un essere umano (o quasi) una stringa: e quindi di coglierne il significato al volo, evitando problemi di omonimia, mancato riconoscimento di funzioni logiche complesse, eccetera.

Insomma, se con l’avvento del 2.0 erano gli esseri umani a condividere le informazioni, con il web 3.0 saranno in primo luogo le macchine.

A questo si aggiunge, nella visione di Berners-Lee, l’intervento di una tecnologia capace di “stiracchiare” a piacimento il design. La grafica vettoriale scalabile (SVG) è infatti in grado di esprimere figure interattive e ha dei vantaggi non da poco – come la possibilità di ridefinire qualsiasi elemento senza perdere un grammo di qualità.

 

Tutto molto interessante, certo. Ma fattibile?

Dal punto di vista della grafica vettoriale scalabile, non c’è problema. Ma come abbiamo già ricordato in un precedente articolo, allo stato attuale l’idea di un web semantico è imprecisa: per ora si può parlare solo di web metasintattico, e di connessione fra dati senza alcuna aggiunta di significati – che rimangono un affare degli esseri umani.

Il problema del sogno semantico è il problema dell’Intelligenza Artificiale: affinché emerga una rete evoluta in termini di significato, occorre credere che le macchine sapranno realmente maneggiare dei significati. Tradotto in soldoni da Jonathan Richards, “il web 3.0 significa dare a internet stessa un cervello“.

I casi sono due, quindi: o prendiamo sul serio questa provocazione – e crediamo all’idea che un giorno l’Intelligenza Artificiale emerga davvero – oppure parole come “web 3.0” e compagnia servono solo a riempirsi la bocca. Come diceva Schmidt, sono puri termini di marketing: e allora tanto vale proporre già un web 4.0, come fa quel furbone di Seth Godin. E giù per questa via.

A voi la scelta.

 

Augmented reality e digital marketing (1)

Comprate delle figurine Topps e, sorpresa sorpresa, potete vedere i giocatori rappresentati in azione tramite degli ologrammi.

Oppure: se siete in dubbio per l’acquisto di una Toyota, vi concedete un virtual tour per capire se fa davvero per voi.

E che ne dite del progetto 4D Experience di Ralph Lauren, che concentra in un’unica installazione urbana (a Londra e New York) elementi virtuali di moda e advertising con l’aggiunta di profumi per solleticare anche l’olfatto?

 

Sono solo alcune fra le più interessanti prove di augmented reality marketing, la nuova frontiera dell’interazione utente-prodotto: per un best of completo del 2010, potete fare un giro su TheNextWeb. Ci sono molti spunti interessanti che vanno oltre la semplice curiosità.

In due parole, l’augmented reality (AR) è la combinazione di dati reali con dati generati da computer. Rispetto alla realtà virtuale (che comporta un’immersione totale nel mondo astratto), l’AR consente di inserire grafica digitale nel mondo analogico-sensoriale. Proprio per questo l’esperienza rimane fisica, ma appunto “aumentata”: il surplus informatico la rende speciale, unica, insieme la stessa e differente.

Le applicazioni per il marketing appaiono notevoli, come dimostrano gli esempi riportati: sia a livello di presentazione di un prodotto sia a livello di sua fruizione propria.

 

Moda passeggera o possibilità concreta di guadagno? Perplessità a parte, le prospettive di crescita sembrano significative. Ancora poco più di un anno fa, BusinessWeek prevedeva un aumento da 6 milioni di dollari del 2008 a ben 350 milioni nel 2014 per quanto concerne il mercato globale dell’augmented reality.

In effetti, i vantaggi dell’augmented reality marketing (come spiega chiaramente Axel Smith su Sociamediatoday) sono la personalizzazione, la viralità e l’interattività del contenuto pubblicitario che viene veicolato. Questo consente di avere un’esperienza molto “intima” con il prodotto stesso, avvicinando sempre di più l’utente a una dimensione emozionale – concetto su cui i marketer del nuovo millennio spendono parecchio tempo e parole.

 

Il web e l’arte della manutenzione della notizia

Il panorama del giornalismo digitale è in continua evoluzione praticamente ovunque nel mondo: la difficoltà di trovare un modello di business adeguato e l’inevitabile cambio di paradigma culturale ancora prima che tecnologico (dalla carta al web cambia l’intera percezione e fruizione di cos’è una notizia) lo rendono un terreno particolarmente delicato.

L’Italia, a sua volta, è un caso peculiare per diversi motivi: quali il tipo di giornalismo storicamente misto (senza una distinzione precisa fra notizie “basse” e hard news), la ancora scarsa penetrazione di internet nel paese, o la stessa presenza di un organo unico nel suo genere come l’Ordine dei giornalisti.

E anche l’adozione dei paywall – prevista per i grandi player nel corso di quest’anno – solleva qualche dubbio, visto il loro carattere molto generalista e l’incapacità di creare autentico coinvolgimento da parte di una comunità di lettori. Per finire, negli ultimi tre anni sono nati dei quotidiani all digital come Il Post, Linkiesta e Lettera43: privi della necessità di far fronte a una transizione dalla carta ai byte, hanno potuto – o hanno cercato di – interpretare al meglio tale nuova forma di giornalismo.

Insomma, mancava davvero un lavoro che mettesse ordine in questo panorama complesso e così stratificato: fortunatamente, ora c’è. Si chiama Il web e l’arte della manutenzione della notizia, ed è un ebook scritto da Alessandro Gazoia (proprietario del blog jumpinshark).

Si tratta di un saggio davvero eccellente: con dati aggiornati alla mano e una grande capacità analitica e sintetica, Gazoia introduce il lettore al mondo del giornalismo digitale (con tutte le sue specificità) per poi restringere l’obiettivo sui diversi tipi di portali a disposizione dei lettori: quelli tradizionali in bilico fra l’edizione classica e quella online, i nuovi player di cui sopra, ma anche il nuovo HuffPost italiano o le piattaforme di informazione locale (es. Varesenews) molto spesso sottovalutate, e che invece producono ottimi numeri.

La bravura di Gazoia sta nel maneggiare una materia così compicata con grande disinvoltura, senza dimenticare un sano approccio critico verso le forme più deteriori di click journalism – i vari “boxini morbosi” fatti di immagini gossippare e le ormai celebri “colonne di destra” di Corriere.it e Repubblica.it. (E proponendo a sua volta delle soluzioni diverse e più equilibrate, in grado di tenersi in piedi fra il bisogno di macinare visualizzazioni per l’advertising e la necessità, assoluta, di fare informazione di qualità e creare un senso comunitario fra i propri lettori).

Molto interessante anche la messe di fonti riordinata nella bibiliografia finale, e che può servire come spunto per ulteriori approfondimenti.

Nel complesso, il lavoro di Gazoia è fondamentale per qualsiasi addetto al lavoro, ma è anche una risorsa di estremo interesse per “quello che un tempo veniva chiamato lettore” – e che ora, per l’appunto, contribuisce attivamente alla creazione e alla condivisione delle news.

Come scrive l’autore, ormai “fa giornalismo pure il cittadino che documenti in un blog la situazione del verde pubblico nella sua città o le condizioni delle mense sociali, segua la stagione della locale squadra di calcio o gli eventi culturali, crei una base dati liberamente consultabile sulle scuole non in sicurezza o sugli incidenti causati da guidatori imprudenti a ciclisti della sua area”.

E in tale situazione fluida, dove siamo tutti chiamati in qualche modo a giocare al grande gioco dell’informazione – dove possiamo spostare di un centimetro il sistema anche solo con un tweet – il valore di un sunto di qualità è immenso: mai come ora è stato importante capire in che modo il giornalismo sta cambiando, e l’ebook di Gazoia è uno strumento prezioso per fare luce su questa strada.

 

Le startup insostenibili

Jason Cohen di Smart Bear Software ha pubblicato una riflessione attorno al modello delle startup “di successo” ma non sostenibili economicamente. Merita di essere letto e masticato con calma, perché identifica quello che a nostro avviso è uno dei problemi essenziali dell’intero settore.

Esempio: Color, l’app di Bill Nguyen che ha raccolto 41 milioni di dollari ancora prima di essere lanciata. (Quarantuno milioni). Che fine ha fatto Color? Non lo sanno nemmeno quelli di Color, e quando se ne parla in giro si viene accolti da una risata. In sostanza, va malissimo.

Ma prima del lancio e della susseguente bancarotta, spiega Cohen, le cose erano molto diverse: Color era considerata una grande idea, benché vaga, e nessuno aveva dubbi del suo valore. Perché, insomma, Nguyen aveva già messo in piedi sei compagnie di successo – la settima sarebbe venuta da sé.

Ma ecco il punto, secondo Cohen: erano davvero di successo? La risposta è no. Tutte, da Forefront a Support.com passando per Seven e Lala, sono state chiuse, cancellate, finite in problemi legali o hanno conosciuto un terribile crollo in borsa. “Il sistema: metti in piedi un business, crea un enorme valore fra gli azionisti, e poi arriva il fallimento”.

La vera domanda è come sia possibile che degli investitori continuino a mettere soldi nelle aziende di Nguyen. Il merito è la sua straordinaria capacità di dipingere scenari meravigliosi e convincere l’ascoltatore nella bontà dell’idea. In sostanza, retorica. Ed è questo il punto chiave.

Perché anche quando c’è dell’ottima fede nell’impostare un progetto, molto spesso si finisce per proporre una startup insostenibile dal punto di vista economico – o che comunque non dura nel tempo (al netto degli inevitabili rivolgimenti di mercato e delle inevitabili e imprevedibili mutazioni della tecnologia).

Il problema in ogni caso rimane per gran parte nell’eccitazione in stile TechCrunch che circonda tutto il mondo di chi si lancia in imprese digitali sempre nuove, con la sovrastruttura stilistica e comportamentale tipica del giovane-programmatore-che-rivoluziona-il-mondo: notti di fronte al pc, caffè lungo, barbecue, nerdismi vari. In questo, la Silicon Valley è ovviamente l’epicentro. Ma il modello è esportabile ed è stato esportato senza difficoltà: basti pensare, in Italia, all’entusiasmo ideologico di Riccardo Luna (barbecue inclusi).

Basta leggere questo pezzo per farsi un’idea dell’ottimismo sfrenato con cui Luna concepisce il mondo delle startup. Come riassume ancora una volta molto bene Jumpinshark, il discorso di Luna si erge “sacrificando ogni diritto sull’altare del feticismo digitale, raccontando il mito regressivo dell’innovazione e sollevando la deregolamentazione estrema della startup in crunch mode a modello generale”.

Sia chiaro: nessuno vuole negare l’importanza di percorrere nuove vie, di lanciare prodotti diversi e – più in generale – di dare una scossa ai mercati. Ma santificare l’innovazione e la “cultura startup” come un bene assoluto e in quanto tale è deleterio – una retorica parallela alla retorica del “disrupting”: un sacco entusiasmo gratuito e pochi, pochissimi conti in tasca – quando invece ci vorrebbe molto più equilibrio e molta più attenzione, specie in un momento delicato come questo.

Una startup è un’azienda, e per quanto possa sembrare banale, tale fatto viene troppo spesso sepolto dalle parole di incitamento. Non basta essere giovani, bravi con il codice e svegli: gli investitori potranno abboccare fino a un certo punto, e se siete davvero in gamba potrete continuare a riciclarvi in stile Nguyen: ma non è un destino augurabile – è un destino di fallimenti mascherati.

Non ogni startup è buona per definizione, e non ogni idea merita di essere santificata perché nuova. A volte non basta nemmeno avere una buona idea, a dirla tutta: occorre, come sottolinea chiaramente Cohen, che abbia una sua sostenibilità. (Quindi: magari non puntate sull’ennesimo social network generalista che non serve a nessuno).

Un modo inedito per arrestare il pericolo di bolle tecnologiche e l’ondata speculativa fine a sé stessa è quello di alimentare la propria consapevolezza. Invece di rimbrottare solo gli investitori per i loro eccessi, forse anche l’intero settore dei creativi dovrebbe farsi un grosso esame di coscienza, e pensare maggiormente all’utilità e la scalabilità di un prodotto – invece di badare ai grandi claim.

 

Più follower = più influenza?

 

Pensate a Justin BieberSei milioni e mezzo di follower su Twitter. L’equivalente di una grande metropoli occidentale che pende dalle labbra di un ragazzino.

A questa immane proliferazione di seguaci dovrebbe corrispondere una spaventosa forza in termini di ascolto sulle masse – o quantomeno su quelle masse. Dopotutto, dovrebbe arrivare un punto in cui la quantità supera per forza la qualità, e una volta che si calcolano i fan in termini di milioni, quel punto dovrebbe essere decisamente superato.

Anche a partire da questo presupposto si è così scatenata una vera e propria caccia al follower – con tanto di siti ad hoc come Twiends o siti di vendita di fan su Facebook (come illustra questo articolo di Wired).

In una frase: più contatti, più influenza.

 

In realtà le cose non sono così semplici. In un interessante articolo – Your Followers Are No Measure of Your Influence – l’editor di Adage.com Matthew Creamer prova a sbanalizzare questo assunto con un’analisi approfondita.

In primo luogo, Creamer sottolinea che l’equivalenza fra popolarità e capacità di influsso è uno dei tanti miti che i social media hanno contribuito a fomentare, fino a portarlo alle estreme conseguenze. Tornando all’esempio di cui sopra, si domanda:

E’ difficile immaginare che Justin Bieber, con i suoi 6,4 milioni di follower, stia influenzando comportamenti diversi dal fare in modo che la gente parli di Justin Bieber, o lo retweetti freneticamente, e magari compri un suo disco. Questa è influenza?

Stando a servizi di statistiche come per misurare l’impatto concreto su Twitter, quali Klout o Twitalyzer (di cui parla con competenza Michael Brito su EdelmanDigital), la risposta è sì.

Klout dà a Bieber un 100% tondo in termini di standard d’influenza, riassumendo che “probabilmente è già famoso nella vita reale e i suoi fan ne vogliono ancora di più”.

E in effetti, chiosa Creamer, le cose stanno proprio così: in una sorta di paradossale circolo virtuoso, Bieber è diventato famoso grazie a YouTube e ha moltiplicato la sua fama con altri strumenti social.

Ma questo significa che il cantante canadese è influente? O è soltanto molto, molto conosciuto?

 

La domanda non è scontata, e si porta dietro diverse riflessioni sul viral marketing. Creamer cita alcuni studi del ricercatore Yahoo! Duncan Watts, che hanno mostrato come le reazioni a catena da utente a utente siano quasi impossibili da prevedere: la vera diffusione in termini di influenza non passa tanto da persone iper-popolari quanto “dal basso”.

In un articolo scritto a quattro mani, Watts ha applicato questa tesi direttamente su Twitter: il risultato è stato piuttosto convincente. Justin Bieber ha una forza mostruosa in termini di popolarità, ma difficilmente può innescare qualcosa di diverso dalla riproposizione di sé stesso.

 

Attenzione: tutto questo non significa che se Bieber vi propone una partnership dovete rifiutare.

Creamer è molto attento nel sottolineare che le analisi metriche (quali appunto Klout e simili) sono in ogni caso molto utili per i marketer o per chi vuole avere il polso del numero di retweet e citazioni che lo riguardano – anche perché numericamente c’è poco altro da determinare, su Twitter. Anzi, nient’altro.

Da queste statistiche però non deriva automaticamente l’influenza o la capacità di condizionare un pubblico, che è qualcosa di molto più sottile e che necessariamente va oltre l’ampio ma comunque limitato mondo di questo social network (e di altri).

Creamer la mette così: il miglior argomento contro chi pensa che il numero di follower su Twitter determini questo fattore, è guardare chi non ci passa troppo tempo. E ci sono parecchie persone influenti – magari non altrettanto famose di Bieber, ma sicuramente più influenti – che si limitano a pochi tweet e non hanno sei milioni e mezzo di fan.

 

In conclusione?

Un blogger di Square Martini Media racconta di avere incontrato un tizio con una maglietta eloquente: “500 amici su Facebook, 2 nella vita reale”.

E in questa ironia ormai classica c’è molto di vero anche per chi si occupa di comunicazione sul web: così come nelle strategie di email marketing  la fidelizzazione dell’utente è fondamentale, così nel social marketing non conta tanto avere quantità mostruose di follower, quanto essere in grado di trasmettere qualcosa di valido, autentico e rilevante a ognuno di essi.

 

Leggere online vs. leggere offline

di Giorgio Fontana

 

Com’è cambiato il nostro rapporto con la lettura, con l’avvento del web di massa?

La questione naturalmente non riguarda solo il cambio di device – dalla carta allo schermo – ma l’idea che un testo sia in immediata concorrenza con diversi altri: il multitasking e la possibilità di ottenere un numero altissimo di informazioni in tempo reale rendono la lettura assai più frammentaria. Il continuo “canto delle sirene” che viene da internet diminuisce la concentrazione e soprattutto l’esclusività che diamo a un testo “classico”.

Dopotutto, quando teniamo in mano un libro o un articolo di giornale tendiamo ad avere un tipo di lettura molto continua: certo, possiamo sempre interromperci e passare a un nuovo volume o (più facilmente) a un altro pezzo del medesimo giornale: ma non c’è un vero e proprio rumore di fondo come quello provocato dalla lettura su browser.

Fateci caso. Mentre leggete questo articolo, probabilmente avrete aperto anche il vostro account di posta elettronica, la vostra pagina Facebook e magari altre due o tre finestre. E invece di rimanere con gli occhi fissi su queste righe, il vostro sguardo cadrà qui e là per verificare che non siano arrivati nuovi messaggi, o per fare un refresh sull’homepage del vostro quotidiano online preferito.

 

Il dibattito ha avuto il suo periodo d’oro tre anni fa, con alcuni articoli influenti – The Future of Reading di Motoko Rich e Is Google Making Us Stupid? di Nicholas Carr su tutti. Dopo l’iniziale entusiasmo per le infinite possiblità del web, la diffusione capillare di internet ha portato a una seconda ondata di riflessioni critiche su come la presenza online stava modificando il nostro rapporto con la lettura e addirittura le nostre conformazioni cerebrali.

In effetti, il classico articolo di Jakob Nielsen How Little Do Users Read? mostra un panorama un po’ desolante: gli utenti leggono al massimo il 28% delle parole di un sito web, anche se la percentuale più realistica è addirittura il solo 20%. Abbondano le visite brevi, si clicca quasi sempre su link che rimandano ad altri testi, la divagzione è la norma.

Dagli studi di Nielsen emerge che la priorità del navigante è comprendere il layout della pagina e guardare le immagini.

Chiaramente, il tema dell’attenzione ritorna come cruciale in un mondo dove così poco tempo è dedicato ai contenuti, e dove lo skimming sembra avere soppiantato la lettura vera e propria.

Ciò detto, anche in questo ambito ci sono diversi gradi di pessimismo. Per alcuni, il web sta davvero uccidendo tutta la nostra millenaria tradizione di lettura lenta e concentrata: per altri, si tratta di un’evoluzione che modificherà senz’altro alcuni aspetti ma ne farà anche emergere di nuovi, non necessariamente peggiori.

Secondo il sociologo Nathan Jurgenson, ad esempio, la comunicazione istantanea (Twitter, messaggistica ecc.) non è affatto “vuota” come alcuni ritengono. E sono interessanti, inoltre, questo grafico riassuntivo del “New York Times” sulle nuove competenze di lettura richieste e questo video dell’Università del Kansas.

 

A tal proposito, un recente report di ReadWriteWeb ci aiuta a comprendere le principali e più recenti abitudini della lettura online. Notiamo innanzitutto che gli strumenti social sono diventati una delle chiavi fondamentali per fruire dell’informazione, a differenza dei precedenti feed RSS o delle homepage classiche.

I punti di partenza sono ormai alcuni aggregatori verticali, specie per dispositivi mobile, Twitter, Facebook e applicazioni per i-Pad come Flipboard, che consente di creare una propria, personale “rivista” con il best of dei blog più letti.

Nel nostro studio dedicato all’eyetracking, inoltre, è emerso che gli utenti web cercano sempre di più informazioni rapide e sintetiche, ma anche in quantità maggiore rispetto alla lettura offline: ciò che si perde in profondità, in un certo senso, potrebbe essere recuperato in varietà.

 

Insomma, anche nel concreto non assistiamo a una “morte della lettura”, quanto a una riorganizzazione della dieta informativa e del modo di leggere.

Tirando le somme: per il marketer così come per il web copywriter in genere, questo significa in primo luogo concentrarsi sulla concisione, la leggibilità grafica e la rilevanza dei contenuti, e sul loro valore intrinseco anche al di là del messaggio commerciale. Solo in questo modo sarà possibile catturare un’attenzione sempre più frammentata, sì, ma non per questo meno spenta.

 

Twitter non è uno strumento conversazionale

Ieri il solito Matt Ingram di GigaOm ha scritto un pezzo riassuntivo molto interessante delle ragioni per cui ha un rapporto di amore/odio nei confronti di Twitter.

Ci sono molte annotazioni condivisibili, e l’inquadramento che Ingram offre del mezzo è senz’altro convincente. Tuttavia in alcuni punti Ingram sembra tradire un po’ di facile malinconia. Un esempio su tutti: quando si lamenta del fatto che il sito è diventato “troppo grande”, un enorme network informazionale invece di un luogo dove “potevi davvero parlare con le persone”.

Di qui l’idea che Twitter come strumento conversazionale stia morendo: a questo proposito Ingram cita un lungo post di Luis Suarez che merita di essere letto, se non altro perché è un ottimo esempio di come un certo pensiero nostalgico e reazionario stia prendendo piede nella lettura e utilizzo dei social network.

Suarez non fa altro che ribadire – con una prosa piuttosto infantile – quanto fosse bello e divertente e sostenibile Twitter prima, mentre oggi non è altro che un caos di persone che vogliono fare social networking e non si curano degli altri.

E questo non dipende soltanto dalla crescente e innegabile industrializzazione della piattaforma da parte dei suoi proprietari (un punto su cui abbiamo insistito anche noi in diversi articoli, criticando molte delle ultime scelte di Dorsey e compagnia – in particolare le nuove regole agli sviluppatori di API).

No, secondo Suarez la colpa principale è degli utenti stessi: invece di continuare a usare la piattaforma come un fantastico luogo dove sviluppare autentiche relazioni, si sono messi a sfruttarla per auto-promuoversi, senza più leggere i tweet degli altri e senza più curarsi del dialogo.

In sostanza, niente più di davvero sociale ma semplicemente un pannello di messaggistica qualunque. E’ la fine dell’epoca dorata in cui – qualche anno fa – si era tutti insieme in un ecosistema migliore e migliorato dagli utenti, dove fare lunghe e produttive chiacchierate.

Intendiamoci: sicuramente le intenzioni di Suarez – e anche le lamentele di Ingram – sono in ottima fede. E probabilmente le stesse ultime scelte di Twitter hanno influito sul modo in cui il network viene usato e percepito (anche se si tende sempre a dimenticare che Twitter è un’azienda e non un dono all’umanità – sarebbe bellissimo se lo fosse, ma non lo è).

Ciò detto, insistere con la retorica del “si stava meglio prima” / “eravamo utenti migliori prima” ha davvero poco senso, a nostro avviso. E questo per tre motivi.

Innanzitutto, il fatto che su Twitter ci sia molto rumore di fondo e una grande fetta di persone che non lo usano bene è innegabile, ma dipende dal fatto che è cresciuto molto in termini numerici. E questa non è una colpa: Twitter non è e non era un giardino privato per pochi eletti, e la sua forza sta anche nell’avere attratto moltissimi individui – anche i più ignoranti in tema di interazione sui social network: è inevitabile e coinvolge tutte le nuove tecnologie. Ma fare dell’elitismo digitale al riguardo non serve a nulla.

In secondo luogo, ci si può lecitamente domandare dove Suarez trovi tutta questa evidenza per dire che “nessuno legge più i tweet” e cose del genere. Siamo davvero diventati tutti brutti e cattivi e senza scampo, orribili promotori di noi stessi cui non frega più nulla degli altri?

Infine, un punto che forse potrà sembrare un po’ controverso, ma su cui vale la pena riflettere: a nostro avviso, Twitter non è in primo luogo uno strumento conversazionale. La sua forza non sta innanzitutto nel promuovere discussioni: quando si vuole discutere – quando si vuole discutere davvero, nei termini che Suarez sembra rimpiangere amaramente – il limite dei 140 caratteri diventa spaventoso.

E se da un lato i suoi sostenitori diranno che è un ottimo modo per imparare la sintesi e l’arguzia, dall’altro impedisce delle argomentazioni strutturate: può servire per una risposta ironica veloce o un saluto o un complimento, ma difficilmente è l’ambiente ideale per fare delle “bloody good conversations”.

L’enorme potenziale di Twitter sta nella sua brevità, certo, ma soprattutto se viene utilizzata per condividere contenuti altri: link abbreviati che spostano il focus altrove e alimentano la conversazione in luoghi più adatti (i commenti di un blog, o anche i commenti di Facebook). Danno aria alle parole e permettono di dilungarsi con tranquillità, senza essere per forza brillanti a tutti i costi (il che si traduce molto spesso in banale sarcasmo o cinismo).

Imparare a usare meglio Twitter non significa abbandonarsi al ricordo di un’età dell’oro che probabilmente non è davvero esistita, bensì impegnarsi per diffondere le sue pratiche migliori – meno e meglio, più attenzione, e più cura nei rapporti. Senza snobismi e senza facili generalizzazioni, e sicuramente tenendo gli occhi aperti su quanto sta accadendo a livello tecnologico sulla piattaforma: eventualmente, anche per andarsene e trovarne una più libera e migliore

 

Troppi social network

Quanti social network ci sono sulla rete? La lunga lista di Wikipedia è solo un piccolo esempio ed è tutt’altro che esaustiva, ma è un buon punto di inizio per comprendere quanto l’universo sociale del web sia decisamente sovraffollato in termini di proposte.

Si va dai giganti generalisti (Facebook, Twitter) a siti locali o per specifiche comunità (AsianAvenue, Biip.no), passando per piattaforme dedicate a singoli argomenti (Busuu, Buzznet, GovLopp, PlayFire eccetera). L’offerta è enorme, molto diversificata, e anche molto soggetta a cloni: pensate ad esempio alla quantità enorme di luoghi dove condividere fotografie, come nota David Roccato: Flickr, 500px, Pinterest, Twitter, Instagram, Streamzoo, EyeEm, Tadaa, Hipster, WeHeartPics, Stampzz, Pixable, Piictu, Cinemagram, Pictarine, Loopcam, Flixel, Pic…

Come scegliere? Quali luoghi frequentare? E ha senso crearne di nuovi?

Uno degli errori tipici dei marketer alle prime armi – e non solo – è quello di iscriversi un po’ dappertutto: perché bisogna esserci, perché si pensa che ad ogni canale aperto corrisponda automaticamente un miglioramento della propria reputazione sul web (o quantomeno, un incremento di visibilità).

Ma non è così. Sebbene online sia possibile gestire l’ubiquità in modo abbastanza semplice, bisogna sempre considerare che la presenza su ogni piattaforma deve essere autentica e reale – esattamente come nella realtà fisica di ogni giorno: se decidiamo di frequentare un gruppo di persone, non basta farsi vedere una volta ogni tanto per dire ciao. Bisogna viverlo attivamente: conversare, condividere, alimentare lo scambio di informazioni e pensieri.

Un uso troppo spiccio e superficiale di questi mezzi porta invece a una pericolosa frammentazione dei propri contenuti (e della propria attenzione): c’è un limite ovvio alla disponibilità social, e non dobbiamo dimenticarci che “gestire x profili” in realtà significa “gestire x luoghi di conversazione”. L’unico vangelo valido qui è l’impegno, non l’attenzione maniacale ai numeri.

Da questo punto di vista, benché il tema “troppi social network” sia già ampiamente discusso, si continua sottovalutare un punto chiave – probabilmente a causa di una percezione ancora troppo “virtuale” di questi spazi. Come se la loro essenza fosse molto diversa e distante da quella che ci spinge ad aggregarci e stare con altra gente nella vita offline.

In fondo, noi stiamo su un social network per quattro grandi motivi: perché ci troviamo persone che conosciamo già; per interagire con nuove persone; perché ci interessa l’eventuale argomento specifico della piattaforma; a causa del passaparola. Pensare a questi strumenti come a meri sistemi per trasmettere o amplificare un contenuto significa fraintenderne il significato, l’intima e delicata natura interpersonale.

Potremmo dunque dire che la nostra partecipazione attiva (non la semplice iscrizione) a un social network è determinata dalla possibilità di interagire con un pubblico indefinitamente illimitato, sebbene a volte parta da una base di conoscenza pregressa (“Ci vado perché me l’ha segnalato un amico che lo usa”). Si tratta di una definizione che necessita di qualche raffinamento, ma è un punto di partenza.

Per arrivare dove? Semplice: l’insuccesso di Diaspora e la morte di Unthink non sono un caso, ma il sintomo di un problema più ampio: forse “ammazzare Facebook” è impossibile. O quantomeno, è una sfida che va pensata in maniera molto diversa.

Anche App.net, la piattaforma di Dalton Caldwell che garantisce l’assenza di pubblicità e il totale rispetto della privacy per 36 dollari l’anno, condivide il medesimo problema. Si tratta senz’altro di un modello rivoluzionario in termini di business sostenibile, ma non risponde comunque alla domanda fondamentale: perché dovrei spostarmi da Facebook e venire lì?

All’utente poco alfabetizzato va benissimo (purtroppo, si può aggiungere) vendere le proprie informazioni per avere un servizio gratuito. L’unico valore aggiunto percepibile di spostarsi su App.net è quello della privacy. Ma in cambio non bisogna dare solo danaro: bisogna anche sconvolgere tutte le relazioni che si sono coltivate nel tempo.

E questo è un dettaglio che forse viene poco ricordato: se vogliamo “ammazzare Facebook” dobbiamo fornire una risposta migliore a tale questione, prima ancora di creare un ambiente libero e dal design ideale: il rischio è di ritrovarsi con una stanza perfettamente arredata, ma semivuota.

Questo perché lo spostamento di una grossa fetta della propria identità digitale comporta una specie di stress da trasloco paragonabile a quello di uno spostamento nella realtà fisica: non lasciamo solo una vecchia casa per una nuova (magari anche migliore), ma lasciamo un quartiere, delle abitudini, dei contatti, delle amicizie. La speranza è che si muovano con noi – e questo sarebbe davvero un momento epocale nella storia del web: la migrazione di massa, proprio come l’aveva immaginata Diaspora. Ma è abbastanza irrealistico, almeno al momento attuale.

Per quanto mi riguarda, l’idea stessa di “ammazzare Facebook” è probabilmente fallace, per quanto nobile. Puntare le proprie risorse su dei social network generalisti è molto rischioso. Il periodo di grande adozione di questi canali si è sostanzialmente spento: restano invece aperte e interessanti le nicchie (come LinkedIn per il lavoro o, per restare in Italia, Pazienti.org per la salute) e le ibridazioni (vedi il brillante successo di Pinterest: a metà fra bacheca, sito di social shopping e social network). Lo stesso Myspace si è dovuto reinventare lungo altre vie.

In tali casi la frammentazione, benché in qualche modo inevitabile, appare giustificata: esattamente come nella vita di ogni giorni frequentiamo gruppi diversi di persone e ci giostriamo fra diversi interessi (ma con la medesima curiosità e passione), così sul web.

Il che è anche un suggerimento implicito agli startupper: continuare a copiare idee pregresse o lanciare l’ennesimo, fighissimo ambiente social per condividere questo o quello è una strategia perdente, senza un’idea davvero forte alle spalle.

 

Twitter sospende l’account di un giornalista inglese

L’account Twitter del giornalista dell’Independent Guy Adams – corrispondente del quotidiano inglese da Los Angeles – è stato sospeso durante la giornata di ieri. La ragione: durante il suo resoconto (parecchio aspro) del modo in cui l’emittente americana NBC sta raccontando i Giochi Olimpici, ha pubblicato l’email di Gary Zenkel, presidente della NBC Olympics.

La NBC ha dunque inoltrato una lamentela a Twitter, e Twitter ha preso la decisione di bloccare i tweet di Adams informandolo di avere violato le norme delle piattaforma, che obbligano gli utenti a non postare informazioni come gli indirizzi email privati, i numeri di telefoni, o documenti finanziari.

Il giornalista ha replicato, giustamente, di avere twittato l’account aziendale di Zenkel – accessibile a chiunque con una breve ricerca e costruito alla stessa maniera di tutti gli altri impiegati della NBC. Niente di privato, dunque, e niente che vada contro la policy ufficiale di Twitter.

Il sospetto è che si tratti di una scusa per compiacere l’NBC e rimuovere le critiche di Adams (preservate in parte sul sito dello stesso Independent): senz’altro corrosive e magari di cattivo gusto, ma assolutamente lecite in termini di libertà d’espressione.

Un sospetto che si aggrava ancora di più tenendo presente – come ricorda Dan Gilmor in un ottimo pezzo sul Guardian – che Twitter è partner dell’NBC per le Olimpiadi.

La notizia ha avuto una larghissima eco e sta suscitando un interessante dibattito sulle limitazioni dei diritti di Twitter e sulla sua necessità di ritirare tale censura (e scusarsi).

Sempre su Twitter, è stata sollevata una protesta verbale convogliata dall’hashtag #NBCFAIL. Lo scrittore scozzese Irvine Welsh ha detto che l’atto “illustra tre tendenze del potere egemonico: 1) odia le critiche, 2) si prende sul serio, 3) non ha senso dell’umorismo”:

Ironicamente, circa un mese fa la piattaforma aveva pubblicato il proprio Transparency Report sulla scorta dell’esempio di Google, rendendo pubbliche le richieste dei governi locali per eliminare contenuti ritenuti “sgraditi”: Twitter mostrava di non avere accolto nessuna richiesta di censura vera e propria. (Negli stessi giorni, aveva fatto scalpore la richiesta di un giudice newyorkese di ottenere i dati privati di Malcolm Harris, membro di Occupy Wall Street, a scopo di indagine).

Ora questa campagna di trasparenza appare davvero stridere con la controversa decisione di bannare Adams.

Il punto è che questo brutto episodio ci deve ricordare, una volta di più, che su Twitter siamo comunque ospiti. E per quanto l’azienda abbia con il tempo legato il suo brand a valori come l’informazione libera o il supporto di cause sociali (vedi le rivoluzioni arabe), alla fin fine rimane un’azienda. E un’azienda prima o poi scenderà a compromessi se deve fare il proprio interesse (o ciò che ritiene tale): anche a scapito di ledere il singolo.

Su Betanews Joe Wilcox critica – come la stragrande maggioranza dei commentatori – la scelta della piattaforma, e conclude così:

La fiducia è fondamentale per servizi cloud come Twitter. Ti fidi di loro nel dare le tue informazioni e ti fidi di loro nel considerarli un palco e un centro per le relazioni online.

Come giornalitsa, vedere soppressa la libertà di parola di un mio collega mi ha fatto perdere la fiducia in Twitter. La sospensione dell’account di Adams è stata troppo rapida e opportunistica. Twitter si è sbagliata nel sospendere l’account di Adams.

Ma ancora più importante è la domanda con cui inizia il pezzo, una domanda che dovremmo sempre ricordare – senza facili allarmismi, ma anche con una maggiore consapevolezza di come i nostri dati e la nostra identità digitale sono di fatto consegnati ad altri e soggetti a possibili e improvvise censure:

 

Bottlenose, il motore social in real-time

Negli ultimi anni, il web ha dimostrato una sempre più ampia tendenza alla fruizione in tempo reale. Il nowism – il culto della gratificazione istantanea, dell’aggiornamento continuo, del ctrl+f5 per fare refresh su ogni pagina – ha ampiamente preso piede, imponendosi quasi come un nuovo standard.

Da un lato i critici ne vedono gli effetti negativi in termini di scarso approfondimento dell’informazione e costante desiderio di novità effimera: l’importante è twittare al volo ciò che succede, copiare la realtà in diretta senza preoccuparsi di indagarla e comprenderla. (E spesso incorrendo in narrazioni scorrette o del tutto imprecise).

Il che è sicuramente un problema – e ha dei risvolti anche psicologici, come nel caso della FOMO – e merita di essere considerato soprattutto a livello giornalistico, e di come il processo di ricerca dell’informazione stia cambiando (e sia cambiato) radicalmente.

Tuttavia, non si può negare che tali strumenti abbiano dei notevoli vantaggi: in casi di notizie gravi – una catastrofe naturale – avere degli update in tempo reale è estremamente utile. E in ogni caso, il paradigma del “tutto e subito” sembra comunque una tendenza che è qui per rimanere.

Il problema resta dare un senso e organizzare, o almeno aiutare l’utente a orientarsi, in questa massa enorme di tweet, status, post di Tumblr, commenti e fotografie che appaiono sulla superficie mossa dell’oceano 2.0 per poi affondare un secondo dopo.

Non sorprende dunque il successo mediatico di Bottlenose – da ieri disponibile in versone beta: un motore di ricerca dedicato all’estrazione di dati social in real time.

Ad esempio, una ricerca della stringa “Olympic Games” dà questo risultato (cliccate sull’immagine per ingrandire):

Come si può notare, Bottlenose seleziona un gruppo di fonti giornalistiche “classiche” (il Guardian, la BBC ecc.) accostate ai tweet e ai link più trendy, insieme ad altri argomenti di stretta attualità e relativi all’argomento cercato.

L’ossessione anche semantica di Bottlenose sembra proprio quella del trending topic: riportare ciò che va, ciò che è hot, in questo esatto momento. Ciò che è effimero ma insieme importante, “sul pezzo”, è il nutrimento preferito dello spider del motore.

Lo strumento potrà essere molto utile per i marketer che vogliono avere il polso di ogni variazione di commenti e opinioni delle persone; ma più in generale è un’interessante istantanea del web sociale: una fotografia che parla la lingua di una rilevanza assoluta ma momentanea.

Del resto la sfida di Bottlenose è proprio questa: proporsi come una sorta di Google per il tempo reale.

A causa della struttura del proprio algoritmo PageRank, infatti, Google fatica ad estrarre i contenuti rilevanti qui e ora dal flusso continuo di dati prodotti da social media e blog: richiede più tempo e la presenza di backlinks.

Bottlenose vuole coprire esattamente tale vuoto, sfruttando gli input delle API pubbliche da Facebook, Twitter, LinkedIn, Google+, Instagram e altre piattaforme simili. Il suo algoritmo – chiamato non a caso StreamSense – è tutto concentrato su “ciò a cui la massa sta prestando attenzione”.

Anzi: il CEO dell’impresa, Nova Spivack, l’ha messa giù con una frase ancora più incisiva e inquietante insieme: “La nostra mission è di organizzare l’attenzione del mondo”.

 

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